Madonna dell’Itria

Interno Madonna dell’Itria

In quella porzione d’Italia che fu a lungo di lingua e cultura greca, vi è una grandissima devozione per la Madonna d’Itria, ossia l’Odighítria, dal bizantino colei che conduce, mostrando la direzione, la cui iconografia è costituita dalla Madonna con in braccio il Bambino Gesù, seduto in atto benedicente, che tiene in mano una pergamena arrotolata e che la Vergine indica con la mano destra.

La sua orgine risale al 431, all’ epoca in cui Nestorio, patriarca di Costantinopoli, sosteneva che la Santissima Vergine si dovesse chiamare Madre di Cristo, non Madre di Dio. Per dirimere la questione semantica venne convocato il Concilio di Efeso, sotto il papato di Celestino e negli anni dell’ imperatore Teodosio II, e il 22 giugno del 421 l’opinione di Nestorio fu dichiarata eretica e il patriarca cacciato a pedate in Egitto.

Pulcheria, sorella di Teodosio, a cui Nestorio stava particolarmente antipatico, per celebrare la sua epurazione volle erigere a Costantinopoli due magnifiche chiese, nelle Blacherne, dove nei secoli futuri sorgerà il palazzo dei Comneni, e presso il palazzo imperiale. La seconda chiesa nel tempo fu conosciuta con il nome di Odighitria, cioè la chiesa degli Odelghi, delle guide o dei condottieri dell’ esercito che, a quanto pare, prima della battaglia, si recavano ad invocarvi la protezione della Vergine.

Eudossia, moglie di Teodosio, recatasi in Terrasanta, ne ritornò con alcune reliquie tra cui una tavola dipinta che rappresentava la Gran Madre di Dio, che come accadeva spesso e volentieri in quegli anni, fu attribuita a San Luca. Ora se l’evangelista avesse dipinto tutti i quadri che gli sono stati attribuiti, risulterebbe tra i pittori più produttivi della Storia…

Eudossia donò il quadro alla chiesa di Blacherne e decine di copie, da allora, alcune con la presunzione di essere l’ originale di San Luca, si trovano in chiese, musei della vecchia Europa. Ma ne1 718 gli Arabi cinsero d’assedio Costantinopoli, i cittadini, non sapendo più a chi votarsi, ricorsero alla Vergine per aiuto, e portarono l’antico quadro in solenne processione attorno alle mura. I due monaci basiliani, che custodivano la chiesa, sistemarono la Sacra Icona tra due tavole, come accomodata in una cassa e, volgendola al mare, mostrarono alla Vergine la numerosa flotta rivolgendole fervide preghiere per invocarne la liberazione. Un’improvvisa tempesta distrusse le navi arabe. I soldati siciliani, che militavano nell’esercito imperiale a difesa di Costantinopoli, sbarcando dopo alcuni mesi a Messina, portarono nell’isola copie dell’icona, diffondendone il culto e la devozione.

Culto che a Palermo era celebrato nell’antica chiesa bizantina di Santa Maria la Pinta, di cui ho parlato in passato, sede di un’influente confraternita: quando la Pinta fu demolita nel 1648 per far posto all’erigenda Porta di Castro (progettata da Mariano Smiriglio e demolita nel 1879), la confraternita tanto ruppe le scatole che riuscì a fare ricostruire, poco distante, una nuova chiesa, chiesa, dedicata proprio alla Madonna dell’Itria.

Sino a qualche anno fa, si riteneva come questa chiesa fosse stata costruita sopra il vecchio letto del Kemonia: ma nel 2015, scavi archeologici hanno rivelato che i livelli di occupazione di età islamica e normanna in questa zona si trovavano ben al di sotto delle attuali quote di calpestio; si tratta di strutture murarie, adiacenti alle vecchie mura medievali. Dato il grande numero di frammenti di ceramica invetriata ritrovati, è possibile che all’epoca di Balarm, l’area fosse occupata da un’officina di vasai.

Per cui, questo benedetto Kemonia dove scorreva ? Secondo le fonti documentarie disponibili recentemente riprese in considerazione dagli studiosi (D’Angelo, Pezzini), il Kemonia passava tra la chiesa di San Giovanni degli Eremiti e la chiesa di Sant’ Andrea; quest’ultima non è più esistente, ma sorgeva in prossimità della porta Bab al Abna (nel XIV secolo chiamata Porta Palacii), non più individuabile con precisione, che si apriva a Sud del Palazzo Reale. Chiesa, quella di Sant’Andrea, che era al fianco della vecchia Pinta.

Alla luce di quanto esposto, per quanto riguarda l’età medievale, e forse specificatamente per il periodo arabo normanno, lo spazio disponibile per il passaggio del torrente sembra, in questo tratto, restringersi ulteriormente, sicché se ne potrebbe ipotizzare la localizzazione tra San Giovanni degli Eremiti e l’attuale oratorio serpottiano di San Mercurio, che si ergono, tra l’altro, in posizione elevata su due modesti speroni rocciosi.

Tornando alla chiesa della Madonna dell’Itria, i lavori cominciarono nel 1662 e terminarono nel 1670. Nel 1682, invece, fu commissionata la decorazione interna. I restauri della chiesa, abbandonata da anni, cominciarono nel 2006, ma furono così scandalosamente lenti, che nel novembre del 2012, perchè versava in un avanzato stato di degrado, venne messa sotto sequestro per il reato d’omissione di lavori e danneggiamento di beni culturale. Solo nel 2014, questi restauri ebbero fine: da quel momento in poi, la chiesa è aperta saltuariamente, in occasione di mostre di arte contemporanea.

La facciata della Madonna dell’Itria, assai semplice, ispirata all’arte rinascimentale, anche per la propensione al risparmio dei confrati dell’epoca, è caratterizzata da un portale a tutto sesto inquadrato da lesene scanalate e da una cornice con testine di cherubini, conclusa dal timpano spezzato, su cui poggia la sovrastante finestra architravata.

Nello scabro fronte su via dei Benedettini si nota un arco a sesto acuto, forse resto di un precedente edificio. L’interno è una piccola aula con quattro altari laterali: la decorazione è opera di Giuseppe Serpotta, ottimo stuccatore, meno geniale, ma assai più meno costoso del fratello Giacomo. Giuseppe fece uno splendido lavoro, in cui il suo repertorio, alquanto standardizzato, di putti, festoni e satiri si arricchisce di due nicchie con San Pietro e Paolo e dialoga con gli affreschi di Pietro Novelli: stucco e pittura così si valorizzano a vicenda. I quadri che erano presenti, come l’Annunciazione sull’altare maggiore, ispirata a Polidoro da Caravaggio, opera forse di Vincenzo da Pavia, la Madonna con Sant’Agata e Caterina, provengono dalla precedente chiesa…

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