Gli oratori di San Gregorio al Celio

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A metà della scalinata di San Gregorio al Celio, un piccolo cancello sulla sinistra conduce a un altro dei luoghi poco noti di Roma, un complesso di tre oratori, concessi da papa Leone XII nel 1828 al capitolo di Santa Maria Maggiore, a cui ancora oggi competono. Partendo da sinistra verso destra, troviamo l’Oratorio di Santa Barbara, al centro l’Oratorio di Sant’Andrea e a destra l’Oratorio di Santa Silvia: la storia di questi tre Oratori, come quella di tutto il Celio è lunga e assai complessa.

Sino al III secolo d.C. l’intera area era occupata da un quartiere popolare, pieno di insulae e tabernae: a seguito dell’acquisizione della zona da parte degli Anicii, le case e le botteghe furono in parte demolite, in parte integrate in un palazzo, che ai tempi di Gregorio Magno, fu trasformato in un convento benedettino. Sant’ Andrea e Santa Barbara erano probabilmente locali di servizio, capitoli o magazzini, pertinenti a tale monastero: solo in una fase molto più tarda, X secolo per Sant’Andrea, all’epoca risale un rovinatissimo affresco che rappresenta Cristo benedicente fra angeli e profeti, XII secolo per Santa Barbara, entrambi i luoghi furono trasformati in un luogo di culto.

Data la posizione periferica di quella zona del Celio, i due oratori decaddero progressivamente: le cose cambiarono a inizio Seicento, grazie all’intervento del Cardinal Baronio, impegnato, in un’ottica controriformistica, al recupero della storia e della tradizione della Chiesa delle Origini. Per prima cosa, diede l’incarico a Flaminio Ponzo, architetto lombardo, assai sottovalutato e poco noto, autore della cappella Paolina in Santa Maria Maggiore,che fu uno degli artefici del passaggio tra il Manierismo e il Barocco, l’incarico di ristrutturare tutto il complesso.

Flaminio cercò di rendere simmetrico l’intero complesso, costruendo un terzo oratorio, dedicato a Silvia, madre di Gregorio Magno, simmetrico a quello di Santa Barbara, in modo che creasse una sorta di esedra, per raccogliere il fedele. Per incrementare la percezione dell’euritmia, rese simmetriche le due facciate dei due oratori. Infine, sistemò l’oratorio centrale di Sant’Andrea, ribaltandone l’orientamento, in origine diretto verso il Clivus Scauri, in modo che si affacciasse sull’esedra. Infine, per animarne la facciata ed evitare l’impressione di monotonia, ne evidenziò l’ingresso con un portichetto con quattro colonne di cipollino con capitelli classici, provenienti dall’Oratorio di Santa Barbara.

Terminata la ristrutturazione architettonica, Baronio lanciò un suo ambizioso progetto decorativo, che coinvolse i principali scultori e pittori dell’epoca, che però fu interrotto dalla morte del cardinale nel 1607: il suo successore, il cardinale Scipione Caffarelli-Borghese terminò il tutto, andando però al risparmio.

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La nostra visita comincia proprio dall’oratorio di Sant’Andrea, costruito sui resti di un’insula, trasformata dagli Anicii in una sorta di sala di ricevimento: fu dedicato all’Apostolo, perché, secondo la tradizione, l’allora abate del monastero del Celio, Gregorio, tornò da un suo viaggio a Costantinopoli con una reliquia dell’apostolo, donatagli dall’imperatore Maurizio. E’ possibile che qui o nella vicina chiesa, Gregorio Magno scrisse e declamò la sua Quinta omelia sui Vangeli, dedicata proprio alla figura di Andrea.

L’interno dell’oratorio ha pianta rettangolare senza absidi o nicchie. Di notevole pregio è il soffitto ligneo a cassettoni, realizzato da Vittorio Ronconi nel 1607, nel quale è inserito lo stemma della Famiglia Borghese. La pala d’altare è un dipinto ad olio su muro di Cristoforo Roncalli, il Pomarancio minore, uomo assai turbolento, ma pittore dal delicato classicismo. E’ difficile capire come un tizio del genere riuscisse ad essere simpatico a un prelato dall’alto spessore morale come il Baronio, che gli commissionò di tutto e di più. Probabilmente Cristoforo era una di quelle simpatiche canaglie, la cui faccia da schiaffi e la battute pronte gli facevano perdonare tutto. La pala d’altare, risalente al 1602, raffigura la Madonna con il bambino e ai due lati San Gregorio, con la colomba dello Spirito Santo che gli sussurra all’orecchio. e Sant’Andrea con la croce a ics del suo martirio.

L’oratorio è una sorta di pinacoteca del Barocco romano, data la decorazione presente: sono presenti quattro monocromi, due di Guido Reni ai lati della pala d’altare con San Pietro e San Paolo e due nella controfacciata del Lanfranco con San Gregorio e Santa Silvia, sua madre, e due affreschi laterali, dipinti nel 1608, a destra del Domenichino, con la Flagellazione di Sant’Andrea ed a sinistra di Guido Reni con Sant’Andrea che vede la croce del suo martirio. I due affreschi laterali furono infatti commissionati il cardinale Scipione Borghese, il quale, come dire, si dimenticò di pagare i due artisti.

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Passiamo poi all’oratorio di Santa Barbara: anche questo, inizialmente, era un’insula, di cui rimangono i resti delle tabernae con porte arcuate, sopra le quali una fila di mensole in travertino è quanto rimane del balcone. Gli Anici trasformarono un portico aperto su due lati, le cui arcate, nel Medioevo, furono tamponate: inizialmente, dato il nome con cui ricordato, sala del Triclinium, doveva fungere da diaconia, per la distribuzione del cibo ai più poveri.

