Museo archeologico La Civitella

L’acropoli di Chieti, i cui edifici erano situati accanto a alla diramazione della via Tiburtina Valeria che permetteva di raggiungere la città di Teate Marrucinorum, probabilmente svolgeva un ruolo sacrale già nei tempi preromani, in cui poteva esistere, come in altre località abruzzesi, un santuario dedicato alle divinità locali che proteggevano la pastorizia, la transumanza e il commercio lungo i tratturi.

In epoca repubblicana, intorno al II secolo a.C., questo santuario fu monumentalizzato, con la costruzione di tre templi di tipo italico, decorati con statue a frontone e lastre di rivestimento di raffinata fattura. Della struttura relativa a uno di questi, di cui sono state rinvenute parte delle fondazioni realizzate in calcestruzzo, si desume che potrebbe essere orientato a Nord-Est, col fronte verso la chiesa di Santa Maria. Il tempio era composto da tre celle a doppio colonnato anteriore, ed aveva misure standard per i canoni romano-italici del periodo era costruito su un podio agibile mediante una scalinata posta frontalmente che faceva arrivare nel pronao con colonnato che a sua volta immetteva nelle celle

Degli altri edifici non si conosce quasi nulla, se ne ipotizza l’esistenza sulla base di complessi decorativi che sembrano appartenere ad altri due templi, e ad altre edicole votive. Probabilmente i tre edifici principali trovavano posto l’uno accanto all’altro con il fronte allineato lungo la viabilità dell’Acropoli della Civitella.

A causa del dissesto idrogeologico dell’area, che minacciava di franare a valle, in epoca cesariana, i templi furono demoliti, le decorazioni riposte o per motivi sacrali o in attesa di un successivo riutilizzo in una fossa, in cui furono rinvenuti a metà anni ’60 durante i lavori di costruzione della palestra dell’Istituto Magistrale “Isabella Gonzaga” e fu costruito un porticus, per reggere la collina.

I torbidi successivi alle idi di marzo, interruppero però i lavori di recupero urbanistico dell’area, che ripresero in età augustea. I templi furono ricostruiti in un’area adiacente a un pozzo sacro, compresa tra Largo Marco Vezio Marcello e l’ex Largo del Pozzo, oggi Piazza Valignani, più stabile dal punto di vista idrogeologico.

Il promotore dei lavori fu il console Marco Vezio Marcello: sappiamo come nella nuova area sacra, il tempio principale fosse dedicato ai Dioscuri. Tempio di cui, grazie alla trasformazione nel VI secolo nella chiesa cristiana dedicata a San Paolo, sappiamo come fosse a pianta rettangolare con architrave triangolare. Al centro della facciata vi è una finestra. La parte del basamento è stata conservata nelle forme originali.

Il tempio dei Dioscuri era affiancato da altri due, anch’essi trasformati in chiese, , ma non conservatisi abbastanza integri sino ad oggi, dato che rimangono solo frammenti di colonne, e poi aveva un altro tempio provvisto di pozzo sacro, sopra cui negli anni ’30 fu costruito il Palazzo delle Poste

L’Acropoli quindi, a seguito di questo trasloco cambiò destinazione d’uso, diventando il luogo dedicato agli spettacoli: vi furono infatti costruiti sia un anfiteatro, sia un teatro.

L’anfiteatro misurava 60×40 metri, ricavato lungo le pendici orientali del colle, era direttamente collegato con la viabilità cittadina a nord, e con quella extraurbana a sud, per la posizione periferica e per la tipologia, trova stretti confronti con l’anfiteatro di Alba Fucens. L’edificio aveva la pianta ellittica e fu realizzato, per risparmiare tempo e denaro, sfruttando al massimo la conformazione naturale del terreno: l’arena, il campo centrale in terra battuta, fu adattata sbancando una piccola parte della collina; sagomando i pendii di questa furono ricavate tutt’intorno le gradinate della cavea, semplicemente rivestita in pietra, dove prendevano posto gli spettatori.

