Pirro (Parte III)

Statere di Alessandro il Molosso

Pirro, dalle complesse vicende macedoni aveva imparato una dura lezione: l’Epiro non aveva né le risorse umane, né economiche per potere svolgere una politica di potenza. In più, non poteva contare sull’appoggio deciso dei suoi alleati tra i diadochi, sospettosi delle sue ambizioni. Per trovare uomini e denaro, decise di guardare in quella zona, tanto ricca, quanto a prima vista, facile a conquistarsi: le colonie greche in Sud Italia e in Sicilia.

Dal 350 a.C. in poi entrambe le zone erano in forte crisi geopolitica: se la Sicilia subiva la pressione cartaginese, sempre sul punto di essere annessa nell’epicrazia, la Magna Grecia era vittima dell’espansionismo delle popolazioni di lingua e cultura sannita, come i Lucani. Per contenerla, Taranto aveva chiesto spesso e volentieri aiuto ad avventurieri e capitani di ventura provenienti dalla Grecia. Nel 342 a.C. Taranto, per risolvere il problema, chiese aiuto alla sua antica madrepatria, Sparta, che inviò in aiuto ai suoi coloni uno dei suoi re: Archidamo III.

Figlio e successore di Agesilao, nato intorno al 400, Archidamo salì al trono all’età di circa 40 anni, poiché Agesilao morì nel 361. Ma la sua attività fu considerevole anche come principe reale. Lo si trova la prima volta quando, insieme col re Cleombroto, intercedette per l’assoluzione di Sfodria, che aveva tentato un colpo di mano sul Pireo mettendo Atene nella necessità di fare la guerra. Nella battaglia di Leuttra, al posto del padre vecchio e malato, riordinò come poté l’esercito sgominato e operò come meglio era possibile la ritirata. Anche dopo l’invasione di Epaminonda nel Peloponneso, diede prova di talento militare e coraggio, assalendo insieme col corpo di truppa mandato da Dionisio di Siracusa e devastando la parte orientale dell’Arcadia, nella quale circostanza sottomise Carie e devastò la Parrasia. Quando Arcadi, Argivi e Messeni tentarono, in seguito al ritiro del contingente siciliano, richiamato da Dionisio, di tagliare all’esercito spartano la ritirata, Archidamo inflisse loro nel 368 una notevole disfatta, in cui non morì neanche uno Spartano: onde lo scontro fu chiamato battaglia senza lacrime. Nell’anno 364 assalì, a richiesta degli alleati Elei, l’Arcadia sud-occidentale, e lasciò nella fortezza di Crommio un presidio, il quale fu assediato dagli Arcadi. Archidamo, nel suo tentativo di rompere l’assedio, ebbe un insuccesso, e fu anche ferito. Poco prima della battaglia di Mantinea si adoperò con ardore a difendere Sparta. Agesilao morì nel 361-60, e, come si è detto, Archidamo III gli successe sul trono.

Nei primi anni del suo regno scoppiò la guerra sacra, ed egli fu alleato di Filomelo, secondo una tradizione poco credibile, per essere stato da questo corrotto, insieme con la moglie Dinica. Spesso guidò gli eserciti in tale periodo, ma nell’ultimo anno di guerra, ripudiato da Faleco, l’ultimo duce focese, raccolse i mercenarî focesi, mentre gli veniva domandato aiuto dai Tarantini minacciati e assaliti dai limitrofi popoli barbari, Messapi e Lucani. Non si diresse immediatamente verso l’Italia, ma si recò a Creta, dove rifondò la città di Litto distrutta da Faleco.

