Mediolanum tra Celti e Romani

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Può sembrare strano, ma la Mediolanum augustea era tanto multietnica, quanto l’attuale: dalle iscrizioni e dai reperti archeologici, parrebbe come un 10% della sua popolazione fosse costituito da immigrati siriani, greci ed egizi. Una percentuale ben più bassa di quella dell’Urbe, senza dubbio alcuno, ma superiore a quella di tanti altri municipia.

A completare la varietà della popolazione, vi era un 30% di residenti di origine italica e latina, il più famoso dei quali era Tito Flavio Petrone, nonno dell’imperatore Vespasiano, che aveva aperto una sorta di ufficio di collocamento per braccianti agricoli. La maggioranza dei milanesi dell’epoca, invece, era costituita da celti più o meno romanizzati. Questo melting pot ebbe una serie di impatti culturali ed economici sulla città: per prima cosa, la dea celtica Belisma, la dea del fuoco, protettrice dell’oppidum di Medhelan, fu identificata con la romana Vesta.

Per cui, il suo tempio fu uno dei primi ad essere eretto a Mediolanum, a via Formentini a Brera. Edificio, ancora esistente, che ha avuto nel tempo una serie di mutamenti di forma e di destinazioni d’uso. Secondo la tradizione, documentata per la prima volta nel 813, il tempio fu trasformato in una chiesa, dedicata a San Carpoforo, uno dei presunti martiri della Legione Tebana, da santa Marcellina, sorella di sant’Ambrogio.

Consultando una planimetria redatta in occasione della Visita Pastorale del 1610 compiuta dal Cardinal Federico Borromeo di manzoniana memoria, abbiamo un’idea abbastanza chiara del suo aspetto: la facciata era preceduta da un pronao, il campanile era collocato sulla parte destra della facciata, la navata era intersecata da un transetto e si concludeva con un’abside ricurva, l’altare maggiore posto all’intersezione della navata con il transetto era sopraelevato, il ciborio – simile a quello di sant’Ambrogio – era sostenuto da colonne di porfido provenienti dal tempio originario, la cappella della Confraternita del Santissimo Sacramento (visitata da san Carlo e restaurata alla fine del Cinquecento) era collocata sul latro destro del transetto, le cinque cappelle laterali erano tutte poste sul fianco destro della chiesa (la prima, la seconda e la quarta avevano una pianta rettangolare mentre la terza si caratterizzava per una maggiore profondità e la quinta per l’abside poligonale), la volta era costituita da travi di legno, l’illuminazione avveniva grazie a tre finestre, una collocata sopra la porta principale e due sul lato destro.

A seguito della visita, Federico Borromeo decise di finanziare alcuni lavori di restauro, incaricandone l’architetto Angelo Puttini. Architetto che rifece la copertura della chiesa realizzando una volta a botte costolonata, aprì due cappelle sul lato sinistro, rese omogenei i due lati del transetto e vi collocò due altari e ridusse a due le cinque cappelle sul lato sinistro.

Nonostante questo, la chiesa continuò a decadere: tanto che già nel 1760 veniva amministrata da un solo sacerdote. Nel 1754 viene qui battezzato il grande pittore Andrea Appiani, figlio di Antonio e di Marta Liberata, abitanti in zona. Nel 1772 viene soppressa la Confraternita del Rosario, che aveva qui sede; stesso destino toccò alla parrocchia, che nel 1787 divenne chiesa sussidiaria della Parrocchia Santa Maria del Carmine a Brera.

Nel 1864 fu poi sconsacrata e divenuta proprietà del Comune di Milano fu spogliata dei suoi arredi, tanto che le colonne di porfido del tempio di Vesta furono trasportate presso il museo del Castello. All’inizio del 1870, Carlo Tenca, dopo molte insistenze era riuscito a convincere la Municipalità ad istituire l’Archivio Storico Civico; il Comune, non sapendo dove piazzarlo, decise di metterlo nell’ex chiesa di San Carpoforo. Nello stesso luogo, nel 1873, vi nacque la Società Storica Lombarda, presieduta da Cesare Cantù.

