Selinunte (Parte I)

Selinunte, l’antica città siciliota, deriva il suo nome dal sèlinon, il sedano, che cresceva abbondante nella sua zona e che divenne anche uno dei suoi principali articoli di esportazione, tanto da decorare le sue monete.

La città fu fondata da una procedente colonia greca in Sicilia, Megara Iblea, nel 650 a.C. tra le due valli del Belice e del Modione, su un luogo non interessato da precedenti insediamenti indigeni. Selinunte fondò a sua volta nel 570 a.C. Heraclea Minoa presso la foce del suo estremo confine meridionale, il fiume Plàtani. Grazie alla fertilità del suo territorio e agli ottimi rapporti commerciali con l’epicrazia cartaginese, l’insieme delle colonie puniche in Sicilia, raggiunse rapidamente la bellezza di 100.000 abitanti.

Dopo la vittoria siracusana ad Himera, per evitare rappresaglie, Selinunte non solo cambiò fronte, dichiarandosi fiera nemica dei punici, ma sfruttando cinicamente la nuova alleanza, cominciò a espandersi ai danni dei vicini, a cominciare da Segesta.

La rivalità tra Selinunte e questa città, scatenò numerose guerre: il primo scontro avvenne nel 580 a.C. dal quale Segesta uscì vittoriosa. Nel 415 a.C. Segesta chiese aiuto ad Atene perché intervenisse contro l’intraprendenza selinuntina supportata da Siracusa. Gli ateniesi presero come pretesto la richiesta di Segesta per intraprendere una grande spedizione in Sicilia ed assediare Siracusa. Evento concluso con un’epocale disfatta per gli ateniesi, che dovrebbe essere abbastanza noto ai più; così Tucidide racconta il triste destino degli sconfitti

Nelle cave di pietra il trattamento imposto nei primi tempi dai Siracusani fu durissimo: a cielo aperto, stipati in folla tra le pareti a picco di quella cava angusta, in principio i detenuti patirono la sferza del sole bruciante, e della vampa che affannava il respiro. Poi, al contrario, successero le notti autunnali, fredde, che col loro trapasso di clima causavano nuovo sfinimento e più gravi malanni. Per ristrettezza di spazio si vedevano obbligati a soddisfare i propri bisogni in quello stesso fondo di cava: e con i mucchi di cadaveri che crescevano lì presso, gettati alla rinfusa l’uno sull’altro, chi dissanguato dalle piaghe, chi stroncato dagli sbalzi di stagione, chi ucciso da altre simili cause, si diffondeva un puzzo intollerabile. E li affliggeva il tormento della fame e della sete (poiché nei primi otto mesi i Siracusani gettavano loro una cotila d’acqua e due di grano come razione giornaliera a testa). Per concludere, non fu loro concessa tregua da nessuna delle sofferenze cui va incontro gente sepolta in un simile baratro. Per circa settanta giorni penarono in quella calca spaventosa. Poi, escluse le truppe ateniesi, siceliote o italiote che avevano avuto responsabilità diretta nella spedizione, tutti gli altri finirono sul mercato degli schiavi.

Pochi però sanno che Siracusa subito dopo, organizzò una rappresaglia contro Atene, spedendo nell’Egeo una flotta costituita da 35 navi così suddivise: 20 siracusane; 2 selinuntine; 3 tarantine e 10 di Thurion. Al suo comando vi era uno dei principali responsabili della difesa della città siciliana, Ermocrate.

Spedizione che fu ben poco gloriosa: dopo avere conquistato Amorgo, a causa di una riduzione dello stipendio, imposta dalla tirchieria spartana, Ermocrate dovette fronteggiare una sorta di sciopero dei soldati e marinai, si trovò letteralmente in mezzo alla rivolta di Mileto contro Tissaferne, preso a randellate sia dagli Ioni, sia dai Persiani, per subire infine un’umiliante sconfitta a Cizico.

Dinanzi a tale fallimento, i siracusani, che si aspettavano ben altro risultato, condannarono all’esilio Ermocrate. Nel frattempo, Selinunte ricominciò a mettere a ferro e fuoco il territorio di Segesta: questa, non sapendo a chi santo votarsi, decise di chiedere aiuto a Cartagine, offrendo in cambio un tributo e la disponibilità a ospitare nel suo territorio presidi militari punici.

Per sua fortuna, era suffeta a Cartagine Annibale Magone, voglioso di vendicare il nonno Amilcare, sconfitto e ucciso durante Battaglia di Imera da parte dei Greci sicelioti nel 480 a.C. Annibale convinse il recalcitrante senato punico con due argomenti: una vittoria di Selinunte avrebbe significato un forte potere nell’ovest della Sicilia, in grado di minare gli interessi punici; la presenza di Segesta avrebbe ingrandito il dominio punico, senza arrischiarsi di entrare in guerra contro la forte Siracusa.

