Il tempio di Hera Argiva

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Il Santuario di Hera alla foce del Sele era conosciuto agli storici antichi: il geografo greco
Strabone, descrivendo la Lucania, accenna infatti a questo santuario

“…dopo la foce del Sele, la Lucania e il santuario di Hera Argiva, fondazione di Giasone e vicino, cinquanta stadi, a Poseidonia…

e Plinio il Vecchio ne fa un racconto ancora più puntuale

“…dal territorio di Sorrento e fino al fiume Sele si estende per trenta miglia il territorio picentino, un tempo appartenente agli Etruschi, famoso per il tempio di Giunone Argiva, costruito da Giasone…”

È dunque un luogo di culto molto famoso presso gli antichi, la cui fondazione viene
riportata al leggendario capo della spedizione degli Argonauti, alla conquista del vello d’oro. Ed infatti la Dea sarà venerata con l’appellativo di Argonia, che ricorda tanto la sua origine argiva quanto la protezione accordata alla nave Giasone, Argo la veloce.

A dire il vero, i due geografi, contraddicendosi tra loro, per secoli hanno reso complicata la vita agli studiosi che cercavano di identificare tale santuario. Solo nel 1933 venne effettuata la prima ricognizione archeologica da parte di Paola Zancani Montuoro, archeologa napoletana, e Umberto Zanotti Bianco, studioso piemontese fondatore della Società Magna Grecia, che si avventurano nella palude del Sele. Il 9 aprile del 1934 annunciarono l’avvenuta scoperta; le ricerche, tra difficoltà, spizzichi e bocconi, continuano sino ad oggi.

Il santuario fu fondato agli inizi del VI secolo a.C. dai greci provenienti da Sibari e dedicato alla dea Hera Argiva, protettrice della navigazione e della fertilità; a differenza di altre aree sacre in Grecia e in Sud Italia, avuto una delimitazione strutturale con un vero e proprio peribolos, ma sembra piuttosto il fiume, con i suoi rivoli e canali, a delineare l’area separando le zone più asciutte da quelle acquitrinose.

Nella fase iniziale, il santuario consiste in un semplice altare di ceneri, in cui i primi coloni eseguivano i sacrifici dedicati alla dea. Dopo pochi anni, sono costruiti a Nord e a Sud dell’altare due edifici porticati, analoghi nella forma geometrica – un rettangolo allungato – e nella struttura architettonica con pilastri lignei e tetto spiovente, forse destinati all’accoglienza dei pellegrini.

Probabilmente, a metà del VI secolo, tra il 570 e il 550 a.C., fu costruito un primo tempio arcaico, a cui sono associabili le decorazioni scultoree più antiche: negli anni Novanta gli scavi hanno restituito larghe trincee di fondazione (2 metri di larghezza ed oltre i 2 metri di profondità) riempite di sabbia finissima e sottile, che disegnano sul terreno l’impianto di un tempio (con peristasis e cella); le misure corrispondono a quelle di un hekatompedon (100 piedi di lunghezza) e le proporzioni (lunghezza il doppio della larghezza) sono quelle canoniche dell’architettura greca arcaica.

Tuttavia, il fatto che la decorazione scultorea sia ampiamente incompleta, fa sospettare come questo primo progetto sia stato abbandonato e, alla fine del VI secolo a.C., si costruisce, su fondamenta ancor più imponenti e solide.

Tempio in stile dorico che,da quanto siamo riusciti a ricostruire, era un octastilo periptero con otto colonne in facciata e diciassette sui lati lunghi; orientato Est/Ovest, poggiava su tre gradini e vi si accedeva mediante una rampa con balaustra modanata. L’edificio era suddiviso in tre spazi: la cella stretta ed allungata (naos), con vestibolo (pronaos) con colonne ioniche fra due ante (in antis) e semicolonne alle estremità dei muri laterali; in fondo alla cella un muro chiudeva un ambiente rettangolare (adyton) utilizzato per custodire i doni alla dea e legato a funzioni religiose particolari. Ai lati dell’ingresso della cella si trovavano due vani con scalini per l’accesso al piano superiore e al tetto. Il tempio presentava una decorazione in arenaria e un fregio con triglifi e metope scolpite.

Negli ultimi decenni del VI secolo furono poi costruiti due altari monumentali, a circa 40 metri dalla fronte del tempio realizzati nell’identica forma architettonica: un corpo principale su cui poggia la gradinata sul lato ovest, costituita da quattro gradini dei quali l’ultimo più largo in funzione di base dove si svolgevano i sacrifici. Entrambi avevano poi una balaustra su tre lati formata da grosse lastre quasi quadrangolari, sempre in calcare. I due altari, affiancati ed allineati perfettamente tra di loro, non erano in asse con il tempio e si differenziavano per la lunghezza: quello maggiore lungo 15 metri e quello più piccolo, che inglobava l’altare arcaico, circa 9,5 metri.

Dopo l’arrivo dei Lucani, alla fine del V secolo a.C., si ebbe il momento di massima fioritura del santuario, con la costruzione di nuovi edifici che riutilizzarono i materiali di quelli più antichi. A Nord-Est del tempio, accanto al portico arcaico, fu costruito una nuova stoa, per l’accoglienza dei pellegrini, a pianta rettangolare allungata con un portico di 5 colonne sul davanti chiuso da una cancellata.

Ad Est venne invece costruito un edificio rettangolare, con una grande sala centrale aperta ad Occidente ed un piccolo vano a Sud. All’interno, di fronte quasi all’ingresso, è stato rinvenuto un fornello a ferro di cavallo mentre uno di dimensioni minori è addossato ad una parete del vano Sud. Probabilmente, la struttura era destinata alla celebrazione di banchetti rituali, che coinvolgevano i pellegrini.