Fu poi concessa alla Soprintendenza per i beni artistici e storici della Lombardia che la utilizzò per fini didattici musicali, infine, nel 1993 venne concessa in uso gratuito all’Accademia delle Belle Arti di Brera – che ancora oggi la utilizza – come sede per i corsi di decorazione, restauro ed arte sacra contemporanea. La Sovrintendenza, tra l’altro, ritiene che parte dell’attuale facciata risalga al V secolo, mentre il campanile è per gran parte romanico.

Seconda cosa, portò a un notevole sviluppo economico: a Mediolanum erano probabilmente presenti, come a Roma, il Catabulum, ovvero una sorta di sede delle “Poste Centrali”, e il Tabularium, che invece rivestiva la funzione di archivio di Stato, il Forum Boarium, ovvero il mercato della carne, e il Forum Holitorium, cioè il mercato della verdura e della frutta, che, nonostante le opinioni di alcuni eruditi, non era il nostro Verziere, dato la piazza divenne di tale commercio in epoca tarda. Sino al 1776 il mercato ortofrutticolo di Milano, era infatti situato presso l’attuale piazza Fontana, di fronte all’Arcivescovado.

Con certezza siamo a conoscenza che di fronte alle porte cittadine, soprattutto Porta Giovia e Porta Vercellina, fossero costantemente presenti facchini e trasportatori, che erano riuniti in una corporazione molto potente.

Il commercio era molto attivo, soprattutto quello ambulante. Molti commercianti erano concentrati in alcune strade specifiche, come i librai e i calzolai, che si trovavano perlopiù in una via chiamata Argiletum, visto che condividevano la materia prima per realizzare i propri manufatti: il cuoio. L’Argiletum si trovava probabilmente in corrispondenza della moderna via Santa Margherita, dato che anche nel Medioevo, in quest’ultima, erano concentrati i calzolai e i librai di Milano.

I venditori ambulanti vendevano principalmente libri usati, vino e cibo di strada caldo. Per strada erano anche presenti i garzoni dei salumieri, che vendevano la merce dei loro padroni, con i mercanti di stuoie e tappeti che si posizionavano lungo il ciglio delle strade con il medesimo obiettivo. Le calzature fabbricate a Mediolanum, di foggia celtica, erano apprezzate anche Roma. Per quanto riguarda l’artigianato, a Mediolanum erano diffuse la attività manifatturiere tipiche delle regioni celtiche, ovvero quelle di produzione di bronzi, calzature, armi e stoffe, nonché gli artigiani che realizzavano carrozze e calessi.

Terzo, influenzò usi e costumi: a partire dalle case, di cui parlerò la prossima settimana, all’alimentazione, dove l’olio d’oliva fu sostituito dal burro. Tra l’altro, su tale argomento, Plutarco racconta questa storiella

A dimostrare quanto poco esigente [Giulio Cesare] fosse in tema di cibo, si cita di solito questo episodio: un suo ospite, presso cui mangiava a Milano, Valerio Leone, mise in tavola degli asparagi conditi con mirra, anziché con olio. Cesare li mangiò tranquillamente e rimbrottò i suoi amici che si sentivano offesi. “Bastava, disse, che coloro a cui non piacevano non se ne servissero. Chi si lamenta di una zoticaggine come questa, è uno zotico anche lui

Dato che la mirra poco si usa in cucina, è assai probabile che lo storico greco si sia confuso con il burro. Tornando al melting pot, Nel vestiario erano privilegiati i pantaloni in luogo della tipica tunica romana, e le calzature celtiche il luogo di quelle romane.

Anche le sepolture erano influenzate dai precedenti riti celtici, così come le strade, che erano perlopiù glareate, ovvero con il manto stradale in ciottoli battuti, in luogo del rivestimento in pietra delle classiche strade romane. Tra l’altro, molte famiglie celtiche romanizzate, diventate poi importanti gens di Mediolanum, ebbero ruoli di rilievo nella vita sociale e politica della città: tra esse ci furono la gens Novella e la gens Albucia, che spiccarono particolarmente sulle altre.

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