La città rupestre di Vitozza

Pochi lo sanno, ma a San Quirico, una frazione di Sorano “Città del Tufo” in provincia di Grosseto, si trova l’insediamento rupestre più esteso del centro Italia: Vitozza, l’antica “Vitoccium”. Benché la località fosse abitata già in epoca etrusca, l’origine della cittadina è legata alla storia e alla politica dell’antica famiglia degli Aldobrandeschi, citata da Dante nel Purgatorio, con la terzina

Io fui latino e nato d’un gran Tosco:
Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;
non so se ’l nome suo già mai fu vosco.

Famiglia a cui forse apparteneva il grande papa Gregorio VII e che era di origine longobarda: benché si vantasse di duchi di Spoleto, il suo primo esponente che appare nei documenti è tale Ilprando, figlio di un non identificato Alperto, era «humilis abbas» della chiesa di San Pietro Somaldi di Lucca.

Suo figlio Ildebrando era grande amico del vescovo di Lucca e sfruttò tale legame per accrescere i suoi beni e divenne tanto ricco che il figlio Eriprando fu spedito alla corte di Carlo Magno, dove oltre a imparare a leggere e scrivere, fu tra i pochi lucchesi della sua epoca a utilizzare la scrittura carolina, il modello dei nostri caratteri da stampa, ottenne il titolo nobiliare di vassallus.

Eriprando ebbe quattro figli: i più importanti furono Geremia, che divenne vescovo di Lucca e Ildebrando II, il primo Comites della famiglia, che esercitò la sua funzione comitale su un vasto territorio della Tuscia meridionale, presumibilmente i territori di Populonia, Roselle e Sovana, distretti residui delle iudiciariae di matrice longobarda, nei cosiddetti fines Maritimenses.

Ildebrando II o l’omonimo figlio fu il fondatore del castrum Vitocciis, da cui progressivamente si sviluppò la cittadina. Nel 1212 alla morte di Ildebrandino VIII Aldobrandeschi, si scatenò una faida fratricida tra i suoi tre figli, Ildebrandino IX, Guglielmo e Bonifacio per spartirsi la sua eredità.  Faida che si concluse il 29 ottobre del 1216 con la seguente spartizione: a Ildebrandino IX toccò Sovana, al secondo Santa Fiora e al terzo Pitigliano. Ildebrandino IX morì senza eredi nel 1237 e le sue terre passarono agli altri due rami. La città di Sovana fu destinata al ramo di Pitigliano.

Così nacquero la Contea di Sovana (che inalberavano uno stemma d’oro al leone di rosso) e nella Contea di Santa Fiora (che avevano uno stemma d’oro all’aquila bicipite di nero). Queste faide fecero perdere alla famiglia il possesso di Vitozza, che fu occupata nel 1240 dal comune di Orvieto, che un paio d’anni dopo, la rivendette ai conti Baschi. Famiglia, quella dei Baschi, la cui attività principale consisteva nel pugnalarsi alle spalle, tanto da fare calare le braccia persino a San Francesco: per cui, fu abbastanza semplice, per gli Aldobrandeschi, riprendere Vitozza.

Tradizionalmente ghibellini, gli Aldobrandeschi di Sovana, dopo la morte dell’imperatore Federico II di Svevia nel 1250, passarono, per opportunità politica, al campo guelfo. Questo non impedì, però, ad entrambi i rami, che tutti i loro possedimenti venissero progressivamente erosi dalla Repubblica di Siena, che conquistò Vitozza.

Nel 1293, col matrimonio tra Romano Orsini e Anastasia di Montfort (ultima erede di questo ramo della famiglia Aldobrandeschi), il territorio della Contea di Sovana fu ereditato dagli Orsini, che cominciarono a guerreggiare ad oltranza con Siena, per riprendersi il maltolto. Le cose per Vitozza cambiarono a seguito della guerra del 1454-55 che vide il prevalere degli Orsini, i quali però decisero di non restaurare le fortificazioni danneggiate durante gli scontri.

Questo, oltre alla crescita del vicino centro di San Quirico, provocò il progressivo spopolamento di Vitozza, che a fine Settecento fu totalmente abbandonata: dal censimento voluto dai Lorena nel 1783 sappiamo anche il nome dell’ultima abitante della città, Agostina, vedova Bartolomeo Brunetti, detta la Riccia.

