Il Museo Diocesano di Lanciano

Panoramica Museo

Uno dei più importanti musei d’arte sacra del Centro Italia si trova in Abruzzo, a Lanciano: aperto al pubblico nel 2002 da Monsignor Carlo Ghidelli, il museo è stato frutto di una minuziosa ricerca di opere antiche, a cura di Monsignor Enzio d’Antonio, presso la sede arcivescovile e le varie chiese di Lanciano, alcune delle quali sconsacrate da secoli. Il museo si trova all’interno del palazzo del Seminario, che divenne sede della diocesi frentana, distaccata da quella di Chieti nel 1515 nel XVI secolo e che ospitò il seminario sino agli anni Sessanta.

Con molta probabilità la data d’inizio cantiere è il 1590, anno in cui venne abbandonata l’antica residenza vescovile presso la Cattedrale, per realizzarvi l’ospedale di Santa Maria della Sanità. L’edificio presenta un complesso impianto risultato dell’accorpamento di case preesistenti. Nel 1819 sul prospetto principale fu montata la porta dell’antica chiesa dell’Annunziata di Piazza Plebiscito, demolita da Eugenio Michitelli per realizzare la facciata neoclassica della Cattedrale. Il portale quattrocentesco ha un arco ogivale, e gli elementi neogotici della facciata (le finestre) furono realizzati nel contesto di revival, poiché il secondo portale laterale è tipicamente barocco. La facciata presenta una scansione in tre livelli, più un attico, definita da cornici marcapiano in mattoni sagomati, che segano l’imposta delle aperture. Al piano terra sono tre portali, di cui quelli laterali con stipiti e archi a sesto acuto in mattoni, sono attualmente murati. Al centro si apre l’ingresso principale col portale quattrocentesco.

Il museo si trova al secondo piano e si estende in nove sale, per circa 1000 mq. Le opere esposte all’ingresso palesano un elemento fondante dell’istituzione museale: non privare nessun luogo di culto delle sue opere e non sottrarre nessuna opera dal luogo per il quale era stata concepita, utilizzando per la realizzazione del percorso espositivo soltanto opere che nel corso degli ultimi due secoli erano state accantonate in deposito o perché sostituite da altre, come nel caso dell’elegante statua lignea di San Francesco, scalpita da Citarelli, o perché troppo preziose o troppo delicate per poterne continuare l’uso come nel caso della croce processionale o del torciere in legno tornito e argentato oppure perché diventati obsoleti dopo la riforma liturgica seguita al Concilio Vaticano II, come nel caso del monumentale pulpito della Cattedrale, che venne realizzato dall’ebanista Gabriele Bruno e dal pittore Emidio Villante nel 1873, su disegno dell’Ingegner Filippo Sargiacomo

La seconda sala evidenzia in pieno la concezione espositiva su cui si basa il museo: gli oggetti non sono disposti ed esposti né in ordine cronologico, ripercorrendo le tappe della storia dell’arte, e nemmeno seguono un criterio tipologico che avrebbe visto succedersi nelle sale dipinti, sculture, argenterie. L’allestimento, che costituisce un modello assai innovativo, è stato progettato in modo che ogni sala illustri un aspetto delle tradizioni religiose locali nella loro espressione artistica, nell’intento di ricostruire e, per quanto possibile, mostrare al visitatore l’ambito culturale che ha prodotto le opere esposte.

In particolare, questa sala è dedicata le opere in onore della Vergine, trasferite nel museo per ragioni di sicurezza, soprattutto dopo i danni alla cattedrale con il terremoto della Val di Comino del 1984. Il nucleo dei gioielli più antichi è costituito da pezzi del XVII-XVIII secolo di scuola napoletana, per poi passare ad opere più tarde, come i quadri dipinti ex voto degli anni dell’Ottocento, realizzati in onore della Madonna a testimonianza di eventi prodigiosi

Il più antico gioiello della collezione è un pendaglio del 1601, in argento dorato, con grande cristallo di rocca affiancato da 4 rubini montati a notte. Il pendente doveva essere completato da alcune perle; forse elemento di dono della Marchesa d’Ugni di Guardiagrele.

Brocca d’argento del 1603 e Catino Gotico

Tra gli oggetti in esposizione spiccano una brocca in argento in fusione poi sbalzato, inciso, cesellato e dorato reca l’iscrizione con la data 1603 il che la rende un esemplare rarissimi di oreficeria del XVII secolo gran parte della quale è andata perduta per via dell’altro valore intrinseco della materia prima.