Nel 410 a.C. Annibale inviò un esercito di 5000 soldati africani e 800 mercenari italici (prima in servizio con la spedizione ateniese) in Sicilia, armando anche cavalieri per i soldati italici, mettendo le forze a stazionare a Segesta. Mentre le forze di Selinunte stavano saccheggiando il territorio di Segesta, si frammentarono in più gruppi a causa della negligenza, le truppe selinunte uscirono, catturarono i ladri selinuntini di sorpresa, infliggendo almeno 1000 perdite tra i greci e catturando tutto il bottino che avevano raccolto. Segesta era salva da attacchi greci per il momento, dato che i selinuntini si ritirarono nella loro città dopo la loro sconfitta.

Selinunte, temendo il peggio, chiese aiuto a Siracusa, che, però, impegnata nell’Egeo, decise di non decidere. Nel frattempo, il Senato cartaginese, dato il costo non indifferente di una guerra, cercò di trovare un accordo di compromesso, scaricando al contempo la patata bollente a Siracusa.

Mandò infatti un’ambasciata alla città siciliana, chiedendole da fare da arbitro nella disputa tra Segesta e Selinunte: in caso la polis aretusea avesse ordinato ai selinuntini di ritirare le proprie truppe dai territori adiacenti alla colonia megarese, i cartaginesi avrebbero a sua volta ritirato l’esercito mercenario posto a protezione di Segesta.

Selinunte, sempre convinta dell’appoggio militare siracusano, però rifiutò l’accordo. Cartagine a questo punto si aspettava che Siracusa rompesse i rapporti solidali con i selinuntini, ma il governo democratico di Diocle si mostrò abbastanza cauto decidendo di mantenere la symmachia (alleanza) con Selinunte, dichiarando di conseguenza con la stessa di condividerne amici e nemici, senza però voler rinunciare a mantenere la pace anche con Cartagine.

Dinanzi a questa posizione alla Ponzio Pilato, il Senato cartaginese ruppe gli indugi, lasciando carta bianca ad Annibale Magone, che si fece prendere la mano: si vantò infatti di avere 120 000 uomini e 4000 cavalieri reclutati dall’Africa, dalla Sardegna, dalla Spagna e anche dai greci di Sicilia, oltre che a volontari punici.

Con una scorta di 60 triremi ai soldati, furono traghettati dall’Africa a Mozia, in Sicilia, vettovaglie ed equipaggiamenti d’assedio da 1500 navi da trasporto nella primavera del 409 a.C. Annibale lasciò un giorno di riposo ai suoi soldati con gli ordini di restare fuori da Selinunte, catturando la città di Mazara, un avamposto sulla strada per Selinunte, per usarla come base logistica.

L’armata cartaginese portò con sé gli equipaggiamenti d’assedio a Selinunte, mentre la flotta era ormeggiata a Mozia. Selinunte, comunque, fu avvisata dell’avvicinamento di Annibale, dato che alcuni cavalieri avevano avvistato l’esercito cartaginese al suo arrivo a Mozia, dando l’allarme. I cittadini selinuntini prepararono le loro difese, chiamarono tutti i loro fuori dalla città entro le mura e raccolse i viveri per l’assedio, chiedendo aiuto alle altre colonie greche.

E così successe il patatrac. Gela e Agrigento armarono i loro soldati, pronti a spedirli alla volta di Selinunte, ma le due poleis aspettavano Siracusa per unire le loro forze a quelle aretusee, ma ottennero come risposta che prima di prestare soccorso ai selinuntini, i soldati siracusani dovevano occuparsi di una guerra ingaggiata contro i calcidesi. Per cui Selinunte rimase sola contro i cartaginesi.

Annibale Magone, ignaro di questo, invece di stringere d’assedio la città, per risparmiare tempo e impedire che arrivassero rinforzi, sfruttando la sua superiorità numerica, decise di assaltare direttamente Selinunte.

Lasciato un reparto nel settore est della città per far fallire ogni tentativo di avanzare da parte dei rinforzi greci, i cartaginesi attaccarono probabilmente la città da nord con sei torri d’assedio di legno e arieti supportati, il primo giorno, dai mercenari italici. Gli arieti erano coperti da una placcatura in ferro per proteggerli dal fuoco. Selinunte, nel suo passato più recente, non era incappata in assedi per questo aveva poca conoscenza dell’arte bellica. Le torri d’assedio, che erano più alte delle mura della città, contenevano molti frombolieri e truppe da lancio. Queste attaccarono i difensori sulle mura che furono costretti a fuggire a causa della pioggia di proiettili.

