L’oratorio di San Mercurio

Interno

L’oratorio dedicato alla Madonna del Deserto (o della Consolazione) in San Mercurio si trova all’estremità sud-occidentale del Centro Storico della città di Palermo, a monte del quartiere dell’Albergheria, tra due complessi monumentali di grande importanza che sono quelli del Palazzo dei Normanni (a nord) e degli Eremiti (a sud). Secondo la divisione seicentesca della città in quattro parti dette Mandamenti, si tratta del margine estremo del Mandamento Palazzo Reale, ai limiti del tracciato delle mura cinquecentesche, in un’area che confinava con la Galka, il centro del potere sia arabo, sia normanno.

Oratorio che è l’unico esistente dei due che erano posseduti dall’antica compagnia della Madonna della Consolazione in San Mercurio fondata nel 1572 e che svolge un ruolo importantissimo nella storia dell’arte palermitana: secondo Donald Garstang, uno dei massimi esperti della famiglia Serpotta, è la prima importante commissione di un Giacomo poco più che ventiduenne; il putto tipico di Giacomo qui è nella sua fase primordiale

con testa grossa, capelli soffici e ricciuti, arti paffuti e addome pronunciato.

Nell’oratorio di San Mercurio si nota la commissione in più anni secondo le disponibilità economiche della Compagnia della Madonna del Deserto; esso comunque rappresenta il summa dell’operato, nell’arco di 100 anni e a cavallo tra due secoli, della bottega Serpotta (Giacomo, il fratello Giuseppe, il figlio Procopio e il genero di quest’ultimo Gaspare Firriolo).

In epoca punica e romana, in cui Panormos era delimitata in quel lato dal letto del fiume Kemonia, l’area in cui sorge l’oratorio era di fatto campagna: le cose cambiarono progressivamente in epoca paleocristiana e bizantina. Da una parte, essendo isolata, garantiva la zona garantiva un minimo di tranquillità a monaci ed eremiti, dall’altra la ricchezza della presenza di sorgenti, permetteva di risolvere il problema di rifornimento idrico dei vari cenobi.

Di conseguenza, non più tardi del IV secolo dovrebbe essere stata edificata una chiesetta che occupava approssimativamente il sito dell’attuale San Giuseppe Cafasso, ossia San Giorgio in Kemonia, di cui parlero in futuro, un convento dedicato a Sant’Ermete, dove è il nostro San Giovanni degli eremiti, convento ampliato e ristrutturato da papa Gregorio Magno e la chiesa della Pinta, voluta da Belisario.

Ai tempi di Balarm, la zona divenne parte di un ribat, i cui ghazi, combattenti per le fede islamica, provocarono uno sproposito di grattacapi agli emiri locali.Durante il periodo normanno l’area, a causa della vicinanza al Palazzo Reale, crebbe d’importanza, diventando sede di un importante cimitero destinato alle persone di corte con la sola esclusione dei re e dei principi ereditari, alla cui sepoltura era riservata la cattedrale.

I Normanni si preoccuparono inolte di racchiudere la città in una cinta muraria più ampia proteggendo i borghi sorti frattanto fuori le mura. Tale cinta muraria fu nel tempo variamente rinforzata e munita di torri e di nuovi accessi; tra questi, era la porta Mazara, che aperta nella prima metà XIII sec. fu restaurata nel 1326 da Federico d’Aragona, di cui parlerò le prossime settimane

Da questo momento, le mura che correvano lungo il fronte verso la campagna sud-occidentale cominciarono a rappresentare un motivo unificante per la frangia estrema del tessuto edilizio cittadino, allo stesso tempo, contrapponendosi alla direzione del torrente Kemonia, come una cesura – non ancora definitiva – tra la parte alta del fiume (la cosiddetta Fossa della Garofala) e quello che era stato il suo letto naturale fino alla foce.