Altrettanto interessanti i catini, in ottone sbalzato e inciso, datati al XV secolo e genericamente indicati come di manifattura slava anche se taluni esemplari simili sono riferiti alla Germania settentrionale, intorno ad Acquisgrana. Essi recano una indecifrata iscrizione nella quale lettere greche si mescolano a caratteri gotici a formare una parola che viene ripetuta per quatto volte.

Campeggia al centro della sala, suddiviso in tre tele, il modello per la perduta decorazione ad affresco della cupola della Cattedrale, realizzato dal pittore napoletano Giacinto Diano raffigurante l’Incoronazione di Maria, databile al 1788. Ai lati troviamo gli unici due frammenti salvati dell’affresco originale che raffigurano, rintracciabili nella composizione generale, la testa di Dio Padre e la testa di Re Davide. La cupola della Cattedrale venne scoperta il 9 novembre 1788 come riportato dallo storico Omobono Bocache, “con festa, tripudio e sparo”. Gli affreschi, a causa delle infiltrazioni nella copertura in piombo della cupola eseguita nel 1823 iniziarono a deteriorarsi già dal 1830,e nel 1847 si riuscì a salvare, staccandoli insieme all’intonaco soltanto i due frammenti ora visibili.

Sono poi esposte due vesti in seta, una del ‘700 e una dell’800 con cui si vestivano le statue della Santa Patrona. La prima, interamente ricamata in oro, reca le insegne di Giacomo Lieto dei duchi di Polignano Arcivescovo di Lanciano dal 1754 al 1769 il quale fece realizzare, nel 1758, in sostituzione della antica cona della Madonna un nuovo altare marmoreo, eseguito dal noto marmoraro napoletano Crescenzio Trinchese su progetto dell’ingegnere Gennaro Campanile, figura poco nota ma certamente influenzato da Ferdinando Sanfelice. L’abito, destinato a coprire l’immagine in terracotta sull’altare maggiore, sul modello lauretano, è databile a quegli anni e risalta per la preziosità del lavoro e per l’ottimo stato di conservazione. Il secondo abito è databile alla metà del secolo successivo e copriva il la statua a manichino utilizzata per le processioni, rimasta in uso fino alla realizzazione di quella attuale nel 1933, in occasione del centenario dell’incoronazione della Santa Patrona. Oltre ad essere ricamata in oro, con motivi a girali e foglie, del filo dorato corre all’interno della tessitura in seta rendendo l’insieme ancora più magnifico.

Di interesse, oltre ad alcune statue quattrocentesche della Madonna col Bambino, purtroppo abbastanza rovinate e consumate per essere state rinchiuse per anni negli scantinati della Cattedrale, si trova un dipinto della Madonna col Bambino di uno sconosciuto Jacopo da Lanciano, del XIV secolo, che però, dallo stile, sembrerebbe un allievo di Paolo Veneziano.

Nella terza sala s’introduce il tema della venerazione per la Vergine e i Santi. Tutti i dipinti esposti, in aderenza al tema, appartengono al medesimo autore, l’ortonese Pasquale Bellonio nato nel 1698 e morto nel 1786, che sebbene nel campo della pittura non risalti per particolari capacità pittoriche certamente ebbe numerose committenze ed è significativo per la sua padronanza di connotazione iconografica come si può vedere nel trittico raffigurante l’Annunciazione, la Natività e l’Assunzione di Maria. Nella sala sono anche presenti due eccezionali leoni reggicero della fine del XVI secolo, in legno scolpito, dipinto e dorato.

Nella quarta sala il tema della venerazione per la Vergine e i Santi trova il suo sviluppo in numerose dipinti e sculture di notevole interesse storico e di elevato pregio artistico provenienti da diversi luoghi di culto oggi totalmente scomparsi, come la chiesa di San Martino, o in attesa di restauro come la cappella della Confraternita di Maria Santissima Addolorata in Santa Lucia.

Casula

Spiccano nella sala un pastorale del XIII secolo in argento lavorato, proveniente dall’ambito sulmonese degli orefici peligni, e una casula. Il prezioso manufatto tessile medievale è stato scoperto in modo del tutto casuale nell’area di Largo San Giovanni, durante i lavori di restauro del 2013-14 della torre campanaria della chiesa distrutta nel 1943 da bombardamenti.