Sempre in quest’area furono innalzate le basi di alcuni donari e due altari a lastra rettangolare n calcare con accanto dei bothroi, pozzi scavati nel terreno dove venivano sepolti i resti del sacrificio appena consumato.

Tra la fine del V secolo a.C. ed i primi decenni del IV secolo a.C., alle spalle degli altari
monumentali ed a circa 80 metri dal tempio venne costruito un edificio la cui pianta perfettamente quadrata disegna un ambiente centrale libero da strutture interne, ma scandito da muri tronchi al centro di ciascuna parete, funzionali ad una suddivisione occasionale degli spazi. Costruito dai Lucani con tutti materiali di reimpiego, venne distrutto dai Romani all’indomani della fondazione della colonia latina di Paestum nel 273 a C.

L’aver ritrovato oltre 300 pesi da telaio ha fatto avanzare l’ipotesi che l’edificio quadrato potesse essere l’ambiente riservato alle fanciulle scelte per la tessitura delle stoffe da offrire alla dea nelle feste annuali.

Ai primi decenni del III secolo a.C. viene datata una struttura “molto semplice e poco solida”  messa in luce nel giugno del 1936 a Nord del tempio. Il rinvenimento tutt’intorno di elementi architettonici arcaici e di una lastra scolpita con il gigante Tityos che rapisce Latona determinò la convinzione che la struttura fosse arcaica e potesse essere ricostruita come un tempietto con quattro colonne in facciata ed un ricco fregio di 36 metope lungo tutti e quattro i lati. Datato tra il 570 ed il 560 fu considerato un donario (thesauros) alla Hera del Sele da parte della potente e ricca città di Siris sulla costa ionica (odierna Policoro).

Nell’ottobre del 1958, nelle fondazioni dell’edificio quadrato vengono recuperate altre tre
lastre scolpite; da qui le successive proposte di allungare la pianta nella sua facciata orientale, raddoppiando la profondità del pronaos, oppure di definire una pianta di un tempietto con due colonne in facciata (distilo in antis), cella e pronaos molto profondo, o di immaginare l’esistenza di due edifici uguali decorati alla stessa maniera da metope e triglifi così da consentire la collocazione delle nuove lastre rinvenute.

Il santuario sopravvisse fino al II secolo d.C., in una progressiva decadenza, finché, anche a seguito all’impaludamento della zona, si perse gradualmente ogni forma di memoria della sua ubicazione. Il culto di Hera sopravvisse successivamente in forme cristiane con la “Madonna del Granato”, il cui culto, nell’omonimo e vicino santuario, riprende la raffigurazione di Hera con il melograno.

Dagli scavi sono circa settanta metope con raffigurazioni scolpite in arenaria locale, conservate nel Museo Archeologico di Paestum, paragonabili, come quantità, solo a quelle ritrovate a Selinunte: entrambi i santuari, a loro modo, costituivano la frontiera del mondo greco nei confronti dei barbari, gli etruschi nel Cilento, i Cartaginesi in Sicilia.

Circa quaranta appartengono a un ciclo più antico (seconda metà del VI secolo) e dovevano decorare edifici oggi non più riconoscibili. Metope che hanno due peculiarità: la prima è come ci siano giunte in vari stadi di lavorazione. Sembra come se venuto a mancare il tempo o le risorse necessarie per la costruzione dell’edificio, in fretta si siano dovute porre le metope e smontare le impalcature. La seconda è come siano scolpite abbassando il fondo all’esterno della linea di contorno delle figure: in questo modo, la parte in rilievo rimane molto piatta. Questo indicherebbe che la raffigurazione, nei suoi particolari, era probabilmente completata dal colore.

Le metope rappresentano episodi del mito delle dodici fatiche di Eracle e del ciclo Troiano, ma anche di Giasone e di Oreste; a volte, le scene rappresentate non hanno riferimenti in altre fonti. Le interpretazioni degli studiosi sono molto differenti fra loro, la Zancani non ha riconosciuto nel fregio un principio unificante, Il Napoli attribuisce le lastre del fregio a più monumenti. La Simon, ha proposto un’ipotesi ricostruttiva per i due lati del tempio. Sul lato orientale vedrebbe Hera con i Sileni e le avventure dell’eroe. Sul lato occidentale Zeus, sposo della dea e impegnato a contrastare la superbia degli uomini.

Schmidt identifica un altro ciclo legato a Eracle, probabilmente successivo della discesa di ercole negli inferi, e per questo collegato alle raffigurazioni dei centauri, alla gorgone e alla lotta tra Ercole e Menete. Maria Clara Conti scrive:

«Le immagini di contrapposizione e di lotta dominano l’intero fregio: gli eroi greci combattono contro Troia, colpevole per la cieca arroganza di Paride, Oreste probabilmente lotta contro l’usurpatore, Eracle si accanisce contro uomini, giganti, animali, e mostri, Apollo e Artemide colpiscono l’empio Tizio, per ottenere giustizia, equità, ordine. La vittoria degli eroi greci nei quali la collettività si identificava, su altri esseri che hanno superato un limite, costituiva un monito e alludeva alla forza della Polis».

Di fatto, le sculture rappresentavano l’eterna lotta tra ragione e passione, ordine e caos. Il ciclo più recente, di circa 30 metope, invece, è assai meno problematico, dato che raffigura invece delle fanciulle danzanti, rese a bassorilievo.

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3 pensieri su “Il tempio di Hera Argiva

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