Dopo gli arieti furono adoperati contro le mura, nelle quali fu infine aperta una breccia. In ogni caso, l’assalto di fanteria, guidato dai mercenari sanniti, fu alla fine respinto dopo tutto il giorno di battaglia; parte della ragione della sconfitta è che le macerie delle mura non furono portate via, ostacolando così i movimenti del reparto dell’esercito cartaginese. Mentre gli uomini di Selinunte scacciarono i cartaginesi, le donne e i vecchi presero con loro le vettovaglie dalle mura ed effettuarono riparazioni. A notte fonda i cartaginesi si ritirarono dall’assalto nel loro accampamento.

Annibale rinnovò i suoi sforzi il giorno seguente. Arcieri e frombolieri furono posizionati in alto alle sei torri, liberando così le mura dai difensori greci posizionati in diverse sezioni. Sei arieti furono nuovamente utilizzati contro le mura e alla fine diverse brecce furono fatte per permettere alle truppe puniche di entrare. Successivamente le macerie furono portate via dalle brecce, gruppi di soldati entrarono a turni. Una volta che le mura furono sfondate i greci abbandonarono i loro sforzi nel difenderle; si barricarono in piccole strade e combatterono ferocemente faccia a faccia coi nemici. Per nove giorni e nove notti battaglie per le strade imperversarono nella città, le truppe iberiche dell’esercito punico condussero l’assalto ai greci che combatterono strenuamente nelle strade, mentre tegole e mattoni erano gettati sui cartaginesi dalle donne sui tetti. Malgrado le pesanti perdite, il numero di soldati dell’esercito cartaginese permise loro di penetrare lentamente in città. Il nono giorno le donne greche esaurirono i proiettili, questo facilitò le condizioni per i cartaginesi. I greci cominciavano a perdere terreno e l’ultimo loro presidio fu nell’agorà.

Il saccheggio fu terribile: 16.000 cittadini selinuntini furono uccisi, 5.000 fatti schiavi, 2.600 riuscirono a fuggire ad Agrigento. Così lo racconta Diodoro Siculo

Presa così la città, altro non udivasi che gemito a pianto presso i Greci, e presso i Punici altro no ascoltavansi che barbariche grida, e fremito di giubilo […] Annibale comanda di uccidersi tutti […] Questi barbari tanto nella cruda empietà superavano tutti

Dopo avere chiuso la pratica Selinunte, per vendicare l’onta della sua famiglia, Annibale Magone decise di avanzare verso Imera, dove dopo avere sconfitto i Siracusani, che si erano finalmente resi conto del caos che si era scatenato, prese la città, la distrusse totalmente, prendendo come schiavi donne e bambini, per poi sacrificare sacrificò 3.000 prigionieri greci alla memoria del nonno. Soddisfatto, se ne tornò a Zyz, la nostra Palermo, per poi imbarcarsi per Cartagine.

Nel frattempo, Ermocrate, che era giunto come esule a Zancle, la nostra Messina, fece costruire cinque navi da guerra e assoldò 1.000 uomini tra i messinesi e altri 1.000 tra i superstiti di Imera giunti nella città dello stretto. Uniti i contingenti alla sua armata, cercò con l’aiuto di alcuni philoi (influenti amici), di rientrare a Siracusa, ma poiché non gli fu permesso, decise allora di volgere verso le zone interne della Sicilia. Giunse a Selinunte. Si rese conto della devastazione portata da Annibale. Il generale siracusano non si curò degli interessi punici; fece rialzare le mura – nonostante l’ultimo trattato di Annibale lo vietasse – richiamando tutti i selinuntini che – non essendo filo-punici – avevano cercato rifugio altrove. Ermocrate fece di Selinunte il suo centro operativo, dedicandosi con sommo impegno al saccheggio dell’epicrazia cartaginese.

Cosa che scatenò un altro colossale casino: Annibale colse l’occasione per chiudere definitivamente la partita con i Greci di Sicilia. Per prima cosa assediò la città di Akragas, cui aveva invano chiesto di allearsi o restare neutrale. Grazie alla posizione difficilmente prendibile (Akragas sorgeva su colline scoscese che erano state fortificate da ciclopiche mura nei punti più vulnerabili) gli Agrigentini respinsero l’attacco e lo stesso Annibale morì in un’epidemia di peste che divampò nell’accampamento cartaginese. Il vice di Annibale, Imilcone, riuscì a risollevare gli animi nell’accampamento cartaginese, ma dovette fronteggiare l’arrivo di 35.000 siracusani in aiuto ad Akragas. I Carteginesi diedero battaglia per intercettare l’esercito siceliota, ma ebbero la peggio e persero 6.000 uomini. I generali agrigentini non sfruttarono però l’occasione di rompere l’assedio ed attaccare i Cartaginesi in ritirata.