I due vomitoria, collocati lungo l’asse maggiore dell’edificio, furono invece ottenuti tramite una notevole opera di sbancamento, e come normale prassi della costruzione degli anfiteatri romani, erano utilizzati uno per l’accesso della popolazione locale a nord, e l’altro per i forestieri a sud. Nella caratteristica opus reticulatum bicroma con ricorsi del laterizio, furono realizzati il podium ossia il muro che delimita l’arena, la tribuna sul lato occidentale dell’ellisse, e i muri che contenendo il terreno del colle, venivano a definire i due articolati sistemi di accesso.

Il teatro aveva la cavea in parte posta sulle pendici del colle della Civitella e in parte coperta da volte a botte ed era composto da due livelli come dimostra parte del corridoio semicircolare che sbarrava il piano sovrastante.Gli spalti potevano contenere circa 5000 spettatori. Il teatro misurava circa 80 metri di diametro. L’ingresso principale immetteva in una salita a gradoni sostituita dal Vico II Porta Reale, così ci si immetteva in un corridoio che era posto sopra la cavea, verosimilmente concluso da dei giochi di archi.

In epoca tardo antica, il quartiere degli spettacoli fu abbandonato: il teatro fu utilizzato come cava per l’estrazione di materiale edilizio e sulla su struttura furono edificati una serie di palazzi. L’anfiteatro fu utilizzato sia necropoli, come documentato dal ritrovamenti di stoviglie di produzione africana, usate per veri e proprio banchetti funebri, sia per attività artigianali, come dimostra una fornace risalente all’VII secolo.

Successivamente, l’acropoli fu utilizzata come sede del mercato, tanto che l’area assunse il toponimo “Fiera”. In epoca rinascimentale la zona fu occupata dal convento dei Celestini, tanto che l’anfiteatro fu utilizzato come orto.

In epoca borbonica, per decisione del Generale Giuseppe Salvatore Pianell, il convento divenne una caserma, trasformando il resto della zona in Piazza d’Armi; successivamente, per le ironia della storia, la zona tornò ad assumere il suo ruolo ludico, dato che vi fu costruito sopra lo stadio comunale “Civitella”.

Nel 1982 durante dei lavori di costruzione del nuovo acquedotto, si scoperse sotto lo stadio l’anfiteatro romano, pertanto lo uno nuovo venne costruito a Chieti Scalo, lo Stadio Angelini, e iniziarono i lavori di scavo dell’anfiteatro, terminati nei primi anni 2000. Tra il 2008 e il 2014 fu poi realizzato Il museo archeologico “La Civitella”, su progetto dell’architetto Ettore De Lellis, già progettista del Museo Paludi di Celano.

La struttura museale odierna, che in parte è sita in piani sotterranei, è parte integrante di un complesso con giardini, zone pedonali, un auditorium, un laboratorio archeologico, ambienti per attività ludiche e didattiche ed un ambiente per mostre temporanee.

L’esposizione permanente è così strutturata:

L’inizio della storia urbana. In questa sezione vi sono i ruderi di età repubblicana (III-II secolo a.C.) tra cui dei frontoni in terracotta riferibili ad un tempio del II secolo a.C.
Lungo il corridoio che conduce alla Sala dei Templi, è visibile una sequenza di antefisse dell’Artemide Persiana e di Ercole seduto su roccia. All’interno del percorso sono stati ricomposti tre splendidi frontoni in terracotta policroma del complesso templare che sorgeva sull’acropoli della Civitella, più uno del gruppo dei Tempietti del nuovo Foro Romano (Piazza Tempietti). Del primo frontone relativo al Capitolium dell’antica Teate è stato possibile ricostruire 11 personaggi, al centro la Triade Capitolina a destra Mercurio che guida le Ninfe, a sinistra Marte armato e poi Apollo nudo. Il secondo frontone mostra al centro un uomo, identificabile come Giove, ai lati i Dioscuri accompagnati da Venere e la sorella Elena. Nel terzo frontone sono collocati al centro Apollo affiancato dalle Muse, negli angoli Bacco ed Ercole seduti.

