San Giorgio in Kemonia

Nonostante la chiesa di San Giuseppe Cafasso, citata nelle guide per la splendida vista che si gode dal suo campanile, abbia questo assunto questo nome da una settantina di anni, parecchi palermitani continuano a chiamarlo con la denominazione originaria di San Giorgio in Kemonia.

Nome derivato ovviamente dall’antico e ormai scomparso fiume palermitano, che una volta traversava l’Albergheria. Ai tempi di Panormos, ricordiamolo, il Kemonia, che costeggiava le antiche mura puniche, era una sorta di confine della città. Il suo letto, come detto altre volte, costeggiava il fianco meridionale dell’attuale Palazzo Reale per poi scendere lungo nostra via Porta di Castro, il che spiega il suo piano stradale assia più basso di quello del resto dell’area.

In epoca romana, la presenza di sorgenti naturali, che si estendevano tra San Giorgio, San Mercurio e San Giovanni degli Eremiti, forse fece dedicare l’area al culto delle Ninfe: queste dimensione sacrale, portò, nel IV all’intera cristianizzazione della zona. Furono erette il convento di Sant’Ermete, ricordato anche nell’epistolario di papa Gregorio Magno, la chiesa dell’Itria e una chiesetta, di cui non è rimasta nessuna traccia, proprio in corrispondenza di San Giorgio.

Chiesa che, ai tempi di Balarm, data la vicinanza al ribat di San Giovanni degli Eremiti, fu forse convertita in moschea. La conquista normanna impattò notevolmente sulla topografia dell’area: fu fondato il cimitero destinato al personale della Corte, dove trovarono l’ultima dimora, fianco a fianco, arabi, greci e latini, fu ristruttura e ingrandita la cinta muraria, il complesso di San Giovanni degli Eremiti fu riedificato sulle rovine del precedente monastero di S. Ermete ed affidato ai Benedettini e San Giorgio fu riedificata e affidata ai monaci basiliani, che probabilmente la dedicarono al Megalomartires.

Ora, dai documenti storici, questa ricostruzione deve essere avvenuta prima del 1140. Con sicurezza sappiamo che dal 1307 la chiesa divenne gancia dei Cistercensi. La chiesa normanna, a quanto risulta dai recenti restauri, che ne hanno identificato le mura, era assai più piccola dell’attuale, estendendosi per tre campate dell’attuale navata: di fatto le sue dimensioni erano molti simili a quelle della chiesa degli Eremiti, il che fa pensare come entrambe fossero frutto di un progetto unitario, che realizzasse una sorta di compromesso tra cattolici e ortodossi, ponendo i loro ordini religiosi allo stesso piano. Inoltre gli ingressi delle due chiese erano allineati e rivolti verso ovest. Per cui, all’epoca, l’abside doveva trovarsi all’altezza dell’attuale facciata, in via dei Benedettini

Sempre i rilievi architettonici, hanno evidenziato un altro aspetto interessante: la chiesa normanna, proprio per marcare la continuità con la tradizione locale, era ispirata alle cube basiliane e il suo aspetto doveva apparire analogo a quello della Santissima Trinità di Delia a Castelvetrano. Presentava quindi una croce greca con pianta quadrata, cupola, ambiente centrale e solitamente tre absidi, con tutti gli angoli superiori smussati, in modo da far apparire come un unico corpo la semisferica cupola con il geometrico cubo costituito dall’edificio

Le modifiche cinquecentesche della zona, con la deviazione del Kemonia, che diede il via a una nuova urbanizzazione e la costruzione dei bastioni, che determinarono la topografia locale, cambiarono la natura della chiesa: da luogo periferico, atto alla meditazione, si trasformò nella parrocchia di un popoloso e vivace. Cosa ahimé assai poco gradita ai Cistercensi.

Nel 1550 furono costretti, obtorto collo, a ospitare la confraternita di San Giorgio, che fungeva anche da “comitato di quartiere”. Nel 1583, addirittura se la filarono a gambe levate; solo dopo una serie di petizioni dirette all’arcivescovo di Palermo dell’epoca, Diego Haëdo, i monaci furono costretti a tornare. Però, in cambio, pretesero la stipula di una serie di accordi con i confrati, che oltre a prendersi in carico parte degli oneri di gestione della chiesa, dovevano, come dire, accettare una sorta di “regolamento” che imponeva loro gli orari e modalità di riunione, intimando loro di non fare troppo rumore.

