Sant’Eulalia dei Catalani

Grazie alla protezione dei re aragonesi, la colonia di mercanti e banchieri catalani a Palermo godette per lungo tempo di enormi privilegi. Sappiamo, grazie ai documenti dell’epoca, che dal XIII-XIV secolo si erano stabiliti nel quartiere mercantile della Conceria, in prossimità del porto, che in quel momento ospitava altre comunità di mercanti stranieri, pisani e genovesi, che qui possedevano logge pubbliche, una sorta di mercato coperto, in cui erano presenti, oltre ai banchi delle merci, i cambiavalute.

Le loro abitazioni e dei magazzini erano in nella contrada originariamente denominata della Campana e che all’inizio del Cinquecento fu detta appunto della Loggia, la nostra Garraffo, proprio adiacente al mercato della Vucciria. In particolare, erano distribuite tra la ruga Pisanorum (parte dell’odierna via della Loggia) e la ruga Planellariorum, fra la piazza del Garraffo e San Giacomo la Marina.

Da un documento del 1371, appare come nella ruga Planellariorum sive ruga Catalanorum fosse presente la loro loggia commerciale, anche se non è chiaro, però, dove fosse realmente ubicata: molti studiosi ipotizzato come fosse adiacente alla loro chiesa nazionale, chiamata, ovviamente, Santa Maria dei Catalani. Stando ad alcune fonti, nel 1437 fu concessa alla Nazione Catalana, con privilegio reale conferito da Alfonso d’Aragona, la Loggia già appartenuta ai genovesi; quest’ultima olim Januensis et
nunc Catalanorum (1448) è denominata alla metà del secolo Logia nova Catalanorum.

Nel 1464 è ancora citata in un atto della Curia senatoria per la corsa del palio nel giorno dell’Assunzione. Si tratta sempre di informazioni indirette e il documento in questione non permette di precisare l’esatta collocazione urbana, ma lascia intendere che essa doveva trovarsi nel piano della Loggia, dove presumibilmente si concludeva il percorso della gara che dalla via Porta di Termini (attuale via Garibaldi), dopo avere attraversato la strada di S. Francesco (oggi via Paternostro) giungeva “in la loggia di li Catalani”.

A partire dal 1553 il piano della Loggia era stato oggetto di un intervento di riordino e di regolarizzazione, divenendo il luogo deputato a ospitare, in via provvisoria, la prima sede del Banco pubblico o Tavola di Palermo, istituita dal Senato nel 1551-1552.

La sistemazione della piazza rientrava nel più vasto programma di rinnovamento che aveva interessato l’intero quartiere. La municipalità aveva, infatti, promosso e attuato una serie di operazioni che miravano alla razionalizzazione del tessuto viario della città medievale, attraverso l’allargamento delle strade e il riallineamento degli edifici. Gli anni cruciali per la trasformazione del quartiere si collocano tra il 1545 e il 1560. A questa fase va legata la rettifica della via Argenteria, cioè l’asse compreso tra le piazze della Bocceria vecchia (ora Caracciolo) e quella della Loggia.

Appare certo tuttavia, che la trasformazione della strada fosse stata anticipata da ulteriori iniziative (che avrebbero condizionato le successive operazioni) avviate già alla fine degli anni trenta, allorché si promuoveva, «per decoro e ornamento della città», la creazione di una piazza tangente la strada o meglio il rifacimento e l’ampliamento del piano dove esisteva l’antica fonte del Garraffo (planu di lu Garraffu).

L’iniziativa venne presumibilmente avviata dai Giurati della città tra il 1537 e il 1538, a seguito della visita di Carlo V, dopo la presa di Tunisi; l’imperatore, nonostante Palermo fosse stata decorata in fretta e furia con architetture provvisorie, ispirate alla classicità, si lamentò dell’aspetto ancora medievale della città, piena di vicoli stretti e tortuosi.

La costruzione della nuova piazza, però, a causa delle demolizioni necessarie, provocò parecchio malumore da parte degli abitanti della zona, tanto che il viceré Ferrante Gonzaga dovette prevedere una notevole serie di aiuti e risarcimenti pubblici ai possessori delle case diroccate o rovinate.

Proprio questa ristrutturazione urbanistica, diede il la ai catalani per costruire una nuova Loggia, da sostituire a le due medievali, la propria e quella sottratta ai Genovesi, a testimonianza del loro potere e preminenza economica: a promuovere l’iniziativa fu il ricchissimo banchiere maiorchino Perotto Torongi.

