Il Museo archeologico nazionale d’Abruzzo

Villa Frigerj è uno dei più importante edificio neoclassico di Chieti, fatto erigere intorno al per volontà del barone Ferrante Frigerj su progetto dall’architetto napoletano Enrico Riccio, in un terreno agricolo all’esterno delle mura cittadine, nei pressi di Porta Sant’Andrea, in una zona originariamente proprietà dell’omonimo monastero, dei Frati Zoccolanti oppure “Osservanti” (XV secolo), poi soppresso con le leggi napoleoniche e destinato ad ospedale militare della Caserma Bucciante, ora chiuso.

Il desiderio del barone era di fare di questa spettacolare villa la sua “casa di campagna”: per cui, Riccio concepì una facciata caratterizzata da un pianterreno decorato da un bugnato e da un primo piano con semplici mattoni a vista, animato però con finestre da eleganti timpani di pietra. L’interno della struttura presenta una monumentale scalinata realizzata a forbice che è sorretta da preziose colonne doriche.

La villa è circondata da un silenzioso e signorile parco, fatto realizzare nel 1853 sempre dal barone Ferrante, e acquistata dal Comune, nell’anno 1868 la struttura fu aperta al pubblico per la prima volta, che poi provvide ad ampliarlo. Al contempo, la casa padronale fu la prima sede dell’Istituto Tecnico Commerciale Regio, poi trasferito in una sede più moderna a poca distanza e dedicato all’economia tearino Ferdinando Gagliani.

La villa pertanto divenne sede negli anni 30 della prima collezione archeologica dell’Antiquaroum Teatinum, con reperti della Collezione Giovanni Pansa. Durante la Seconda Guerra Mondiale, fu però requisita dai tedeschi, per poi diventare centro di accoglienza per gli sfollati.

Dopo la seconda guerra mondiale, la villa fu ceduta dal comune al demanio, e, nel 1959, per volere dell’allora soprintendente Valerio Cianfarani, divenne sede del Museo archeologico nazionale d’Abruzzo, inaugurato alla presenza del Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi.In seguito alla fondazione dell’Università degli Studi “Gabriele d’Annunzio” nel 1960, Villa Frigerj ospitò le prime facoltà istituite dell’ateneo, trasferite successivamente presso il campus universitario di Madonna delle Piane.

Nel 1984 Villa Frigerj ha subito una ristrutturazione — dovuta all’acquisizione di nuovi reperti museali e alle numerose donazioni da privati — che ha portato all’allestimento attuale. L’ultima riorganizzazione dell’allestimento del Museo archeologico nazionale risale al 2011, su progetto di Mimmo Paladino, che ha ricostruito una stanza dedicata al guerriero di Capestrano.

Ma cosa visitare nel Museo ? Nel piano terra, è conservata la collezione Pansa, dal nome di uno degli avvocati più stimati d’Abruzzo, noto per la passione che aveva per “l’antico”, che donò nel 1954 la sua raccolta, in cui sono presenti bronzi figurati, gioielli , vetri, avori, oggetti legati anche alla quotidianità come per esempio oggetti da lavoro ma anche corazze, elmi, cosmetici utilizzate dalle donne, al museo di Chieti.

Grandissima attenzione è stata dedicata anche alla sala numismatica: sono presenti in questa sala una campionatura di più di quindicimila monete che sono state rinvenute nel corso della storia sul territorio abruzzese e si possono dare anche datazioni della moneta più antica presente nella sala risalente al IV secolo a.C., mentre la più recente risale al XIX secolo a.C. e consiste in un un francescone datato 1858.

La sala offre una ricostruzione dell’aspetto economico e finanziario che interessò gli antichi popoli d’Abruzzo, passando per l’epoca bizantina, con prestiti forniti dal Museo dell’Abruzzo Bizantino Altomedievale di Crecchio (CH), longobarda, normanna, federiciana, angioina, aragonese, durazzesca e infine spagnola. Si conserva anche una stele d’epoca romana in calcare, con il rilievo del “medagliere”, cioè di un fabbro che realizza la moneta.

Letto-di-Amplero-dopo-il-restauro2

La grande scala posta al centro dell’edificio presenta ai lati il “lapidarium” che comprende sia l’epigrafia onoraria che l’epigrafia funeraria ed uno degli oggetti più significativi di questo ambiente è sicuramente il letto funerario di Collelongo, rivestito in osso, costituito da oltre 700 elementi scolpiti. Le misure sue misure sono 178 x 50, una larghezza cosi ridotta indica che non era usato nella vita di ogni giorno ma che si trattasse di un catafalco, ovvero un palco di legno, sul quale si pone la bara nelle funzioni funebri, costruito appositamente per la sepoltura, dove venne adagiato il corpo del capofamiglia.