All’interno delle mura normanne, nel 1148, per volontà del Re Ruggero II, il complesso di San Giovanni degli Eremiti fu riedificato sulle rovine del precedente monastero di Sant’Ermete ed affidato ai Benedettini. La chiesetta di San Giorgio in Kemonia dopo essere stata

“profanata e rovinata da’ saraceni fu da Principi Normanni riedificata e data a monaci Basiliani Greci”

e dal 1307 divenne gancia dei Cistercensi.

Le cose cambiarono ulteriormente nel Cinquecento, sia per gli interventi idraulici per regolare il corso del Kemonia, sia per la costruzione dei bastioni spagnoli. Così, quando nel 1557, per celebrare il ritrovamento di un’antica icona bizantina, venne monumentalizzata un’antica chiesetta ipogea di epoca paleocristiana dedicata a San Mercurio che sostituì l’antro di epoca romana dedicato al dio Hermes, protettore della salute, la nuova struttura si adeguò all’andamento delle mura. Chiesa, quella ipogea, attualmente inaccessibile, dato che nel 1782 ne fu murato l’ingresso, con la costruzione dell’attuale pavimento.L’oratorio di San Mercurio era, a metà Cinquecento di proprietà della Compagnia degli Infermi, che aveva il compito di aiutare a ben morire gli ammalati del vicino Spedale Grande.

Altre trasformazioni seguirono in zona: la chiesa del convento di San Giovanni degli Eremiti, già in decadenza, fu inglobata in un nuovo edificio che occupava l’area dell’attuale giardino; nel 1620 sorse la chiesa della Madonna dell’Itria o della Pinta, riedificata nel 1670. Sul fronte opposto della via dei Benedettini, nel corso del XVII sec., furono edificati il Convento e la chiesa dell’Annunziata e, nel 1680, fu fondato il reclusorio femminile detto “Ritiro delle Zingare”, rinnovato nel 1749. Nel 1765, i padri Olivetani dello Spasimo, succeduti ai Cistercensi, riedificarono la chiesa di San Giorgio.

Nel frattempo, nel 1640, la compagnia di San Mercurio fece costruire un secondo oratorio, parallelo alle mura: se quello più antico fungeva da luogo di custodia e devozione per l’antica icona bizantina, il nuovo edificio svolgeva il ruolo di sede sociale. Nel 1670 l’incarico di decorare l’altare del nuovo oratorio a Giovan Battista Firrera, impegnato nella realizzazione di diverse statue nella cattedrale: nel contratto è specificato come l’artista sia incaricato di realizzare stucchi, colonne tortili e decorazioni dell’arco trionfale. Il tutto sarà perduto nel XVIII secolo.

A quanto pare, Firrera morì intorno al 1675: per il completare il lavoro, la compagnia ingaggio nel 1677 Antonio Pisano, il quale, però dopo un paio di mesi, tirò le cuoia. Dato che si era sparsa la voce tra gli artisti palermitani che tale commissione portasse iella, i confrati dovettero sudare le sette camicie per trovare degli stuccatori. Alla fine, si rassegnarono a ingaggiare a Giacomo Serpotta e al fratello Giuseppe Serpotta, all’epoca perfetti sconosciuti, i quali terminano il lavoro nel 1682.

Dato che, per i successi professionali, Giacomo stava diventando esoso, nel 1686 l’incarico di decorare l’antioratorio fu affidato al solo Giuseppe Serpotta. Nuovi lavori furono eseguiti nel 1719. Sempre per colpa del solito Kemonia, il piano stradale si abbassò di colpo: di conseguenza, per accedere all’oratorio, fu costruito lo scalone monumentale. Inoltre, l’anno successivo, Procopio Serpotta, figlio di Giacomo, decorò la controfacciata.

