San Tommaso in Formis

Facciata chiesa

San Tommaso in Formis, situato a margine della Villa Celimontana, fu fondata intorno all’anno 1000, come chiesa abbaziale di un monastero benedettino. Il suo ingresso è presente in via di San Paolo della Croce 10, accanto all’Arco di Dolabella e Silano, che sostiene le grandi arcate dell’Acquedotto Neroniano: infatti il termine “in formis” significa proprio “presso l’acquedotto”.

La prima traccia documentaria della chiesa, però, risale al 1207, quando l’intero complesso fu donato da papa Innocenzo III al santo catalano Giovanni de Matha, fondatore dell’Ordine dei Trinitari, dedicato all’opera di liberazione dalla schiavitù, in particolare il riscatto dei cristiani caduti prigionieri dei mori.

Nel 1209 Giovanni adattò parte del monastero ad ospedale per assistere poveri, infermi, pellegrini e schiavi riscattati, secondo gli scopi propri dell’Ordine; ospedale che nelle cronache dell’epoca è noto come “Tommaso iuxta formam claudiam”, ossia “presso l’acquedotto Claudio”. Proprio quell’anno, San Francesco di Assisi si recò a Roma per ottenere l’autorizzazione della regola di vita, per sé e per i suoi frati, da parte di papa Innocenzo III. Giovanni de Matha, vedendolo mendicare fuori del Laterano in attesa che il Papa lo ricevesse, lo accolse nella sua chiesa di san Tommaso dove lo rifocillò. I due Santi divennero così amici. Successivamente Francesco dimorò più volte nel monastero annesso alla chiesa ospite dei Trinitari.

Le spoglie di Giovanni furono tumulate nella chiesa alla sua morte, il 17 dicembre 1213, per poi essere trasportate solennemente in Spagna nel XVII secolo. Nel 1217 papa Onorio III con la bolla Ordine Sanctissimae Trinitatis dotò la chiesa di San Tommaso e San Michele Arcangelo de Formis di vari beni a Roma e nei dintorni e e Urbano IV nel 1261 nominò protettore dell’Ordine il cardinale Riccardo Annibaldi della Molara.

Nel 1379 i Trinitari dovettero abbandonare Roma ed il complesso di San Tommaso, cacciati da papa Urbano VI per la loro adesione all’antipapa Clemente VII; in quell’occasione, il papa nominò amministratore dell’ospedale e dei suoi beni il cardinale Poncello Orsini. Dieci anni dopo, sotto Bonifacio IX, ospedale, chiesa e monastero passarono al Capitolo Vaticano, che dapprima vi tenne un proprio custode e poi affittò gli immobili. Nel 1532 si pose mano ad un primo restauro del complesso; nel 1571 Pio V restituì la chiesa, l’ospedale e il convento ai Trinitari, che li persero nuovamente alla morte del papa. Nel 1663 la chiesa fu completamente ricostruita nelle forme attuali dal Capitolo Vaticano

Dopo alterne vicende, nel 1898 il Capitolo Vaticano, per il centenario della fondazione dell’Ordine, lo restituì ai Trinitari che tuttora ne dispongono. Tuttavia, quando la chiesa fu finalmente riaperta al culto (1926), le strutture dell’Ospedale erano già state completamente distrutte per la costruzione della sede dell’Istituto Sperimentale per la Nutrizione delle Piante (1925), che era nato come Stazione Agraria Sperimentale nel 1871, assumendo poi la denominazione di Stazione Sperimentale di Chimica Agraria nel 1880.

Per chi non lo sapesse, quest’ente di ricerca si occupa di sviluppare le conoscenze sui problemi legati al suolo agrario e a una sua buona gestione politico-amministrativa. Tra i suoi obiettivi c’è lo sviluppo delle tecniche per il miglioramento della crescita delle piante e delle produzioni agrarie, basate su progressi della fisiologia vegetale, ma anche progetti di studio e salvaguardia del suolo, nonché di informazione e divulgazione scientifica, con l’utilizzo delle tecnologie informatiche in agricoltura.

Nella sede di Roma, tra l’altro, è tra l’altro presente una straordinaria biblioteca legata alle tematiche dell’agricoltura, la cui consistenza, tra libri, opuscoli, periodici e qualche manoscritto, ammonta a circa 20.000 unità, che coprono il periodo dal 1700 al 1950. La Biblioteca vanta, oltre che testi antichi e moderni di particolare valore storico-scientifico, libri rari e di grande pregio, pubblicati sia in Italia che all’estero nel corso dei secoli XVIII e XIX.

Tornando alla chiesa di San Tommaso in Formis, percorrendo lo stretto andito scoperto che conduce all’ingresso vero e proprio si può notare come questa sfrutti in basso un muro in opera mista di reticolato e mattoni di epoca romana, poi sopraelevato in epoca medioevale a tufelli. Ulteriori sopraelevazioni della chiesa si ebbero nel sec. XVII, quando furono chiuse le antiche finestre e aperte tre finestre rettangolari per parte; allora fu anche rifatta la facciata spartita da lesene con porta unica e sovrastante finestra.

Sulla porta è scritto:

Divo Thomae apost(olo) d(icatum).

Sulla destra della facciata è murato un emblema di san Bernardino (sec. XV) con il Nome di Gesù in lettere gotiche entro un cerchio radiante. La costruzione antica, visibile da Villa Celimontana, aveva apparentemente solo due finestre a sesto semicircolare per parte; esse furono ridotte di ampiezza in alto e lateralmente con murature a strombo; la parte restante era occupata da una transenna in travertino. L’abside semicircolare termina con una cornice a mensole. All’interno, ad un’unica navata, nulla rimane della decorazione medioevale.

Sull’altare maggiore spicca un dipinto moderno di Aronne del Vecchio raffigurante Gesù che invia san Giovanni de Matha. Le sette vetrate che riempiono di luce la chiesa sono opere moderne di Samuele Pulcini collocate qui nel 2000, in occasione del Grande Giubileo.

Sopra l’Arco di Dolabella è la Cella, oggi trasformata in oratorio, dove Giovanni de Matha, secondo una tradizione che risale al sec. XVIII, abitò dal 1209 e nella quale si spense il 17 dicembre 1213; erano in origine due vani cui si accede da una scaletta a chiocciola terminante in una piccola loggia, il tutto ricavato in un pilone dell’acquedotto neroniano.

L’Ospedale consisteva in una lunghissima corsia illuminata da ventisei finestre; unico superstite, sulla testata è ora il grande portale marmoreo a sesto semicircolare su via della Navicella (ora è stato ridotto di proporzioni per l’inserimento di una porta rettangolare), del tempo di Innocenzo III, firmato sull’estradosso da Iacopo e dal figlio Cosma (+ Magister Iacobus cum filio suo Cosmato fecit hoc opus). Sopra il portale è una edicola, pure in marmo, con due colonnine, che racchiude l’emblema a mosaico dell’Ordine dei Trinitari sormontato da una croce: Cristo in trono con ai lati due schiavi liberati, uno bianco e uno nero; intorno è la scritta:

Signum Ordinis Sanctae Trinitatis et Captivorum

Del Monastero invece resta una parte della facciata laterizia medioevale con finestrelle rettangolari in marmo e una porta a sesto acuto in peperino, al numero 2 di via della Navicella.

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