Purtroppo le fonti storiche sono molto scarne sulla spedizione di Archidamo: si ha notizia che perse la vita nel tentativo di espugnare la città di Manduria, a causa di una freccia lucana. Plutarco, che si vantava di essere “esperto di giorni”, ferma la scomparsa del prode spartano al 7 di metagitnione, nome del secondo mese del calendario attico e ionico e corrispondente all’ultima parte dell’estate (per cui è ragionevole stimare un 3 agosto). Data affatto fausta per la causa greca poiché nello stesso giorno, a Cheronea, in Beozia, la Lega Achea, composta da forze tebane e ateniesi, veniva sconfitta dall’esercito di Filippo II di Macedonia. Sulla condotta dei tarantini nella guerra non si sa nulla, ma di sicuro l’alleanza con Archidamo si mantenne solida; tanto che, dopo la morte del condottiero, Taranto fece di tutto per riavere le spoglie del re.

Morto Archidamo, Lucani e Messapi rialzarono la testa: per tenerle a bada, allora i tarantini si rivolsero a un antenato di Pirro, Alessandro I, detto il Molosso. Alessandro era il sovrano dell’Epiro, fratello di Olimpiade e marito di Cleopatra, rispettivamente madre e sorella del suo più famoso nipote Alessandro Magno.Nel 334/333 a.C., mentre l’Alessandro macedone dichiarava guerra alla Persia, il Molosso sbarcò con un esercito numeroso sulle coste italiche.

Gli attacchi del Molosso si concentrarono dapprima su Eraclea (strappata ai Greci nel 338, ora riconquistata a danno dei Lucani), poi sull’area tirrenica con l’occupazione della capitale dei Bretti, Cosenza. Avanzò poi in Apulia fin presso Arpi, riuscendo ad occupare il suo porto di Siponto. Dopo essersi alleato con i Iapigi contro i Sanniti che li minacciavano da nord-ovest, sperando di recuperare Posidonia, già caduta nelle mani dei Lucani, avanzò fino al Silaro (Sele) e li vinse in battaglia. Il susseguirsi dei successi, seppur effimeri, che avevano garantito una certa sicurezza alle poleis magno-greche, non ebbe però lunga durata.

Nonostante i successi bellici, le azioni di Alessandro iniziarono ad irritare Taranto. Il re epirota spostò la sede della Lega Italiota da Eraclea a Turi, e questo provocò agitazione nel governo tarantino, in quanto delegittimava la leadership della città ionica sulla Lega stessa. Il controllo di quest’ultima passava direttamente nelle mani del Molosso, che perseguiva propri fini di conquista, puntando a formare un proprio “impero” nel territorio italico, cosa che i tarantini non volevano.

A peggiorare il tutto, furono i rapporti tra Alessandro il Molosso e i Romani: dato il comune nemico sannita, stabilirono un’alleanza tra loro, per spartirsi il sud Italia. Taranto, invece, temeva, a ragione come la sconfitta sannita, portando i romani a contatto con territori dell’orbita tarantina, avrebbe sostituito un cattivo problema con uno pessimo. Per evitare tale scenario, Taranto ruppe con Alessandro il Molosso uscendo dall’alleanza e quindi sottraendogli un appoggio essenziale.

Dinanzi alla defezione delle poleis della Magna Grecia, Alessandro il Molosso si ritrvò ben presto isolato e senza appoggi. Così nel 330 fu ucciso a tradimento da un esule lucano mentre cercava di ritirarsi attraversando un fiume, mentre il suo esercito veniva sconfitto da Lucani e Bretti (con cui la stessa Taranto aveva stretto alleanza) a Pandosia sul Crati.

Così racconta la sua morte Tito Livio

Egli (Il Molosso) aveva attorno di sé duecento esiliati Lucani, ai quali accordava la sua confidenza; senza pensare che una simil sorta di gente ha sempre la fede mutabile secondo la fortuna. Intanto per le piogge continue, le quali giunsero ad inondare le vallate, e a separare le altezze (colline) ne avvenne che l’esercito restò assolutamente diviso in tre bande; in guisa che l’una non poteva porgere aiuto all’altra.

