Santa Maria in Pulcherada

Il Cristo romanico

La località di Pulcherada, dal latino medioevale porto bello era posta sulla riva destra del Po, lungo la strada che collegava Augusta Taurinorum con Industria, è sede di un’antica abbazia: recenti scavi archeologici, oltre a portare alla luce una necropoli longobarda, hanno evidenziato come una comunità monastica esistesse già tra il 500 e il 700 d.C., su di un preesistente insediamento di epoca romana.

Monastero che era senza dubbio fiorente, essendo al centro di una grande azienda agraria (una curtis), cosa che, oltre a trasformarlo nel nucleo centrale del primo centro abitato che si costituì intorno a essa, al cui capo vi era l’abate, ai tempi della decadenza dell’impero Carolingio, lo rese oggetto di attenzioni non desiderate.

Infatti, il primo documento che menziona l’abbazia è il diploma, in data 4 maggio 991, di fondazione del monastero benedettino di Spigno, ad opera di Anselmo I marchese di Saluzzo, e da esso risulterebbe come Pulcherada fosse stata distrutta da “uomini cattivi”, ossia i pirati musulmani che si erano stabiliti in Provenza e in Delfinato.

Tra l’889 e l’890, secondo quanto racconta il solito Liutprando branchi di pirati musulmani sbarcano sulle spiagge oggi francesi di Saint-Tropez e dintorni e si accampano sul Monte dei Mori, attorno a Frassineto (La-Garde-Freinet), che assunse il nome di Jabal al-qilâl, “monte del legno”.

Stanziamento che aveva una duplice funzione da una parte, era una sorte di emporio commerciale, dove i feudatari carolingi compravano beni di lusso, schiavi e assoldavano i mercenari e Al-Andalus comprava materie prime, tra cui il legno.

Dall’altra, fungeva da base per razzie per villaggi e monasteri indifesi: a sentire i cronisti dell’epoca, i saraceni di Frassineto in poco tempo invasero i territori di Arles e Fréjus, distruggendo Ventimiglia e assicurandosi il controllo del litorale fino ad Albenga. Nell’897 presero Apt. L’anno successivo fu il turno de monastero di Saint-Césaire d’Aliscamps: poi devastarono le campagne di Antibes e Nizza, incendiarono l’abbazia di San Ponzio a Cimiez, saccheggiarono quella dell’isola di Lérins. Dopo avere preso il controllo dei principali passi delle Alpi Marittime, invasero il Piemonte nel 907, distruggendo i monasteri della Novalesa e di Oulx.

Una colonna proveniente dal colle di Tenda saccheggiò il monastero di San Dalmazzo di Pedona, nei pressi dell’odierna Cuneo. Un’altra, calando dal colle d’Ardua, assalì Chiusa di Pesio e Bredulo (Mondovì). Anche Acqui fu saccheggiata e un drappello di saraceni si stabilisci persino nei pressi Tortona. Genova fu assaltata una prima volta senza successo nel 931, poi saccheggiata nel 935. Ma in questo stesso anno i musulmani sbarcano anche ad Albenga e a Savona, distrussero le abbazie di San Pietro in Vendersi e Giusvalla, effettuando scorrerie nel territorio di Alba. Nel 936 fu attaccata nuovamente Acqui. L’offensiva non riesce e il capo della spedizione araba, denominato Sagitto dai cronisti subalpini, perse la vita nello scontro.

Stando a una tradizione, tuttavia non suffragata da documenti attendibili, la difesa della città sarebbe stata assicurata gagliardamente da Aleramo, allora solo conte. Nel 937 gli arabi raggiunsero addirittura la Svizzera meridionale e la Rezia. Nel 950 ripresero le scorrerie in Francia e nel 951 fu saccheggiato il territorio di Grenoble. Nel 962 il principe Adalberto d’Ivrea, figlio di re Berengario II e associato al trono d’Italia, si recò addirittura a Frassineto per concordare un’alleanza contro l’imperatore Ottone I, d’intesa niente di meno che con papa Giovanni XII e i bizantini d’Oriente.

Fu nei pressi di Orsières che i frassinetani fecero un passo falso col sequestro di san Maiolo, potente abate di Cluny. L’azione precipitò gli eventi: Jabal al-qilâl venne distrutta nel 972-973 o 983 dalle forze congiunte di liguri e provenzali, organizzate da Guglielmo I di Provenza con l’aiuto del piemontese Arduino il Glabro e col sostegno di Papa Giovanni XIII e dell’imperatore Ottone I di Sassonia.