Ma cosa visitare a Vitozza? Per prima cosa, l’insediamento rupestre vero e proprio, che comprende oltre duecento grotte, adibite ad abitazioni fin dall’epoca medievale e utilizzate sino ai tempi dei Lorena: oltre ad Agostina, come dicevo l’ultima ad andarsene, abitavano Giuseppe Benocci e una certa Laura vedova di Francesco d’Angelo.

Le grotte adibite ad usi abitativi si estendono lungo i sentieri che attraversano il bosco che domina l’alta valle del fiume Lente, risalendola fino alla sua sorgente; alcune risultano piuttosto ravvicinate tra loro, mentre altre tendono ad essere più isolate.

In base alla loro tipologia, le grotte possono essere infatti classificate in quattro diverse tipologie di riferimento. Giungendo da San Quirico, si incontrano per un lungo tratto del sentiero tre varianti diverse di grotte.

Un primo gruppo è caratterizzato da grotte con aperture rettangolari che spesso sono disposte su più livelli collegati tra loro da scalette e passaggi, con le abitazioni collocate ai livelli superiori e i ricoveri degli animali a quelli inferiori. Un secondo gruppo di grotte presenta piante rettangolari con strutture destinate ad ospitare gli animali.

Una terza tipologia di grotte era adibita ad usi misti: esse si caratterizzano per un’apertura ad arco, una pianta culminante con un settore a forma circolare e maggiori rifiniture. La parte a forma circolare, ad uso animale, era munita di mangiatoia; gli altri ambienti erano probabilmente adibiti ad abitazione.

Tra le più importanti, lungo il tracciato, è possibile osservare la Grotta della Riccia, la casa di Agostina, la Grotta a due piani, costituita da due vani sovrapposti ed in comunicazione attraverso una scaletta scolpita nella roccia e la Grotta del Somaro, ad uso promiscuo e composta da più ambienti in grado di riparare animali e persone. Sul versante nord-est, invece, si trovano principalmente ambienti ipogei rettangolari destinati al ricovero degli animali.

Nella parte nord-occidentale di Vitozza, si trova invece un raggruppamento di alcune decine di grotte, denominate colombari, in base all’uso a cui erano destinate: inizialmente si pensava che risalissero all’epoca romana e servissero da sepolture. Gli studi più recenti, sembrano ipotizzare che siano nati soltanto nel Medioevo per l’allevamento dei colombi al fine di raccoglierne il guano ed utilizzarlo per la concimazione delle terre.

Entrando nella città vera e propria, si notano due Rocche. La prima, situata lungo il sentiero che attraversa l’intero insediamento rupestre, è costruita con spesse pareti in conci di tufo, che inglobavano una porta che si apriva lungo la via di accesso. I resti della rocca sono visibili da entrambi i lati del sentiero che si biforca poco prima. Sul lato settentrionale la struttura era delimitata da un fossato, reso oramai invisibile dalla vegetazione, che proteggeva ulteriormente la struttura difensiva garantendone maggiore sicurezza.

La seconda è una struttura fortificata situata lungo il sentiero che conduce verso i colombari e la sorgente del fiume Lente. La struttura è situata su un poggio che si eleva sulla destra del sentiero e si raggiunge dopo aver superato un’altra serie di grotte ad uso abitativo. Le pareti si articolano su due cortine murarie che nel complesso si sviluppano ad L, presentandosi rivestite in conci di tufo, poggianti su un basamento roccioso dello stesso materiale che ne costituisce il naturale basamento a scarpa. La cosiddetta “Chiesaccia”, duecentesca e romanica, dedicata a San Quirico, senza più il tetto e mancante di gran parte delle pareti, è invece quel che rimane della chiesa di Vitozza, che doveva presentarsi a pianta rettangolare e ad aula unica con abside semicircolare.

Presso la chiesa, sono visibili sul lato settentrionale del pianoro i ruderi di un altro edificio fortificato che svolgeva funzioni difensive, oltre ai resti di una porta che controllava l’accesso attraverso la strada parallela al costone. Sono presenti nel sito di Vitozza pozzi per l’immagazzinamento delle derrate alimentari e per la raccolta dell’acqua. Sono stati anche trovati numerosi “palmenti”, vasche con dimensioni e livelli diversi per la pigiatura dell’uva, il cui nome deriverebbe dal latino “palmitis” ossia “tralcio di vite”, o da “paumentum” ovvero “battere o pigiare”.

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