Nel 1851, l’oratorio più antico, quello dell’icona bizantina fu reso impraticabile dall’alluvione del Kemonia: grazie a Gaspare Palermo, che nel 1858 cità i due oratorio

“in sito basso contiguo al Monistero di San Giovanni degli Eremiti e l’altro dirimpetto al primo

quello più antico dovrebbe coincidere con il nostro pub lo Spillo, cosa non c’entra nulla, che consiglio per la birra. Dalle piante della seconda metà dell’Ottocento, parrebbe che, poco prima del 1890, sia stata realizzata l’attuale piazzetta la relativa ristrutturazione della facciata, che non è quella originale barocca.

In San Mercurio, come negli altri oratori serpottiani, troviamo lo schema architettonico tipico degli oratori del periodo, nonostante leggere variazioni dovute perlopiù alle esigenze degli spazi urbani. La tipologia adottata è molto semplice e standardizzata, ma dal punto di vista architettonico è interessante scoprire come, proprio a partire da una scatola muraria sempre uguale, costituita una semplice aula unica rettangolare (oratorio), preceduta da un vestibolo d’ingresso (antioratorio) e seguita da un vano minore che ospita l’altare (presbiterio), si sia riusciti ad inventare maniere nuove di cadenzare lo spazio e di rapportare questo alla veste decorativa.

L’antioratorio, dotato di un ingresso posto sempre ad una quota superiore al livello stradale, è disposto in modo trasversale rispetto all’aula, sulla quale si apre con un doppio ingresso, realizzato da due porte simmetriche. L’aula unica aveva sia una funzione di culto, durante le celebrazioni, che una funzione laica, come spazio di riunione per le Confraternite. Queste due funzioni influenzavano l’articolazione e la fruizione dello spazio interno. Infatti, sebbene oggi spesso siano andati persi alcuni arredi, sappiamo che tra le due porte si trovava un seggio dei superiori della Confraternita, mentre sui lati lunghi erano simmetricamente disposte le panche lignee per le assemblee; al di sopra delle panche correva una cornice continua in aggetto che delimitava lo schienale, solitamente rivestito in stoffa.

Al di sopra di tale alta finitura basamentale si aprivano ampie finestre, 3 o 4 per lato, sebbene l’ostruzione da parte di altri edifici abbia a volte costretto a realizzare su di un lato delle false finestre per rispettare comunque la simmetria della navata. L’aula unica con unica copertura, la disposizione delle panche fronteggianti e la luminosità diffusa facevano di tale spazio un perfetto luogo di confronto tra pari (i confratelli), con la sola eccezione dei superiori. D’altra parte, il vano che ospitava l’altare rimaneva distinto dall’aula dietro un’apertura riproducente il motivo dell’arco trionfale; oltre a ciò il presbiterio era impostato su di una quota leggermente superiore ed aveva una copertura a parte (volta o cupola) ed una illuminazione indipendente (diretta o indiretta a seconda della soluzione architettonica scelta). Al momento della celebrazione, invece, lo spazio interno doveva essere vissuto con una maggiore direzionalità longitudinale, secondo l’asse ingresso-altare.

Come si declina questa struttura in San Mercurio? Purtroppo, a causa delle complesse vicende dell’oratorio, molti elementi sono poco leggibili. Ad esempio, l’antioratorio è parzialmente occupato da un ingombrante meccanismo di collegamento verticale, costituito da una scala in legno e da un ponte, realizzato per permette l’accesso all’organo, che ha alterato i rapporti spaziali originali. Lo stesso si può dire per l’oratorio vero e proprio, in cui parte della cornice fu interrotta, dall’introduzione di altari laterali, oggi non più presenti.

Ora, rispetto altri oratori, la decorazione serpottiana è assai più sperimentale: sia perché l’artista doveva maturare il suo peculiare linguaggio, sia perché, probabilmente, doveva in qualche modo tenere conto di quanto realizzato dai precedenti decoratori. Sperimentalismo che si nota ad esempio dal fatto che la decorazione in stucco sia parzialmente slegata alla struttura architettonica dell’aula, utilizzando come riferimento solo le finestre e, cosa rarissima per Giacomo, per la presenza di una sorta di policromia, con la presenza di elementi decorativi color antracite.