Quindi è assai probabile che, in quasi un secolo di spedizioni militari, Pulcherada possa essere stata saccheggiata. Il documento del 991 segnala la presenza nella chiesa delle spoglie di san Mauro, un discepolo di san Benedetto impegnato in Gallia nella diffusione della Regola, il cui culto, promosso dal movimento monastico di Cluny, fu legato alla comunicazioni attraverso le Alpi. Fra Quatto e Cinquecento, per la probabile rimozione della reliquia del santo e per il rilancio del culto mariano dovuto al concilio di Trento, la chiesa cominciò ad essere intitolata a Maria: le due intitolazioni, San Mauro e Santa Maria, furono da allora applicate in modo oscillante al complesso monastico e allo specifico altare.

Le prime notizie in merito alla ripresa di Santa Maria di Pulcherada si riconducono all’XI secolo, quando l’abbazia, risulta svincolata dal controllo di Spigno e Susa, mentre nel XIII secolo estendeva il suo dominio su gran parte delle valli di Lanzo e di Stura. L’antico monastero medievale si estendeva sull’area ora occupata dagli attuali palazzo del municipio, giardino parrocchiale e chiesa di Santa Maria. Il monastero comprendeva nel suo recinto giardini, un mulino, un forno e attività artigianali varie.

A causa della posizione di confine tra Marchesato del Monferrato e Ducato di Savoia, i continui scontri armati tra le due casate provocarono un’inarrestabile decadenza e, nel 1474, l’abbazia venne soppressa e trasformata in “commenda”. Un’interessante visita pastorale della chiesa del 1584, redatta da Giovanni dei Conti del Bel Riposo, canonico prevosto della collegiata di Chieri, descrive Santa Maria a tre navate, con due absidi laterali dove trovavano posto due cappelle.

Successivamente la chiesa cadde in stato di forte degrado, tanto che nel 1665 l’Abate Commendatario Petrino Aghemio, canonico della chiesa metropolitana di Torino, modificò radicalmente la forma primitiva della chiesa, rimpicciolendola e cancellando l’impianto basilicale della chiesa abbaziale, sopprimendo le due navate laterali. La navata destra fu distrutta per metà, mentre quella sinistra fu ridotta a corridoio. I due absidi terminali, con le loro finestrelle, furono conservati. Una di queste forma la cosiddetta sacrestia vecchia, mentre l’altra costituisce l’attuale sacrestia. Furono aperte grandi finestre rettangolari e fu costruito il voltone attuale, basso e pesante. Furono inoltre costruite le due attuali cappelle, una dedicata alla Madonna e l’altra a San Carlo. L’antica facciata medievale fu coperta dall’attuale facciata, che di pregevole ha soltanto il portale. Il campanile del XIII secolo, già mancante della cuspide terminale, non subì modifiche. La chiesa rifatta fu consacrata dal vescovo di Alba, Enrico Virgilio Volta nel 1754. Durante il corso del XVIII° secolo furono effettuati diversi altri interventi, i più importanti dei quali sono la costruzione dell’altare maggiore, risalente al 1722, e dell’organo, risalente al 1780. In epoca settecentesca vennero inoltre acquistati molti arredi interni.

Il 20 giugno 1800 il Piemonte fu annesso da Napoleone alla Francia. Ciò comportò la confisca dei beni dell’Abbazia di Pulcherada: le cascine di Pescarito e della Braida e il palazzo abbaziale (l’attuale municipio) furono venduti. Ormai dipendente dall’Abbazia di San Quintino di Spigno, l’abbazia di Pulcherada fu soppressa nel 1803, per decisione di papa Pio VIII.

Gli interventi sulla Chiesa proseguirono poi a partire dal 1813; il prevosto dell’epoca, Bertoldo, sostituì l’altare di legno con uno in mattoni e marmo e aggiunse una balaustra, proveniente dalla Chiesa del Santissimo Sudario di Torino. Per far posto al nuovo altare fu abbassato il pavimento del presbiterio di quasi un metro, distruggendo la vecchia cripta medievale, dove si seppellivano i monaci, che fu riempita di macerie. In quella occasione fu anche realizzata l’attuale sacrestia nuova.

Nel 1845, su disegno dell’arch. Gunzi, vennero intrapresi alcuni radicali interventi all’interno dell’edificio, quali la costruzione del nuovo battistero (Cappella dell’Addolorata) e soprattutto l’intera decorazione della Chiesa con la posa della zoccolatura in marmo. Nel 1920-21 venne realizzata la nuova scalinata di accesso alla Chiesa, ed internamente all’edificio vennero realizzate le decorazioni a motivo geometrico-floreali.