Due di queste bande poste sopra i due colli, nei quali non stava la persona del Re, furono all’improvviso oppresse e rotte dalla subitanea venuta ed assalto dei nemici i quali tutti poi si volsero ad assediare il Re medesimo, sul terzo colle. Ciò vedendo quei duecento esuli Lucani si affrettarono a mandare messaggi ai compatrioti per trattare della loro restituzione in patria; e, avendone ottenuto il consenso, promisero di dare nelle loro mani il re, o vivo o morto. Ma Alessandro, allora, con una sola compagnia di uomini scelti eseguì un’ardita impresa. Attaccò, corpo a corpo, il capitano dè Lucani e l’uccise; dopo di che, avendo raccolto i suoi che fuggivano dispersi, giunse ad un fiume, in cui le recenti ruine di un ponte indicavano il passaggio. Nel mentre che l’armata traversava questo guado difficile, un soldato stanco ed affamato dalla fatica, maledicendo al fiume e rimproverandogli quasi il suo nome abominando, esclamò:

” Giustamente sei chiamato Acheronte!”.

A questa esclamazione il Re si arrestò turbato; si ricordò del destino che gli era stato predetto; e, rimasto alquanto sospeso, ondeggiava incerto se doveva, o no, passare alla opposta riva del fiume. Allora Solimo, uno dei suoi ministri, vedendolo esitare in un pericolo così presente, gli dimadò che intendeva fare, e così dicendo, gli indicò i Lucani, che cercavano di sorprenderlo. Infatti, Alessandro vedendoseli veramente arrivare in folla, non tardò ad imbrandire la spada, e a spingere il suo cavallo per passare il fiume e già, uscito dalla profondità delle acque, era giunto nel guado sicuro, quando uno di quegli sbanditi Lucani con un dardo lo passò da un canto all’altro.

Cadde da cavallo il misero col dardo infisso nella ferita, ed il fiume lo trasportò sino alle poste dè nemici. Colà il cadavere fu preso, e lacerato in una orribile maniera. Lo divisero in due parti; l’una mandarono a Cosenza, e l’altra serbarono con loro a straziarla. Frattanto che si divertivano a maltrattarlo, facendolo bersaglio a colpi di pietre e di giavellotti tirati da lontano, una donna, mescolandosi alla turba, che fuori ogni modo dalla umana rabbia incrudeliva, pregò che si facesse sosta alquanto; e, ciò fattosi, disse loro lacrimando che d’essa aveva il marito ed i figlioli prigionieri in Epiro, e com’essa sperava poterli riscattare col corpo del Re, quantunque straziato e mutilo si fosse.

Così finì quel giuoco crudele. Quello che avanzò delle membra fu sepolto a Cosenza per cura di una sola donna: le ossa furono mandate ai nemici a Metaponto: indi trasportate in Epiro alla moglie Cleopatra, ed alla sorella Olimpiade, delle quali una fu madre di Alessandro Magno e l’altra sorella.

Dopo la morte del condottiero epirota, la situazione per Taranto non migliorò. Il problema messapico rimaneva invariato, ma ancor più preoccupante era l’avanzata romana verso sud. Nel 327 a.C. Neapolis cadde per mano di Roma e Taranto non riuscì ad impedirne la sconfitta. La vicinanza romana esortò gli Apuli a stipulare un’alleanza con la nuova potenza egemone; i Lucani stessi si avvicinarono ai latini, che progettavano il colpo finale ai Sanniti. Il governo tarantino, per rallentare la marcia romana, con una certa furbizia diplomatica che l’aveva sempre contraddistinto nella sua lunga storia, riuscì a scatenare contro Roma i Sanniti e gli stessi Lucani, richiamando le stesse origini doriche che univano come fratelli i tarantini con gli italici. Questi ultimi, convinti dalle parole della polis greca, si scagliarono contro i Romani, i quali tennero testa ai loro nemici avanzando in territorio lucano ma soprattutto in quello apulo, avvicinandosi pericolosamente alla città ionica.

Nel 304 a.C. i Lucani si allearono ai romani; da parte loro, i tarantini, intuendo il pericolo, richiesero ancora una volta aiuto alla madrepatria Sparta, la quale ne approfittò per appioppare alla sua vecchia colonia una sorta di pericolo pubblico, Cleonimo, figlio di Cleomene II, escluso per il suo carattere violento dalla successione al trono in favore di Areo I.