Ciò diede origine alla leggenda che qui San Gregorio facesse sedere quotidianamente dodici poveri, cui, insieme con la madre Santa Silvia, servisse il pranzo. Un giorno sarebbe apparso miracolosamente un tredicesimo commensale, un angelo, cui il pontefice servì tranquillamente il pasto. A memoria dello straordinario evento, fino al 1870 i Papi usavano servire su questa tavola, ogni giovedì santo, il pranzo a tredici indigenti. Inoltre, al centro dell’oratorio, vi è conservata la presunta mensa pauperum, una grande tavola in marmo del III secolo poggiante su sostegni marmorei decorati da grifoni e palme, che si sospetta invece provenire dal Triclinio Leoniano del Patriarchio Lateranense.

Le pareti dell’oratorio di Santa Barbara, furono affrescate tra il 1603 e il 1604 da Antonio Viviani, detto il Sordo di Urbino, allievo Federico Barocci. Il dipinto più notevole, movimentato da profonde ombre e luci radiose, è quello raffigurante l’apparizione alla mensa dei poveri dell’angelo, che spezza il pane benedicendo. Gli altri affreschi riproducono la carità di San Gregorio, la sua elezione ad abate del monastero, Gregorio nell’atto di scrivere, l’invio di Agostino a evangelizzare gli anglosassoni, i monaci al cospetto di re Etelberto e l’apparizione della Madonna a San Gregorio in preghiera. Nella curva dell’abside, divise da finte colonne, sono quattro figure di Santi: Barbara, Nereo, Achilleo e Flavia Domitilla. Ovviamente, Nereo e Achilleo furono imposti da Baronio per celebrare i santi a cui era dedicata la chiesa di cui era titolare.

Sul fondo dell’aula, in una nicchia ornata da colonne di breccia rosa e marmi policromi, è la statua di San Gregorio nell’atto di benedire, eseguita nel 1602 dal francese Nicolas Cordier, il Franciosino. Nato in Lorena nel 1567, l’artista giunse a Roma giovanissimo e ci rimase fino alla morte, avvenuta nel 1612. Si tramanda che il Cordier abbia utilizzato, per la statua del Pontefice, un blocco di marmo acquistato dal nipote di Michelangelo, già sbozzato dal sommo artista.

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L’ultimo oratorio, quello costruito da Flaminio Ponzo, fu dedicato a Silvia, mamma di Gregorio, che come raccontato altre volte, era palermitana. Secondo la tradizione, la sua casa pare sorgesse sul sito della Chiesa di San Gregorio al Capo, ove esisteva un pozzo, a lei intitolato. Silvia ebbe due sorelle: Emiliana e Tersilla, anch’esse Sante, venerate al 5 Gennaio e al 24 Dicembre. Fu sposa del Senatore Gordiano della Famiglia Anicia , che amministrava una delle sette regioni di Roma.

Sempre secondo la tradizione, Silvia e Gregorio, nei possedimenti palermitani di famiglia, fondò i monasteri di San Giovanni degli Eremiti, San Massimo e Sant’ Agata in Lucusiano, il Pretoriano, Sant’ Adriano, San Giorgio in Kemonia e San Martino delle Scale. Rimasta vedova si trasferì a Roma condusse una vita semplice e, visse secondo la regola benedettina, nel luogo detto Cella Nova presso il Monastero di San Saba sull’Aventino. Da qui mandava al figlio, quando stava nel Monastero di Sant’ Andrea, dei legumi cotti in una tazza d’argento, che poi San Gregorio donò in elemosina, come riferisce Giovanni Diacono.

Silvia morì il 3 Novembre del 590 o del 592. Gregorio la seppellì nel monastero di Sant’ Andrea e vi fece dipingere la sua immagine con la croce nella destra e il libro nella sinistra, con la scritta: “ Vivit anima mea et laudabit te, et iudicia tua adiuvabunt me “, cioè: “Vive la mia anima e ti loderà e i tuoi giudizi mi aiuteranno”.

L’oratorio è a pianta rettangolare con parete di fondo absidata. Anche qui, come per il triclinium, il Baronio si rivolse al Cordier per la statua di Santa Silvia che è sull’altare (1603-1604), inserita all’interno di una edicola marmorea composta di due colonne di porfido con capitelli in bronzo e due paraste in alabastro, sovrastati da un timpano. L’opera ha tratti michelangioleschi, soprattutto nel volto della santa.

Alla morte del Baronio anche qui il cardinale Scipione Borghese completò l’opera del suo predecessore affidando a Guido Reni di affrescare l’abside, il quale, non contento della fregatura presa per l’oratorio di Sant’Andrea, accettò di nuovo

L’affresco presenta in alto Dio Padre che scende a benedire Santa Silvia e gli angeli che gli fanno concerto. Poiché il padre di Guido Reni era un valente musico a Bologna, il pittore era un diretto conoscitore dei diversi strumenti e così gli angeli – affermano gli studiosi – ci rappresentano anche la reale organizzazione di un’orchestra dell’epoca.

Completano la decorazione un soffitto a cassettoni, le figure del re Davide e del profeta Isaia nelle nicchie ai lati dell’altare, dipinte da Sisto Rosa Badalocchio, allievo dei Carracci, forse più abile come incisore che come pittore e le vetrate di Jacopo Bissoni.

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