Santo Stefano Rotondo

Poco conosciuta, ma assai affascinante è la storia di Santo Stefano Rotondo, conosciuto nei secoli anche come Santo Stefano in Girimonte o Santo Stefano in Querquetulano, dagli antichi nomi del Celio, o Santo Stefano in capite Africae, per la sua vicinanza all’antico Vicus Capitis Africae. Quest’ultimo era una strada della Regio II Caelimontium di Roma antica, oggi non più visibile, che saliva dalla valle del Colosseo, iniziando probabilmente a fianco del Ludus Magnus, costeggiava il lato est del podio del tempio del Divo Claudio, fino alla sommità del Celio, dove oggi è piazza della Navicella, per proseguire e scendere poi fino alla Porta Metronia.

La forma circolare della chiesa, sin dall’alto Medioevo, ha colpito la fantasia degli studiosi, che hanno formulato, per spiegarla, una ridda di ipotesi: già nel X secolo si era pensato come in origine fosse il tempio della divinità pagana Faunus o dell’imperatore Claudio, ritenuto simile al Pantheon. Nel Rinascimento, invece, si ipotizzò fosse una ristrutturazione del Macellum Magnum, il mercato di derrate alimentare fatto costruire da Nerone.

Solo negli anni Settanta nel Novecento, il mistero fu chiarito: come Santa Maria in Domnica, questa chiesa fu costruita sulle fondazioni di una caserma, i Castra Peregrina, che ospitava i soldati degli eserciti provinciali impiegati a Roma per funzioni particolari: di polizia, come corrieri, per approvvigionare la corte imperiale. Gli scavi compiuti tra il 1969 e il 1975 sotto il pavimento della basilica e nella zona adiacente entro il perimetro della chiesa primitiva hanno riportato alla luce strutture murarie pertinenti a due edifici, databili al II secolo, che subirono rimaneggiamenti nel corso del III e del IV. In particolare, in uno dei due edifici fu ricavato un mitreo, dalle dimensioni complessive di circa m 9,50×10, tra i più grandi tra quelli scavati finora a Roma.

Nel santuario, decorato con affreschi a elementi vegetali, furono ritrovati durante gli scavi una piccola vasca di marmo colma di ossa di gallo ed oggetti riferibili ad altri culti, in particolare una testa marmorea di Iside e una statuetta marmorea di Telesforo. Sulle pareti, c’è anche un affresco raffigurante la “Personificazione della Luna”. Il mitreo fu abbandonato repentinamente, probabilmente a seguito di una devastazione violenta dello stesso, destino purtroppo comune ad altri edifici adibiti allo stesso culto. E’ difficile dare una datazione certa a questo evento, che probabilmente ebbe luogo intorno alla fine del IV secolo, epoca in cui i Castra erano ancora in uso, poiché viene ricordata dallo storico Ammiano Marcellino la carcerazione di un re alemanno che ivi sarebbe morto.

L’area della caserma, che era nel V secolo ancora di proprietà del fisco imperiale, non poteva essere occupata dalla chiesa senza il consenso dell’imperatore. Si può pertanto supporre che uno degli imperatori verso la fine dell’Impero Romano d’Occidente abbia non soltanto donato alla Chiesa, seguendo l’esempio di Costantino, l’area occupata dai Castra Peregrina, ma sostenuto economicamente proprio la costruzione della basilica. Gli scavi archeologici hanno poi mostrato come la caserma fosse distrutta e livellata per la costruzione della chiesa probabilmente nel secondo quarto del V secolo, come si desume dall’analisi del materiale ceramico di riempimento, ai tempi di Valentiniano III.

Il che ci fa anticipare la costruzione della chiesa, rispetto a quanto raccontato nel Liber Pontificalis, ai tempi di papa Leone Magno. Nel 415, furono furono ritrovate a Rappa Gamela, vicino Gerusalemme, le presunte reliquie di Santo Stefano, lapidato nel 35 d. C. per la sua attività di predicatore.