Cleonimo, Sbarcato a Taranto con 5000 mercenari laconi, organizzò in fretta e furia un esercito di più di 20.000 fanti e 2000 cavalli, cosa che riportò a miti consigli Romani e Lucani. Dopo aver scacciato i Lucani da Metaponto, lo spartano entrò in città da conquistatore, perseguendo ogni sorta di abusi sulla cittadinanza. I greci, irritati dal suo comportamento, lo costrinsero ad abbandonare la penisola italica, rifugiandosi nell’isola di Corfù. Cleonimo voleva vendicarsi dell’affronto subito: sbarcò allora sulla costa salentina e marciò verso Taranto che, incredibilmente, per fermare l’invasione, riuscì a stipulare un accordo con i suoi nemici: i Messapi e i Romani. I vecchi avversari si incontrarono sotto le mura di Thuriae, ed insieme ricacciarono Cleonimo e i suoi mercenari in mare.

Dopo questo insuccesso, tra l’altro Cleonimo ne combinò un’altra delle sue into dai venti dell’Adriatico, approdò con la sua flotta ai lidi veneti. Gli esploratori inviati per verificare la situazione del territorio, lo informarono che vi era un sottile cordone litoraneo, poiché oltrepassati gli sbocchi marittimi, vi erano i bacini lagunari e che si potevano vedere, piuttosto vicine, campagne coltivate e, più in fondo, delle alture, i Colli Euganei. Appena fu informato che vi era anche la foce di un fiume profondo, era il Brenta, dove le navi potevano essere messe al sicuro, ordinò che la flotta risalisse il corso d’acqua. Tuttavia, le navi più grandi non riuscirono a risalire il fiume; allora, fatto passare un considerevole numero di soldati sulle navi più leggere, egli raggiunse tre villaggi popolati. I soldati spartani devastarono e saccheggiarono la zona al margine della laguna veneta, fecero razzia di uomini e di greggi, incendiarono le abitazioni e si diressero verso altri villaggio. Giunta notizia a Padova, scrive lo storico Livio, subito i patavini decisero di muovere contro il nemico. Divisi in due schiere, si portarono rapidi nei luoghi assaliti e dove avevano preso ormeggio le navi del nemico, sorpresero i soldati, li assalirono, li inseguirono e ne distrussero alcune imbarcazioni.

Cleonimo, vinto dai Patavini, fu costretto a ritirarsi precipitosamente verso il mare, con appena un quinto della sua flotta. Livio racconta, quindi, dei Patavini che combattono per difendere villaggi lontani una ventina di chilometri dalla loro sede e situati alla foce del Brenta, ma non specifica in quale ramo terminale del fiume. L’identificazione, o una precisa ubicazione di questi villaggio, sono tuttora discusse. Considerando che nel basso medioevo, lungo il corso finale del Medoacus Maior, sorsero villaggi di notevole importanza, la maggior parte degli studiosi ritiene che gli Spartani siano entrati nel territorio patavino per le foci del Maior, dopo essere approdati nel lido di Malamocco e presume che i villaggi in questione debbano ricercarsi nelle aree basse di Sambruson, Lugo e Lova (dove un ramo dell’antico Brenta sfociava in laguna) e in quelle più alte di Campagna Lupia.

Nel 301, disperati, i tarantini chiamarono il solito Agatocle di Siracusa, che portò di nuovo l’ordine nella regione con la sconfitta dei Bruzi, imponendo la sua autorità alle città magnogreche. Cosa testimoniata anche da Aristotele che narra come il re dei Sicelioti trovasse sulle terre apule una torque appartenente al cervo che Diomede consacrò ad Artemide ed egli a sua volta lo dedicò a Zeus.

Ma dopo la morte di Agatocle, la pressione degli italici fu sostituita da una assai più aggressiva, quella romana…

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