I musei civici di Vasto

Palazzo d’Avalos

Jacopo Caldora è assai poco noto, come capitano di ventura, eppure fu, a inizio Quattrocento tra i più famosi e rispettati condottieri: fu, ad esempio, colui che sconfisse e uccise Braccio da Montone e catturò Niccolò Piccinino ed il Gattamelata nella guerra dell’Aquila.

Questo immeritato oblio dipende forse dal fatto che la maggior parte delle sue imprese militari riguardarono le guerre civili del Regno di Napoli: argomento interessante, degno di un romanzo di Martin, ma che è poco bazzicato a scuola.

Come scrive bene Gothein ne Il Rinascimento nell’Italia meridionale

Caldora superava gli altri per fama di spirito cavalleresco e di magnanimità. Certamente non avea bisogno di procacciarsi la sussistenza, militando sempre ora per questo ora per quello stato; avendo per eredità una grande potenza – la sua casa era la più considerevole negli Abruzzi – poté fin da principio fare una politica propria. Diventò col tempo un forte guerriero, e, condottieri della sua scuola si sparsero e si fecero onore in tutta l’Italia; ma non condusse quasi mai una guerra che non fosse di suo interesse immediato, e che quindi non si combattesse a Napoli o ai suoi confini. Ciò nonostante la maggior parte degli stati gli mandarono stipendi regolari nel suo paese, solo per non essere attaccati da lui.

Da buon uomo del Rinascimento, amava la letteratura e l’arte, tanto da avere un suo architetto personale, il tanto geniale e misconosciuto Taccola, noto inventore di macchine: Caldora, oltre che utilizzarlo per le sue necessità belliche, Taccola era famoso per gli artifici con cui faceva crollare le mura delle fortezze nemiche, lo sfruttò, primo di una lunga serie di signori rinascimentali, per sistemare l’urbanistica di Vasto e trasformarla in una sorta di città ideale.

Taccola concepì il piano regolatore della città, ispirato ai principi di Ippodamo di Mileto, progettò il castello di Vasto, che adattava la pianta tipica delle costruzioni sveve all’architettura a bastioni del Quattrocento e una reggia, per testimoniare la ricchezza e la potenza del suo protettore. Sappiamo che Caldora nel 1427 pagò un indennizzo per i frati agostiniani, per comprare il loro giardino, allo scopo di realizzate il palazzo concepito dal Taccola, che Flavio Biondo, l’umanista autore tre guide documentate e sistematiche alle rovine dell’antica Roma, che gli diedero la fama di essere il primo degli archeologi, definì superbissimo.

Della costruzione originaria non rimangono altre descrizioni né in particolar modo immagini. Comunque l’esame dei muri fa intendere che il palazzo originario avesse all’incirca lo stesso perimetro, la stessa altezza e lo stesso numero di piani dell’attuale palazzo d’Avalos, che ha preso il suo posto. Però, negli ultimi anni i restauri hanno evidenziato come il Taccola tentò di realizzare una sintesi culturale, per l’epoca, audacissima, che è tra i modelli del complesso, variagato e, per colpa del solito Vasari, sottovalutato Rinascimento meridionale. Da una parte impostò un’articolazione degli spazi architettonici ispirata a Vitruvio, analoga a quanto concepito da Brunelleschi nel Palagio di Parte Guelfa a Firenze: dall’altra, adottò audacissime soluzioni strutturali derivate dal gotico catalano e maiorchino, che alleggerendo la struttura, rendeva più economica e veloce la costruzione rispetto ai modelli toscani. A tutto ciò si univa, nelle trifore e nei portali, una ricchezza decorativa ispirata invece al gotico francese.