Ciò portò a una notevole ripresa del suo culto, cosa che fu sfruttata dal Papa, nella sua polemica contro gli eretici pelagiani e contro i manichei. Per prima cosa, convinse Demetriade, della ricca famiglia degli Anicii, a trasformare parte della sia villa suburbana su Via Latina in un basilica dedicata a Stefano. Basilica a tre navate, con colonne corinzie di cui sono conservate la “Confessione”, cioè il vano sotto l’altare (ora coperto dalla tettoia di plastica ondulata) sul quale i fedeli si inginocchiavano in venerazione delle reliquie del santo e il Battistero, una piccola piscina a forma di quadrifoglio scavata nel terreno, nella quale si scendeva per mezzo di una scaletta.

Ora, nonostante la ricchezza di ornamenti, pagati da Demetriade, la chiesa era troppo distante dal centro di Roma, per attirare pellegrinaggi: per cui, ovviamente, Leone III dovette costruirne una seconda, in una delle zone più popolate dell’Urbe. I lavori però, dovettero, per i problemi dell’Impero, protrarsi a lungo: sono infatti state rinvenute in un tratto delle fondazioni dell’edificio due monete dell’imperatore Libio Severo (461-465); inoltre tramite la dendrocronologia si è appurato che il legno utilizzato nelle travi del tetto era stato tagliato intorno al 455.

La chiesa di Leone Magno, terminata e inaugurata da papa Simplicio, era diversa dall’attuale. L’edificio aveva ovviamente una pianta circolare, ma era costituito in origine da tre cerchi concentrici: uno spazio centrale (diametro 22 m) era delimitato da un cerchio di 22 colonne architravate, sulle quali poggia un tamburo (alto 22,16 m); tale parte centrale era circondata da due ambulacri più bassi ad anello: quello più interno (diametro 42 m) era delimitato da un secondo cerchio di colonne collegate da archi, oggi inserite in un muro continuo, mentre quello più esterno (diametro 66 m), scomparso, era chiuso da un basso muro.

Nell’anello più esterno dei colonnati radiali sormontati da un muro delimitavano quattro ambienti di maggiore altezza, che iscrivevano nella pianta circolare una croce greca riconoscibile anche all’esterno per la differenza di altezza delle coperture.I tratti intermedi dell’anello più esterno, di altezza inferiore, erano ulteriormente suddivisi in uno stretto corridoio esterno, coperto da una volta a botte anulare, e in uno spazio più interno, probabilmente scoperto. Dai corridoi, a cui si accedeva dall’esterno mediante otto piccole porte, si passava agli ambienti radiali della croce greca, e da qui all’ambulacro interno e allo spazio centrale, coperti probabilmente con volte autoportanti, costituite forse da tubi fittili.

Gli interni erano riccamente decorati con lastre di marmo: sono stati rinvenuti tratti del pavimento originale, con lastre in marmo cipollino e fori sulle pareti testimoniano la presenza di un rivestimento parietale nello stesso materiale. Nello spazio centrale si trovava l’altare, inserito in uno spazio recintato.

Il colonnato che circonda lo spazio centrale è composto da 22 colonne con fusti e basi di reimpiego (di altezza diversa l’una dall’altra), mentre i capitelli ionici furono appositamente eseguiti nel V secolo per la chiesa. Anche gli architravi sopra le colonne, probabilmente rilavorati da blocchi reimpiegati di diversa origine, hanno altezze leggermente diverse.

Leone Magno, in pratica, si era ispirato all’Anástasis della Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme, voluta dall’imperatore Costantino tra il 326 e il 334. Lì un muro esterno e due colonnati anulari circondavano il sepolcro di Cristo. La scelta di tale configurazione non era marginale ma anzi funzionale: in tal modo i fedeli potevano avvicinarsi gradualmente e con movimento continuo all’oggetto della loro visita senza creare “ingorghi” tra chi entrava e chi usciva. Non è un caso che le chiese con santuario hanno corridoi e ballatoi e sono edificate a pianta centrale: tutto ciò segue la precisa logica che permette di girare intorno al sacrario stabilendo una delle usanze tipiche dei pellegrinaggi. Scelta, quella di imitare l’Anástasis, che soddisfaceva le esigenze propagandistiche di entrambi i committenti: Leone III voleva proporre il Protomartire come alter Christus, modello per il cristiano in polemica con gli eretici. Valentiniano III e i suoi successori, invece, volevano spacciarsi come novelli Costantino, difensori della fede e restauratori dell’Impero.