Questa grandissima opera si inserisce in una produzione artigianale tipica dell’Italia centrale risalente al II sec a.C. come imitazione dei letti di lusso ellenistici. Un esemplare simile al letto di Amplero è presente al Meropolitan Museum di New York proveniente forse dalla Necropoli Esquilina di Roma

capestrano

Al pianto terra, dal 2011, è stata allestita una sala “Al di là del tempo” dedicata al Guerriero di Capestrano e altri reperti della scultura italica, come il Torsetto femminile di Capestrano o le tre steli funerarie con iscrizione in lingua picena meridionale da Penna Sant’Andrea. Queste ultime iscrizioni sono state molto importanti soprattutto per una ricostruzione della storia politica della regione, oltre che per quella della storia dell’arte, sebbene la lingua abbia creato non pochi problemi di comprensione.

Sala allestita da Mimmo Paladino, che così ha commentato le sue scelte stilistiche

Ho voluto quasi depurare il Guerriero dal significato che lo determina storicamente e lo data. Chi lo guarda ne deve trarre suggestioni che vanno al di là della sua collocazione cronologica.

Il guerriero, la cui decorazione doveva essere in origine completata dal colore dipinto (restano in alcuni punti tracce di colore rosso), rappresenta, in dimensioni più grandi del vero (l’altezza, senza la base, raggiunge i 2,10 m), una figura maschile stante, con braccia ripiegate sul petto, in costume militare. La testa è coperta da un elmo da parata a disco che copre le orecchie e ha una maschera sul volto; il torace è protetto da dischi corazza retti da corregge, mentre un altro riparo, in cuoio o in lamina metallica, sorretto da un cinturone, protegge il ventre. Le gambe recano degli schinieri e i piedi calzano dei sandali. Appesi davanti al petto, il guerriero porta una spada, con elsa e fodero decorati, e un pugnale. A destra regge una piccola ascia. Gli ornamenti sono costituiti da una collana rigida con pendaglio e da bracciali sugli avambracci.

Il copricapo (di 65 cm. di diametro), caratteristico per le sue larghe tese che lo fanno assomigliare ad un sombrero, è stato interpretato come un elmo da parata, dotato di cimiero (sulla parte superiore si notano le tracce di una cresta sporgente, oggi perduta), oppure come lo scudo (difesa), che veniva portato sulla testa quando non era in uso in battaglia.

La figura poggia su un piedistallo ed è sorretta da due pilastrini laterali, sui quali sono incise delle lance. Sul sostegno di destra vi è un’iscrizione in lingua sud picena, un’unica riga di testo con verso dal basso in alto e parole separate da punti:

MA KUPRí KORAM OPSÚT ANI{NI}S RAKINEL?ÍS? POMP?[ÚNE]Í.

Il senso del testo è stato ipotizzato come

Me, bella immagine, fece (lo scultore) Aninis per il re Nevio Pompuledio.

Un’ipotesi alternativa formulata Alberto Calderini del 2007, la statua fu fatta fare dalla regina dei Piceni, moglie di Nevio Pompuledio, e il professore fece anche notare come Numa Pompilio potesse essere una latinizzazione del suo nome. Questo non significa che questo re conquistasse in qualche modo Roma. E’ invece assai probabile come, nella riscrittura della storia romana avvenuta ai tempi dei Tarquini, gli etruschi avessero associato a uno o più capi delle gens sabelliche che contribuirono al sinecismo che diede origine a Roma, rivali delle gens Ostilia, alla figura di Pumpoledia, che era diventato una sorta di metafora della regalità sabina.

Nella statua, Nevio è probabilmente raffigurato morto, come suggeriscono la maschera facciale e i sostegni, per cui doveva fungere da segnacolo sulla tomba regale. Ora della vita di Nevio sappiamo assai poco. Secondo le leggende, sarebbe stato un pastore guerriero abruzzese della valle dell’Aterno (L’Aquila), legato al territorio, venuto in lotta con i Vestini di Penne, e con i Marsi. Per questo sarebbe stato ucciso a tradimento.

Al piano superiore sono ospitati corredi tombali dal X al IV secolo a.C., derivati dalle tombe delle necropoli di Loreto Aprutino, Civitella Casanova, Nocciano, Campovalano, Penna Sant’Andrea, Capestrano, Alfedena, Le Castagne, Scurcola Marsicana e Pennapiedimonte, oltre a vasellame da mensa, armi, un paio di pendenti fenici in pasta di vetro, un calice a corolla, dei calzari con decorazioni a sbalzo e dischi-corazza.

I ritrovamenti antropologici comprendono anche resti biologici, come quelli provenienti dalla Necropoli di Alfedena (V secolo a.C.) che permettono di mostrare le caratteristiche somatiche degli uomini e delle donne abruzzesi, sesso ed età alla morte, regime alimentare, stato di salute, tasso di fecondità ecc.

La mostra “Ecco…Ercole appare” presenta la statuetta in bronzo di Ercole in riposo rinvenuta nel santuario di Ercole Curino sul monte Morrone (sopra Sulmona), la ricostruzione in scala reale del sacello che la conteneva, e materiali archeologici dal santuario.

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