Il 15 novembre 1439, Caldora fu colto improvvisamente da un’emorragia cerebrale o da un colpo apoplettico che lo portò alla morte:

«…E mentre quelli travagliavano di accordare i soldati, e ei passeggiava per lo piano, discorrendo co’l Conte d’Altavilla [Luigi di Capua], e con Cola di Ofieri, del modo che potea tenere per passar à Napoli, li cadde una goccia dal capo nel cuore, che bisognò che ‘l Conte lo sostenesse che non cadesse da cavallo, e disceso, da molti che concorsero fù portato al suo padiglione, dove poche hore dopò [alle ore 23:00] uscì di vita à 15 di novembre 1439. Visse più che settant’anni in tanta prospera salute, che quel dì medesimo si era vantato, che haveria di sua persona fatto quelle prove, che facea quando era di venticinque anni, fù magnanimo, e mai non volle chiamarsi, nè Principe, nè Duca possedendo quasi la maggior parte di Abruzzo, del contado di Molise, di Capitanata, e di Terra di Bari, con molte nobilissime città, mà li parea che chiamandosi Giacomo Caldora superasse ogni titolo, hebbe cognitione di lettere, e amava i capitani letterati più che gl’altri

Vasto fu lasciata in eredità al figlio primogenito Antonio Caldora, che ottenne dal Re Renato d’Angiò anche il titolo di viceré del Regno di Napoli: con la vittoria aragonese, Antonio perse tutto e il feudo fu affidato alla famiglia spagnola dei Guevara, che a quanto pare, completarono il palazzo. Dopo varie vicende Vasto nel 1496 passò ai d’Avalos, i quali si trasferirono in massa nell’ex Palazzo Caldora, che divenne il centro direzionale e amministrativo della città: oltre ai nobili, vi dimoravano ufficiali, assessori ed altri funzionari oltre al vice-marchese che curava la rappresentanza dei feudatari in loro assenza.

Nel 1456 forse il palazzo fu danneggiato da un terremoto, in seguito passò un periodo di oblio giacché il marchese Alfonso III si recava di rado nei suoi possedimenti abruzzesi. Per contro, nel 1552 furono ordinati dei restauri dal suo successore Francesco Ferdinando, un documento notarile custodito nell’Archivio di Stato di Lanciano attesta che i lavori principali interessarono volta, coperture, solai e tramezzature in legno. Successivamente Francesco Ferdinando, Gran Camerlengo del Regno di Napoli nel 1568, divenuto viceré di Sicilia, prese dimora a Palermo ed entro due anni dopo il palazzo di Vasto era stato distrutto dalle lotte degli Stati cristiani contro gli ottomani. Piyale Pascià, sconfitto l’anno precedente, volle prendersi nel 1566 una rivincita saccheggiando l’Italia meridionale assalendo anche Vasto approfittando dell’assenza del marchese. Il palazzo, quindi, fu assediato ed incendiato dalle truppe del pascià, indi bruciò per dieci ore.

Il palazzo rimase diroccato fino al 1573 quando l’Università, il comune per capirci, di Vasto ottenne da Isabella Gonzaga, vedova del marchese Francesco Ferdinando, il permesso di ristrutturare qualche locale dell’edificio come alloggio dell’ufficiale rappresentante, ma anche per restaurare alcuni ruderi che stavano minacciando di rovinarsi. Il rifacimento cominciò verosimilmente nell’angolo nord-ovest che corrisponde alla chiesa di sant’Agostino, attualmente chiamata chiesa di San Giuseppe, questi locali vennero chiamati, dopo il restauro, “quarto di Sant’Agostino”. I restauri furono continuati dal cardinale Innico d’Aragona fratello di Francesco Ferdinando e tutore del nipote Alfonso Felice, tuttavia, una sua lettera all’Università di Vasto afferma che i lavori non furono ultimati nel 1587. Il progetto della ricostruzione è ancora in fase di discussione, comunque Viti afferma fra Valerio de Sanctis, conventuale di San Francesco.

Il palazzo fu frequentato dai D’Avalos sino all’abolizione dei diritti feudali del 1799: da quel momento in poi cominciò la progressiva decadenza del complesso, che durò sino al 1974, quando il comune di Vasto acquistò il palazzo dalla famiglia d’Avalos ed in seguito l’ha fatto restaurare fondandovi vari musei