L’articolazione delle pareti laterali è basata sul modulo ripetitivo della decorazione delle finestre, con doppie paraste ioniche, che reggono elaborate cornici accennando ad un movimento rotatorio, il quale fa dell’elemento verticale più interno quasi un pilastro a base romboidale: modulo che sappiamo essere stato impostato da Andrea Pisano e che Giacomo arricchisce e varia con l’introduzione dei suoi putti, che, con i loro diversi atteggiamenti, evitano la monotonia.

Abbiamo quindi

Prima finestra di destra: mostra un puttino impaurito aggrappato ad un angelo che scaccia i pericoli.

Seconda finestra di destra: mostra un puttino impaurito sostenuto da un angelo che preserva dal male.

Terza finestra di destra: mostra un puttino che rischia di cadere mentre un angelo lo salva legandolo con la propria veste e rischiando lui stesso di precipitare.

Prima finestra di sinistra: mostra un angelo che stimola al bene nell’azione di spingere un puttino indeciso. Ai lati due puttini in posizione particolare tentano di baciarsi, in riferimento alla frase contenuta nella Bibbia, Salmo 85, 11 Giustizia e Pace si baceranno.

Seconda finestra di sinistra: mostra un angelo e un puttino che indicano il cielo e richiamano a guardare in alto. Un cartiglio riporta la data 1678, scoperta da Donald Garstang.

Terza finestra di sinistra: mostra un angelo che rassicura un puttino; entrambi convergono legati da una veste.

Al di sopra delle finestre corre un’alta trabeazione decorata con dentelli ed ovuli, in un corretto stile ionico chiuso da una cornicetta lignea nera, su cui si imposta la volta del soffitto. Sulla parete dell’ingresso rigira il motivo dei lati lunghi e si intravvede un timido tentativo, poi riproposto in modo estremamente più consapevole a San Lorenzo, di strutturare il supporto murario coinvolgendolo nella decorazione con la presenza di una parasta angolare in leggero aggetto, poggiata su di un risvolto della cornice delle panche, prolungata fin sotto all’architrave ed avente aggettanti ripercussioni sulla trabeazione ionica.

Procopio Serpotta completò la decorazione mostra un organo dipinto con attorno angeli musici (che suonano un violoncello e un cembalo) e putti cantori con spartiti. La cantoria in ferro battuto sovrasta un cartiglio, con inciso l’appello di unità che San Paolo rivolge ai cristiani di Efeso, e una nicchia che ospita lo scranno dei superiori della Compagnia.

Sul lato opposto,invece, il presbiterio si apre sull’aula con un arco trionfale su di una parete che poco ha in comune con la sistemazione degli altri tre lati: sono qui eccezionalmente presenti motivi dorati (questo fatto può essere, però, conseguente al restauro) e modanature notevolmente semplificate.

Le decorazioni dell’arco trionfale e delle pareti attigue fu infatti realizzata da Gaspare Firriolo, genero di Procopio Serpotta e raffigura festoni che intrecciano Palme del martirio, lance, altre armi ed ulteriori emblemi di San Mercurio. Al centro dell’arco vi è un cartiglio con inciso in latino ”di lui è la cura per voi”, frase di protezione da parte del Santo che allude anche alla missione principale della Compagnia della Madonna della Consolazione. Di fatto, la semplificazione dell’apparato decorativo, ispirato a quello di Santa Cita è una testimonianza del passaggio della sensibilità rococò a quella neoclassica.

A completare il tutto, il pavimento, risalente al 1714, realizzato in maioliche da Lorenzo Gulotta (o Maurizio Vagolotta) e da Sebastiano Gurrello, purtroppo danneggiato dallo scorrere del Tempo.

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