Accordi che furono rinnovati nel 1615; ora, però, i confrati, per entrare in chiesa, dovevano passare per il chiostro del convento, vanificando così il tentativo dei cistercensi di non avere rotture di scatole. Per cui, di comune accordo, nel 1675, fu deciso di cambiare l’orientamento della chiesa: la vecchia porta fu murata e trasformata in una nicchia in cui porre la statua di San Giorgio e nel mezzo della vecchia abside, fu aperta una porta lato via dei Benedettini: ciò ovviamente, portò allo spostamento dell’altare e alla relativa riconsacrazione.

Nel 1740 i monaci Olivetani dello Spasimo, alla ricerca di sede definitiva, ottennero dal Senato l’autorizzazione alla fabbrica del nuovo ospizio con oratorio privato e costando poco i terreni e le case, essendo la zona popolare, misero gli occhi sull’Albergheria. Così, nel 1745 acquisirono lotti di terra, varie case e un tratto delle mura di porta Mazzara con il terrapieno corrispondente; i cistercensi colsero così l’occasione al volo per appioppare loro San Giorgio in Cremonia.

Gli Olivetani così affidarono al buon Nicolò Palma, l’incarico di ristrutturare l’intero complesso: l’architetto, in pieno furore illuminista, oltre a ribaltare totalmente l’orientamento del convento, non più allineato agli Eremiti, demolì in parte la chiesa normanna, sostituendone con una nuova, più capiente.

Nel 1784, la soppressione tutti i monasteri olivetani di Sicilia ed esproprio del loro beni, lasciò incompiuti i lavori. Il convento fu trasformato in una caserma, mentre la chiesa, tra alti e bassi continuò a rimanere aperta al culto. Nel 1953 il cardinale Ernesto Ruffini, sensibile alla causa delle recluse nell’adiacente Carcere delle Benedettine, dedica il tempio a San Giuseppe Cafasso, patrono dei carcerati.

Cosa vedere della chiesa? Palma, con la sua passione per il rigore geometrico e le proporzioni numeriche, diede il meglio di sè. Concepì una facciata, nata per essere vista di scorcio, i cui elementi, più che acquisire una dimensione plastica, paiono essere dei segni grafici che mediano tra il caos della strada e la pace interiore del monastero.

Tale euritmia è accentuata anche all’interno, che quasi preannuncia il Neoclassicismo. Sul la navata unica, coperta da una volta a botte lunettata, si affacciano tre cappelle per lato; esse sono poco profonde e molto aperte sulla nave, tanto che sembrano una prosecuzione della stessa. Alla navata segue una crociera sormontata da un controsoffitto, decorato con una finta cupola ed affiancata su due lati da absidi schiacciate, in modo da dare l’idea di un unico spazio continuo.

Lo stacco tra presbiterio e la navata, tramite il tradizionale espediente dell’arco sormontato dal cartiglio, sembra quasi dissimulato: i pilastri angolari aggettano poco dalla struttura muraria e non si differenziano, né per dimensioni né per decorazione, dalle paraste che sostengono la trabeazione lungo la nave, al di sotto della volta.

Il fatto che le due estremità di questa sorta di ridotto transetto abbiano la stessa profondità delle cappelle laterali, mostra una volontà progettuale precisa: l’accentuazione dell’ asse longitudinale su quello trasversale. Il percorso ingresso-altare, che ne risulta evidenziato si conclude con un profondo presbiterio dietro cui si imposta l’abside semicircolare, quasi tangente al limite ultimo delle mura urbiche.

Tale senso di unità è accentuato dall’utilizzo di un unico ordine architettonico, il corinzio e da un’illuminazione uniformemente diffusa. All’effetto finale contribuisce anche la decorazione classicheggiante di Giovanni Maria, l’ultimo dei Serpotta, e le pitture del Tresca, che famoso solo per la sua economicità e per rispettare le consegne senza sgarrare di un giorno, per una volta ha raggiunto un risultato dignitoso.

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