Il progetto fu commissionato a un ignoto architetto, che da una parte fu ispirato da modelli lombardi, la struttura generale della Loggia ricorda a grandi linee la facciata di Santa Maria dei Miracoli, dovuta allo scultore-architetto Giuseppe Spatafora che si era formato nella bottega di Giacomo Gagini. Le analogie, in questo caso, si spingono anche alla presenza dell’alto attico di coronamento, al portale architravato tra semicolonne corinzie e agli archi a sesto rialzato come quelli che compaiono all’interno della chiesa e presenti in altre fabbriche religiose della seconda metà del secolo a Palermo (Santa Maria La Nova, su disegno dello stesso Spatafora, e San Giorgio dei Genovesi).

Dall’altra, per andare incontro ai desideri della committenza, la decorazione fu ispirata ai modelli iberici, come la facciata del Consolato del Mare a Valencia. Per cui, l’architetto, prendendo spunto dallo stile plateresco, riempì la facciata con lo stemma del regno di Spagna, il rombo con le insegne della Contea di Barcellona affiancate da quattro colonne a simboleggianti le Colonne d’Ercole e le raffigurazione di un lingotto d’argento ricavato dall’estrazione del minerale nelle ricchissime miniere del sud america (Potosì), un omaggio alla vicina corporazione degli argentieri, con cui i catalani avevano forti rapporti d’affari.

A fine Cinquecento, però, le banche catalane di Palermo cominciarono ad entrare progressivamente in crisi, rendendo inutile la presenza della Loggia. Poi, con la Controriforma, le varie nazioni presenti nella città cominciarono ad evidenziare la loro potenza non con edifici laici, ma con chiese, più o meno monumentali. A metà secolo la Nazione Napoletana intraprendeva la costruzione di una propria chiesa (San
Giovanni), nel 1576 i Genovesi aprivano il cantiere della nuova fabbrica di San Giorgio.

I Catalani, per non rimanere indietro, decisero, dopo parecchie esitazione a trasformare la Loggia nella nuova chiesa chiesa nazionale, dedicata alla protettrice di Barcellona Sant’Eulalia, che, secondo la tradizione, alquanto pulp, ebbe un martirio alquanto lungo da parte dei romani, dato che fu sottoposta a ben tredici torture, tra cui:

  • Fu chiusa in un barile pieno di chiodi (o pezzi di vetro) e fatta rotolare in una strada
  • Le furono tagliati i seni
  • Fu crocifissa su una croce a forma di X
  • Alla fine fu decapitata

Per cui, dal 1583, furono progressivamente comprati gli edifici dell’isolato limitato da un lato dal “Vicolo della Rosa Bianca” e dall’altro dalla Via Argenteria Nuova, in modo da avere spazio a disposizione per la chiesa. I lavori, cominciarono nel 1599 e di riffe e di raffe, per carenza di denari, si prolungarono a lungo.

Nel 1714, grazie  all’interessamento del re Vittorio Amedeo di Savoia, venne ceduta dai catalani a don Giuseppe Raimondi affinché servisse per la Casa degli Ecclesiastici realizzata proprio accanto, quando avevano abbandonato quella presso la chiesa della Madonna della Volta alla Conceria. La chiesa subì alcuni danni durante il terremoto del 1823 tanto che fu necessario abbattere il campanile, oggi si vedono due campane nel transetto di destra delle quali una proveniente dal monastero del Saladino.

Dopo l’Unità d’Italia, la chiesa rimase proprietà dello stato spagnolo, cosa che ne condizionò la storia nel Novecento: fu riaperta al culto nel 1951 su espresso desiderio del generalissimo Francisco Franco e dopo anni di abbandono, fu trasformata nella sede palermitana dell’istituto Cervantes.

Entrando nell’ex chiesa, l’interno si presenta a croce greca preceduta da una breve navata con due cappelle, una per lato, sostenuta da quattro grosse colonne monolitiche di broccatello di Spagna fatte venire appositamente da Barcellona. La cupola prevista non venne mai realizzata, nei pennacchi affreschi monocromi con gli Evangelisti. Nelle volte e nelle cappelle resti di affreschi secenteschi. Sull’altare maggiore era la grande tela della “SS. Trinità” di Gaspare Serenario, proveniente dalla distrutta chiesa di Gesù e Maria agli Schioppettieri, mentre l’altare era in origine nella chiesa parrocchiale di S. Giovanni dei Tartari.

La cappella del transetto destro era dedicata alla “Madonna di Monserrato” con quadro di Gerardo Astorino, mentre quella del transetto sinistro conteneva “Il Martirio di S. Eulalia” dello stesso autore. Nella chiesa era venerato un grande Crocifisso ligneo trasferito oggi in altra sede e una tavola di Giuseppe Sirena raffigurante “La Madonna di Monserrato con santi”.

Ovviamente, con la trasformazione nell’istituto Cervantes, gli arredi sacri non sono più presenti: in parte sono state trasferiti nell’ambasciata spagnola di Roma, in parte tra il museo diocesano di Palermo e Palazzo Abatellis.

eulalia4

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