La veste liturgica identificata come “casula” si presenta nella tipica foggia della pianeta “romana”, conosciuta in Italia sin dal Medioevo, come evoluzione della “poenula” campana, più corta ai lati, meno maestosa, più pratica. Confezionato intorno alla metà del XV secolo, l’indumento sacerdotale utilizza materiali tessili di reimpiego più antichi, un sontuoso tessuto del XIV secolo e una croce figurata a ricamo, recuperata dalla scomposizione di un paliotto o dalla bordatura di un piviale, risalente al primo decennio del XV secolo.

Di interesse sono il lampasso a due trame lanciate, broccato, di colore azzurro e giallo chiaro, nato come tessuto profano per una committenza di rango elevato. Il motivo decorativo a barde orizzontali presenta nella balza principale un tralcio d’acanto, che si piega in due sinuosi girali. In quello inferiore un cerbiatto, spolinato d’oro, tenta di divincolarsi dagli arbusti in cui si è impigliato con le corna, mentre un cane da caccia sta per ghermirlo. La balza inferiore più piccola, ornata da dischi con scritta calligrafica cifica alternati a un rapace identificato come un falcone. Sul retro dell’abito si trova la croce figurata, costituita da una striscia di luno, dove sono stati ricamati a punto catenella con filati in oro membranaceo e sete policrome 12 busti di santi, apostoli e profeti in cornici.

La quinta sala è dedicata alla figura di Cristo ed in particolare al significato di Redenzione del suo sacrificio sulla croce. Al tempo stesso è destinata a richiamare nella mente del visitatore i riti della Settimana per la quale Lanciano è nota.

L’affresco della Crocifissione del XV secolo, staccato dal muro dell’ex chiesa di San Mauro dei Padri Carmelitani (l’edificio attuale della Galleria Imperiale in viale De Crecchio), fu staccato dalla chiesa prima della sua demolizione negli anni ’30 del novecento per la costruzione dell’ex cinema Imperiale, ad opera degli allievi dell’Istituto d’arte “Giuseppe Palizzi” di Lanciano; interessante notare il paesaggio contemporaneo alla realizzazione dell’affresco, che corrisponde a quello di Lanciano.

La Madonna Addolorata del XIX secolo in legno scolpito e dipinto in cartapesta e tessuto, proviene dalla Cattedrale di Santa Maria del Ponte; è una delle varie statue vestite delle chiese lancianesi, erano oggetto di particolari pratiche devozionali, soprattutto nell’ambito femminile, che andavano dalla realizzazione accuratissima del vestiario, alle cerimonie di vestizione prima delle uscite processionali.

Cristo Portacroce

Ma ciò che spicca è il Cristo Portacroce: il dipinto venne probabilmente realizzato per un privato committente che successivamente lo fece collocare in uno degli altari di patronato della chiesa di Santa Maria Maggiore, da dove l’importante dipinto, per anni conservato nell’ufficio parrocchiale, pervenne in occasione dell’apertura al pubblico del Museo, nel 2002. La tipologia stilistica dell’opera è molto vicina a delle tavole dello stesso soggetto una all’Accademia dei Concordi a Rovigo, un’altra al Museum of Fine Arts di Toledo negli Stati Uniti e un’altra ancora presso l’Isabella Stewart Gardner Museum di Boston già in Collezione conte Zileri dal Verme, ma l’attribuzione definitiva di questo dipinto risulta a tutt’oggi non univoca, oscillando tra il Bellini e il Giorgione.

La sesta sala è dedicata al tema della venerazione per i Santi e vi sono conservate numerose opere provenienti dalle parrocchie di Lancianovecchio soppresse nell’800 e successivamente demolite, come la statua di San Lorenzo, della seconda metà XV secolo, e quella di San Giovanni, del’300, e la pala di San Maurizio, dipinta alla metà del XVII secolo. Provengono invece dall’Oratorio dell’Addolorata in Santa Lucia i busti degli Evangelisti Marco e Luca, datati 1778, insieme ai due ovali con San Giuseppe e San Francesco di Paola

Croce Processionale di Nicola da Guardagriele

Nelle bacheche troviamo oggetti liturgici, calici, pissidi e croci processionali, datati dal XIV al XIX secolo. Tra questi spicca la croce processionale di Sant’Agostino realizzata da Nicola da Guardiagrele, che si propone, per stile e disegno, come un’opera straordinariamente innovativa rispetto alla tradizione precedente e rivela la capacità tecnica assolutamente fuori dal comune del suo autore, che realizza figure a tutto tondo completamente a sbalzo e cesello, con precisione magistrale.

