Il Clivus Scauri

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Il Clivo di Scauro (Clivus Scauri) è l’unica strada antica riconoscibile ancora per la maggior parte del suo percorso rimasto praticamente invariato dai tempi della Roma imperiale, che si Si staccava dalla strada che congiungeva il Circo Massimo al Colosseo appena a nord del Settizonio, la facciata monumentale del Palatino voluta da Settimio Severo, all’altezza della chiesa di San Gregorio al Celio, per poi costeggiare la basilica dei Santi Giovanni e Paolo.

Superato il tempio del divo Claudio, da quanto appare dalla Forma Urbis, deviava rispetto all’attuale via San Paolo della Croce, seguendo il viale Cardinale Francesco Spellman, interno a villa Celimontana, per sbucare, dopo l’arco di Dolabella, all’altezza della nostra piazza della Navicella.

La sua antichità è testimoniata da fonti medioevali a partire dall’VIII secolo, ma anche da un’iscrizione di età imperiale. L’apertura della strada va attribuita ad un membro della importantissima famiglia degli “Aemilii Scauri”, forse Marco Emilio Scauro, censore nel 109 a.C.

La prima parte della strada è scavalcata da contrafforti della Chiesa dei Santi Giovanni e Paolo, resi necessari a causa dei danni riportati durante le invasioni Barbariche nel V secolo. Soltanto un contrafforte è da considerare di quel periodo, gli altri sono stati ricostruiti nel Medioevo e sino al Cinquecento, erano sormontati da un secondo ordine.

Nei pressi della chiesa di San Gregorio si vedono i resti di un criptoportico, sotto la casa del portiere della chiesa, di un’abitazione del III secolo a più piani, sotto la cappella di Santa Barbara, e un tratto di muro in opera quadrata tufacea su un nucleo di cementizio, resto di un edificio di epoca repubblicana a destra dell’oratorio di Santa Silvia.

agapito

Dietro l’oratorio di Sant’Andrea, di cui ho parlato in un procedente post, vi è l’ingresso alla Biblioteca di papa Agapito I, citata in una lettera di Cassiodoro. Di questa biblioteca resta menzione anche in un’iscrizione dedicatoria ormai perduta, ma copiata dall’Anonimo di Einsiedeln, una sorta di guida turistica dell’alto Medioevo, compilata da un ignoto pellegrino dell’VIII secolo che ha lasciato un elenco dei monumenti romani ancora esistenti ai suoi tempi.

Iscrizione che così diceva

Sanctorum veneranda cohors sedet ordine
divinae legis mystica dicta docens.
Hos inter residens Agapetus iure sacerdos
codicibus pulchrum condidit arte locum.
Gratia par cunctis sanctus labor ómnibus unus
dissona verba quidem sed tamen una fides.

Questo edificio ha avuto diverse fasi costruttive. In origine, vi era infatti un’aula absidata risalente un’epoca precedente a quella di Agapito (IV sec.), che in analogia a spazi analoghi, poteva svolgere il compito di sala di rappresentanza per una ricca domus, collegata a quella degli Anicii.

Agapito provvide a ristrutturarla e cambiarne la destinazione d’uso: la biblioteca era riccamente fornita di codici greci e latini fino al secolo X. In forza di questa datazione è anche ragionevole supporre che Gregorio Magno, che la inglobò nel suo monastero di Sant’Andrea, abbia studiato e scritto in quella stessa biblioteca, e con grande probabilità scrisse i suoi Dialoghi.

Negli Annales Camaldulenses del Mittarelli (t. I, 70) viene riportata la testimonianza che

In eo monasterio, tamquam in secreto loco, Petro Diacono familiari interlocutore, res a viris sanctis in Italia gesta dialogice scripsit Gregorius, cum pressus onere pontificalis farcinae ad tempus secessum illum quaerebat, ut docet codex Bibliothecae Heinsidelnsis ante annos octogintos scriptus hac veteri inscriptione penes Mabillonium

Intorno al 1100, però fu abbandonata, tanto da diventare una sorta di sepolcreto familiare: agli inizi del Seicento, con il recupero degli Oratori di San Gregorio, fu commissionato a Flaminio Ponzo dal cardinale dal cardinale Scipione Borghese, l’attuale portale seicentesco, che funge da ingresso lungo il Clivus Scauri.