Nel 1927 venne effettuato un primo restauro della facciata, durante il quale vennero poste in luce alcune porzioni della vecchia facciata romanica. Negli anni ‘30 venne realizzata la nuova zoccolatura perimetrale in marmo e vennero incassati nelle murature d’ambito i confessionali, su disegno dell’architetto Mesturini. Dal 1997 in poi, sono cominciati i restauri dell’abbazia.

Ma cosa ammirare a Pulcherada? Sino al 2010, ben poco. L’attuale facciata della chiesa è quella che risulta dopo i restauri del 1927, quando venne demolita quella del 1665. Durante i lavori tornò alla luce l’antica facciata romanica in pietre e mattoni, che presentava due finestre ogivali nelle parti laterali e una rotonda nel centro, con due lesene che si innalzavano per tutta la lunghezza della facciata. La vecchia facciata medievale fu tuttavia nuovamente coperta con una nuova e semplice facciata ad intonaco, che conserva tracce dell’antico nelle lesene e nelle finestre.

Nell’abside si identificano due fasi costruttive: la prima, forse carolingia, nella struttura muraria e nelle ampie finestre arcuate, e la seconda, della fine del secolo X, nelle lesene applicate e nella cornice di fornici a nicchie. Il muro esterno curvilineo dell’abside è diviso in sei campi da lesene, che nella loro parte inferiore, mediante risega, presentano maggior spessore. Sotto la cornice, formata da mattoni tagliati di sbieco, si aprono fornici o nicchie, tre per ogni campo limitato dalle lesene. Caratteristiche sono poi le grandi finestre arcate senza strombatura laterale, con armille di mattoni romani, che conferiscono alla parte inferiore dell’abside l’aspetto di una costruzione di epoca imperiale romana.

L’attuale sacrestia occupa ciò che rimane della navatella laterale sinistra, distrutta nel 1665 a seguito della trasformazione della chiesa voluta dall’abate Aghemio. Nel piccolo abside terminale si notano ancora alcune finestre a strombatura ed i muri perimetrali di grande spessore della chiesa.

Il campanile, alto e possente, è sproporzionato alla facciata della chiesa e alle esigenze di culto. Si ipotizza pertanto che esso sia stato eretto soprattutto con finalità belliche. Osservando la tessitura muraria si nota una fascia in cui il campanile romanico fu innestato sugli antichi ruderi del campanile distrutto dai Saraceni. La vecchia muratura è facilmente individuabile poiché più irregolare e ricca di grosse pietre. Sono particolarmente interessanti le decorazioni in mattoni che ne delimitano i piani ed il cornicione sommitale. L’arco di accesso all’originario monastero sostiene ora, a ridosso del campanile, una parte dell’edificio dell’attuale casa parrocchiale. Ai lati dell’arco, quasi nascosti nell’intonaco, si intravvedono i cardini del portone che un tempo separava il perimetro abbaziale dal centro abitato

Le cose sono cambiate di molto a seguito dei restauri di quell’anno, fu individuato un importante ciclo di affreschi romanici, risalenti al 1100. Nell’abside è raffigurata una grandiosa visione celeste, con il Cristo in trono, circondato da angeli e arcangeli e affiancato dalla Vergine e dal Battista. ell’intradosso, invece, compare l’Offerta di Abele e Caino, mentre nella parte alta del cilindro si stagliano le figure dei Santi Pietro e Paolo e di quattro misteriosi personaggi dotati di aureola, forse gli Evangelisti, che reggono un globo con tre figurette a mezzo busto, personificazione delle anime. Sotto una Crocifissione e frammenti di una Adorazione dei Re Magi sono ciò che rimane di un ciclo cristologico.

Allo stato attuale è presumibile ipotizzare come gli affreschi dell’anno 1100 occupassero l’intero spazio dell’abside, per poi estendersi al resto della navata centrale. Però, quale era il loro tema? Una narrazione delle vicende di San Mauro? Oppure, reinterpretavano in maniera creativa la decorazioni delle grandi basiliche romane?

Una cosa però è certa: a qualità di questi affreschi e l’accertato utilizzo di materiali preziosi (blu di lapislazzuli e lamina di metallo dorato applicata all’aureola in stucco di Cristo) sono indicativi della rilevanza dell’impresa, voluta da un committente ricco e colto.

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