Nella settima sala sono presenti numerose e diverse statue “vestite”, popolarmente dette “conocchie”, di cui soltanto la testa e le mani venivano realizzate, generalmente in legno. Assai diffuse nei secoli passati sono cadute in disuso dopo il Concilio Vaticano ma erano legate a particolari espressioni della Fede, soprattutto in ambito popolare e privato. Da collezioni private provengono, infatti, le numerose statuette dell’Addolorata esposte, anche se non mancano altri soggetti come una Sant’Anna con Maria bambina, di pregevole fattura settecentesca napoletana e un San Nicola di Bari vestito di carta. Tra i vari esemplari esposti spiccano quelli di Santa Chiara della metà dell’800 e Sant’Antonio da Padova del XVIII secolo.

L’ottava sala è dedicata al tema delle reliquie e vi sono esposti numerosi reliquiari di varia foggia realizzati prevalentemente tra il XVII e il XIX secolo tra i quali, degno di particolare interesse è quello che contiene le reliquie di Papa Celestino V. Nella sala sono stati collocati il busto di Sant’Agostino realizzato nel 1718 dallo scultore lancianese Domenico Renzetti e un fonte battesimale in legno intagliato, inciso, dipinto e dorato risalente al XVII secolo. Risalta per il suo particolare pregio il mobile da sacrestia del XVII secolo, ornato con quattro piccoli pannelli raffiguranti paesaggi e scene di caccia eseguiti in carta ritagliata applicata su un fondo nero.

Nella sala è conservato anche il Rogationum Offitium Terrae Lanzani, sec XIV, manoscritto su pergamena, proveniente dalla chiesa di Santa Maria Maggiore di Lanciano. Il manoscritto è di fondamentale importanza per ricostruire la storia religiosa della città di Lanciano nei secoli più antichi, quando esse era ancora sottoposta all’autorità del Vescovo di Chieti.In esso sono registrate le invocazioni ai santi protettori della città ed era utilizzato durante le Rogazioni, riti propiziatori in forma di processioni, che si svolgevano all’interno del centro urbano e all’esterno delle mura fornendoci quindi anche un quadro assai ben delineato dei luoghi di culto e della loro collocazione all’interno della pianta cittadina.

Nella nona sala sono esposti alcuni dei numerosi paramenti sacri appartenuti a Mons. Francesco Maria De Luca e gli anelli dei presuli lancianesi che, per tradizione vengono lasciati al tesoro della Madonna del Ponte. Sono presenti anche due opere settecentesche dell’ebanista Modesto Salvini, un tabernacolo ed un busto di San Pasquale Baylón, e un dipinto raffigurante San Giuseppe col Bambino, del pittore Giacinto Diano risalente al 1790 circa e proveniente dalla famiglia Stella Maranca Antinori.

Paramento

Lungo la galleria che conduce all’uscita è esposto, con altre dipinti di minor interesse, un parato ricamato di straordinaria fattura, per le dimensioni e la ricchezza del ricamo, che, si sviluppa per una superficie di oltre cinquanta metri quadrati

E’ costituito da cinque elementi cuciti insieme sul quale sono raffigurate quattro divinità femminili pagane: Cerere, Giunione, Diana e Anfitrite, forse parte di un ciclo più ampio. Stilisticamente è collocabile nella prima metà del ‘700, in un’epoca, quindi, antecedente alla fondazione delle pur famose seterie della Reale Manifattura di San Leucio. Destinato, con ogni probabilità, a rivestire le pareti di un importante palazzo napoletano la loro realizzazione dovette, per motivi ignoti, interrompersi e restare incompiuta.

Compare a Lanciano nel testamento di Mons. Francesco Maria de Luca che fu Arcivescovo di Lanciano tra il 1818 e il 1839, negli anni in cui venne ricostruito il prospetto della cattedrale della Madonna del Ponte. Rimase l’uso, durato fino agli anni ’80, di stenderlo davanti alla facciata nelle occasioni più importanti e solenni.

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