Un po’ più avanti si vede un altro edificio appartenente forse allo stesso complesso; sulla facciata in laterizio si vedono le tracce di tre porte tamponate. Di fronte a questo, sotto la chiesa di San Giovanni e Paolo, vi sono i resti delle Case Romane del Celio, di cui parlerò la prossima settimana.

Sulla destra, in piazza Santi Giovanni e Paolo, si vede un edificio di laterizio del III secolo, consistente in una fila di tabernae appoggiate al muro di fondo, con tracce di un secondo piano. Sulla piazza affacciano anche l’ingresso (un tempo principale) di Villa Celimontana, e il podio del Tempio del Divo Claudio. Proseguendo, si entrava nel quartiere a luci rosse dell’antica Roma.

Infatti, secondo i Cataloghi Regionari del IV risulta come, in quell’area relativamente ristretta, fossero presenti ben quarantasei lupanari: tale concentrazione era dovuta a due fattori. Il primo era grande concentrazione di caserme, i cosiddetti Castra Caelimontana, posti dove adesso è l’Ospedale Militare. A questi poi si aggiungevano

  • I castra aequitum singularium che ospitavano un corpo scelto di cavalleria al servizio personale dell’Imperatore (area della Basilica di S. Giovanni);
  • I castra peregrinorum che erano una specie di caserma di soldati provinciali impiegati in Roma per funzioni particolari (area di via Santo Stefano Rotondo);
  • La statio cohortis V vigilum, una sorta di coorte di pompieri o polizia urbana (di cui furono trovate incisioni nel 1882 presso l’ingresso dell’Ospedale).

macellum

Il secondo, era la presenza del Macellum Magnum, il grande mercato delle derrate alimentari (principalmente carne e pesce) dell’antica Roma, fatto costruire dall’imperatore Nerone nel 59 d.C., che dagli ultimi scavi pare essere slegata alla chiesa di Santo Stefano Rotondo: dalle fonti antiche, pare fosse tra Domus Valeriorum, sotto l’attuale ospedale dell’Addolorata e i Castra Peregrina, di conseguenza più spostato verso il Laterano, rispetto alla chiesa.

Il Macellum era raffigurato sulla monetazione neroniana come edificio circolare a due piani, con una thòlos centrale o una struttura a cupola, circondata da un portico esterno. Il complesso era formato da un edificio centrale, costituito da un porticato circolare a due piani dotato di 22 colonne, che sostenevano un tetto a cupola, e, attorno ad esso, un porticato concentrico dotato di 36 colonne, anch’esso a due piani. Inoltre, all’esterno di questo sorgeva un ambulacro di larghezza pari a 10 metri, diviso in otto segmenti da file di colonne. I segmenti alternativamente erano privi della parete esterna, somigliando così a cortili aperti. L’edificio originario di Nerone era cinto da un porticato rettangolare che conteneva botteghe.

Questa alta concentrazione di bordelli portò alla costruzione, sul Celio, accanto al tempio di Ercole Vincitore, dei cosiddetti Lupanari Magni, che, a dispetto del nome, non fungevano da case d’appuntamento: erano gli uffici in cui gli edili conservavano i registri dei prostituti e delle prostitute e dove i lenoni andavano a pagare le tasse.

Nella Roma repubblica, le prostitute e i prostituti dovevano infatti registrarsi presso l’ufficio dell’edile dando il proprio vero nome, l’età, il luogo di nascita e lo pseudonimo sotto il quale intendevano esercitare.

Se i candidati di entrambi i sessi erano giovani ed apparentemente rispettabile, il funzionario aveva facoltà di cercare d’influenzarli per fare cambiare loro idea; in mancanza di ciò le rilasciava la licenza (licentia stupri), accertare il prezzo con cui intendevano impegnarsi a vendere i loro favori, infine far entrare il loro nome nella lista dei professionisti.

Alla tassa pagata dai titolari dei bordelli, l’imperatore Caligola affiancò quella sulle prostitute e i prostituti, il “vectigal ex capturis”, come imposta di stato, facendo riscuotere un ventesimo delle tariffe che ognuna guadagnava con i clienti. Alessandro Severo destinò tali entrate alla manutenzione degli edifici pubblici.

2 pensieri su “Il Clivus Scauri

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