Da Roma a ieri. Questa sezione è suddivisa secondo le seguenti tematiche: il Foro, il Teatro, l’Anfiteatro, le Terme, e le Necropoli. I materiali che documentano la città romana e il suo sviluppo illustrano il percorso, organizzato per aree monumentali,, il Foro, il Teatro, l’Anfiteatro, le Terme e la Necropoli di Teate. Molti manufatti ricevono nuova vita all’interno di ricostruzioni in scala 1:1, vivacizzate da filmati, suoni e luci a effetto; nello spazio dedicato alla vita pubblica sono presente due ritratti in marmo di Augusto e Tito. Dal Foro invece provengono il ritratto di un sacerdote, un monumento di Iside, parti del gruppo di statue di Serapide, e il cane Cerbero. Nelle dimore patrizie, notevoli sono gli arredi marmorei; nelle sale dedicate al teatro e all’anfiteatro si possono osservare i resti archeologici provenienti dagli scavi degli anni ’20 e ’30. L’edificio termale mostra marmi policromi che decoravano gli ambienti, ed è presente una testa, forse di una Musa. Nell’area dedicata ai culti funebri è sistemato un grande monumento, nel fregio è visibile il combattimento tra gladiatori e nel timpano un certo Lusius Storax, libero al quale era dedicato il monumento, che assiste allo spettacolo, circondato da magistrati teatini e dal popolo. Nel vano della porta è possibile osservare lo stesso ritratto del liberto.

Monumento funebre di Lucio Storace un sepolcro a tempietto della prima età imperiale, è composto da due rilievi, fregio e frontone. Sul fregio è raffigurato con notevole vivezza un gladiatorio che il ricco Lucio doveva aver offerto in occasione della sua elezione, vi sono raffigurati gladiatori e incitatori in varie pose, dal saluto alla preparazione, alla lotta, alla vittoria o sconfitta, come se si trattasse di una scena unica, anche se in realtà varie operazioni seguivano una precisa sequenza. Il desiderio del committente doveva essere soprattutto quello di far documentare la sontuosità di questi combattimenti a Teate. Il fondo è neutro e i dettagli sono ben curati; ciò ha fatto pensare a un’ispirazione diretta da modelli di Roma. La scena del frontone, realizzata a bassorilievo, è più affollata e si propone di raffigurare il momento dell’investitura di Lusius Storax. ci sono due piani sovrapposti, in basso a sinistra in primo piano si trova il sedile con tre giovani, tre camilli, che simboleggiano l’avvenuto sacrificio connesso con l’investitura; il centro è occupato dal tribunale con al centro Storax e ai lati due bisellia, ossia sedili onorari romani, su cui siedono i quattuorviri. A destra simmetricamente ai tre camilli, si trova un uomo con bastone, un augure. Il secondo piano ha come sfondo un colonnato, molto probabilmente il foro di Teate, le figure in secondo piano sono 11 personaggi togati, all’estrema sinistra sempre in secondo piani, una scena di zuffa con quattro personaggi, forse una documentazione di un tumulto popolare avvenuto durante il combattimento.

La Terra dei Marrucini. In questa sezione espone reperti provenienti dalla media e bassa vallata del Pescara. un grande arazzo illustra l’area attraversata a nord e sud dal fiume Aterno, da Popoli (allora Pagus Fabianus) sino a Ostia Aterni (Pescara), si possono vedere nelle teche reperti in pietra scheggiata risalenti a 400.000 anni fa, manufatti in ceramica datati al Neolitico, oggetti votivi offerti agli Dei, e molto altro. Strumenti dell’età della Pietra e ceramiche del villaggio di Catignano (PE), trindoducono alla sezione dedicata alla Grotta di Bolognano (PE), una delle cave dove sono stati rinvenuti moltissimi reperti dell’età preistorica e neolitica d’Abruzzo. L’età del Ferro è documentata da bronzi e armi provenienti da Villamagna (CH), Guardiagrele e Pretoro (CH); le fasi precedenti alla fondazione della Teate Marrucinorum sono documentate da materiali esposti nel settore “Prima di Teate”, tra i quali l’elmo gallico e balsamario a testa di donna.

Il primo museo archeologico. Questa sezione mostra materiali che ripercorrono la storia di questo museo dalle collezioni di fine XIX secolo fino alla realizzazione di un Antiquarium Teatinum avvenuta nel 1938, ovverosia del nucleo originario di questo stesso museo. Le collezioni si compongono di lucerne, selci, statuette votive, accumulate nel tardo Ottocento e nei primi anni del Novecento, che provengono non solo da Chieti, ma anche dai centri della sua provincia.

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