La situazione si capovolse nuovamente nelle settimane successive, quando una flotta di Imilcone, salpata da Palermo e Mozia, riuscì ad ottenere una grande vittoria contro un convoglio di navi siracusane che portavano provviste ad Agrigento. I mercenari campani e gli alleati greci che difendevano Akragas, giudicando disperata la situazione, decisero allora di abbandonare la città e furono presto seguiti dai civili. La città sguarnita fornì ai Punici un bottino mai visto: dopo sette mesi di assedio, Akragas cadde nel dicembre del 406 a.C.

Conquistata Akragas, Imilcone pose l’assedio a Gela. Gli abitanti di Gela resistettero fino all’arrivo di Dionisio I, nuovo tiranno di Siracusa, che era giunto in soccorso con un esercito di circa 30.000 fanti, accompagnato da una flotta di 50 navi. Dopo uno stallo di qualche settimana di fronte alle mura di Gela, Dionisio tentò un assalto di sorpresa all’accampamento punico, che venne respinto. Visto il fallimento della sua offensiva, decise di evacuare nottetempo tutta la popolazione di Gela e successivamente anche quella di Camarina, visto che non sarebbe riuscito a difendere nemmeno questa città. Imilcone poté quindi occupare le due città sulla strada di Siracusa senza colpo ferire. Arrivato fin sotto le mura di Siracusa, l’esercito cartaginese venne tuttavia colpito da un’epidemia che fece perdere a Imilcone la metà dei suoi uomini e lo costrinse a offrire un trattato di pace (404 a.C.) a Dionisio prima di ritornare a Cartagine: i Cartaginesi avrebbero conservato l’egemonia sui territori dei Sicani e degli Elimi; le città conquistate potevano essere ripopolate a patto di non erigere mura difensive e pagare un regolare tributo a Cartagine; Leontini, Messina e tutte le altre città siceliote e sicule rimanevano libere di reggersi con proprie leggi. Imilcone tornò trionfalmente in Africa e sciolse il suo esercito… Il resto è un’altra storia…

In tutto ciò, Selinunte, dopo essere stata ripopolata da Ermocrate, cadde sotto il dominio cartaginese, senza mai raggiungere i fasti del passato. Nel 276 a.C. fu conquistata da Pirro, fu abbandonata definitivamente durante la Prima Guerra Punica, quando i suoi abitanti furono evacuati a Lilibeo.

Selinunte non fu più abitata: le foci intasate dei fiumi resero la zona malsana, dissuadendo così nuovi insediamenti: Strabone definisce la sua terra come disabitata. In epoca bizantina, vi si stabilì un monastero basiliano. Il colpo di grazia, infine, le fu inferto da un violentissimo terremoto che, in epoca bizantina (VI-IX secolo), ridusse i suoi monumenti a un cumulo di rovine. Un ultimo vano tentativo di farla rinascere fu fatto in epoca araba (IX-XI secolo) – Idrisi la chiama “Rahl’-al-Asnam” cioè “villaggio dei pilastri” – dopo di che di Selinunte si perse pure la memoria.

A riscoprirlo, fu lo storico palermitano Tommaso Fazello, che ogni tanto fa capolino nei miei post, priore del convento panormita di San Domenico. Lo studioso effettuò l’attenta rilettura dei testi di Erodoto, Diodoro Siculo,Eusebio, Tucidide,Empedocle, Diogene Laerzio, Strabone, Pausania,Tolomeo, Plinio.Dopo una prima ricognizione a Mazara del Vallo compiuta per la quaresima del 1549, approfondì ulteriormente gli studi sui libri di Diodoro e le gesta di Annibale Magone. Nell’ottobre del 1551, attraverso la descrizione dei particolari topografici, individuò ed identificò univocamente con la terra di Lipulci. le rovine di Selinunte, distinguendole dalle architetture di Mazara e dagli immediati centri abitati del comprensorio nel raggio di decine miglia.

Nel 1779, nonostante un decreto di re Ferdinando IV vietasse lo smantellamento delle sue rovine (usate dagli abitanti della zona come cave di pietra), le devastazioni proseguirono fino a quando il governo italiano non vi pose una custodia permanente. I primi saggi e scavi furono eseguiti nel 1809 da parte degli inglesi. Nel 1823, due architetti inglesi, Samuel Angell e William Harris, iniziarono a scavare a Selinunte nel corso del loro tour in Sicilia e si imbatterono in diversi frammenti delle metope dal tempio arcaico oggi chiamato come “Tempio C.” Benché le autorità borboniche avessero cercato di fermarli, costoro continuarono il loro lavoro e cercarono di spedire i loro reperti in Inghilterra, per il British Museum. Grazie al cielo le spedizioni di Angell e Harris furono bloccate e dirottate a Palermo, per essere conservate nello splendido Museo Salinas

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