Il primo è il Museo Archeologico è uno dei più antichi d’Abruzzo, fondato nel 1849 come Gabinetto Archeologico Comunale di Vasto con manufatti messi a disposizione dai cittadini e ampliato con i reperti raccolti dallo storico direttore Luigi Marchesani nel corso di rinvenimenti in città e nel territorio. Ospitato inizialmente nel palazzo comunale, fu in seguito trasferito al piano terreno di Palazzo d’Avalos. Al suo interno sono conservati reperti archeologici che testimoniano fasi storiche dall’età del ferro al periodo frentano (dal IX al III sec a.C.), dalla fondazione e sviluppo della città romana di Histonium all’Altomedioevo. Da ricordare i corredi funebri delle necropoli del Tratturo e di Villalfonsina, i bronzetti votivi dei santuari locali tra cui il guerriero offerente con corazza anatomica e per la fase romana il sarcofago bisomo di Publius Paquius Scaeva. Quello attuale è il frutto dell’ultimo allestimento del 1998, quando il museo fu riaperto dopo un periodo di chiusura per consentire lavori di restauro e consolidamento del complesso architettonico.

Vi è poi il il Museo del Costume, istituito nel 2000 ad iniziativa del Lions Club Vasto Adriatica Vittoria Colonna, espone preziosi abiti e corredi abruzzesi databili dagli inizi dell’800 ai primi del 900, donati da famiglie vastesi che hanno così voluto contribuire alla costituzione di questa singolare raccolta. L’artista illustratore vastese operante a Genova Pier Canosa ha ulteriormente arricchito la raccolta con una serie di splendide litografie raffiguranti i tradizionali costumi dei centri dell’Abruzzo. Con “costume” si intende l’insieme di abbigliamento, lingérie, tovagliati, lenzuola, dunque il guardaroba di un tempo, e cioè il corredo che accompagnava le donne quando, spose, lasciavano la casa paterna. Ad affiancare il corredo ci sono culle, port-enfants, corredini per neonati, attrezzi da lavoro femminile. Inoltre rivivono sui manichini abiti da cerimonia, compreso un abito da sposa del ‘700, donato dalla famiglia Castelli, e abiti di carattere ufficiale.

Terzo museo è la Pinacoteca storica, fondata per custodire le opere donate alla città nel 1898 da Giuseppe, Filippo, Nicola e Francesco Paolo Palizzi e da alcuni privati. I quattro fratelli, tutti pittori, a partire dal 1836 si trasferirono a Napoli per completare la loro formazione artistica già iniziata a Vasto. Nel fervido ambiente napoletano entrarono in contatto con le idee innovative della Scuola di Posillipo, partecipando ai movimenti che miravano al rinnovamento della pittura di paesaggio rispetto al vedutismo settecentesco e alla pittura aulica neoclassica. Nel corso del tempo, grazie anche ai soggiorni parigini, giunsero tutti variamente a una maggiore aderenza ai modi della realtà, dipingendo dal vero e attraverso la conoscenza e lo scambio con artisti e movimenti europei. Fra le opere esposte ricordiamo di Filippo Palizzi, il più noto dei fratelli, i Due Pastorelli, Olanda, il Muletto. Oltre alle opere dei Palizzi la pinacoteca annovera anche opere di Gabriele Smargiassi, Francesco Paolo Michetti e Giulio Aristide Sartorio.

Infine, sempre nel palazzo è custodita la Collezione di Arte Contemporanea, che trae origine dalla mostra permanente Mediterrania, frutto della donazione Paglione-Olivares alla città di Vasto. Sono ottanta opere di quattro artisti italiani (Bonichi, Carmassi, De Stefano, Falconi) e quattro spagnoli (Mensa, Orellana, Ortega, Quetglas)

A suo modo, costituisce un museo anche lo spettacolare giardino napoletano, rivolto verso il mare, è stato riportato all’antico splendore da un restauro che gli ha restituito l’originale impianto tardo settecentesco. La suggestiva organizzazione del giardino, a croce con pergolato su colonne, è una soluzione molto frequente nei chiostri e nei giardini napoletani dell’età barocca (basti pensare al celeberrimo chiostro di Santa Chiara). Al centro, dove ancora si trova un pozzo fra quattro sedili ricoperti in maioliche (da restauro), sorgeva un padiglione sorretto da colonne, oltre a due fontane ornamentali con giochi d’acqua. In origine esisteva anche un ninfeo, nel piccolo ambiente che si apre sulla destra, coperto a volta, con due piccole nicchie laterali in origine rivestite in conchiglie. Lo spazio del giardino prosegue nel giardinetto, terrazza panoramica rivolta verso il mare.

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