Tra il 523 e il 529, sotto i papi Giovanni I e Felice IV, la chiesa fu sontuosamente ornata con mosaici e lastre marmoree intarsiate in porfido, serpentino e madreperla; al centro fu inserita una tribuna per la schola cantorum e per la cattedra, un antico sedile marmoreo di età imperiale, a cui furono tolti nel XIII secolo la spalliera ed i braccioli (oggi il sedile è collocato a sinistra dell’ingresso). Cattedra dove, secondo la tradizione, predicò papa Gregorio Magno.

Presso la chiesa, ricorda l’Armellini,

«vera il monastero e la chiesa di s. Erasmo, dove visse già monaco Adeodato che divenne poi papa. Fra le rovine di quello nel 1554 e 1561 furono rinvenute memorie domestiche degli Aradî Rufini Valerî Proculi del secolo IV, le quali attestano che ivi sorgeva un giorno la loro casa; […] Quella casa nel secolo VI o nel VII mutata in cenobio col nome di Erasmo, non perdé affatto l antica nomina poiché fu chiamata Xenodochium Valerii.»

In questo monastero trovarono rifugio i seguaci di San Benedetto messi in fuga dai monasteri di Subiaco per opera dei Longobardi dopo il 601. La chiesa ricevette una nuova funzione quando papa Teodoro I (642‐649) fece traslare a Santo Stefano Rotondo le reliquie dei santi Primo e Feliciano, secondo la leggenda due fratelli ottantenni che, essendosi rifiutati di sacrificare agli idoli, vennero sottoposti a varie specie di torture e quindi decapitati, che erano in precedenza custodite in un cimitero situato presso Mentana.

A loro fu dedicata la cappella eretta nel braccio di nord‐est della croce; la volta dell’abside fu rivestita completamente da un mosaico in cui sono raffigurati i santi Primo e Feliciano ai lati di una grande Croce gemmata e sormontata da un medaglione con il busto di Cristo; al culmine, la mano di Dio regge una corona. In quella cappella papa Teodoro fece seppellire suo padre, che era stato vescovo in Palestina. Papa Adriano I (772‐795) fece sopraelevare la parte centrale della costruzione di metri 1,50 e arricchì l’arredamento donando venti tende di lino purpureo.

A causa dello spopolamento del Celio, la chiesa decadde progressivamente. Nel IX secolo iniziarono però le spoliazioni, alle quali si aggiunsero, nell’847, i danni causati da un terremoto e nel 1084 quelli causati da Roberto il Guiscardo. Fra il 1139 ed il 1143 papa Innocenzo II trovò la chiesa in uno stato pietoso, con il tamburo scoperchiato, gli stucchi in rovina, i marmi asportati, il muro perimetrale in più parti danneggiato.

Di conseguenza, ordinò i restauri; però la navata anulare esterna, rimasta senza tetto, non fu più rifatta e cadde in rovina. Dei quattro bracci della croce rimase intatto soltanto quello in cui si trovava la cappella dei santi Primo e Feliciano.

Il colonnato mediano fu chiuso con mattoni e divenne il muro esterno; davanti all’ingresso dalla via del Laterano si aggiunse un atrio a volta. La chiesa fu coperta con tetti bassi a cono. Per la parte centrale a tamburo non si trovarono travi sufficientemente lunghe; perciò, per sorreggere il tetto, si eresse in alto, lungo un diametro, un muro trasversale (poggiante su archi disuguali sostenuti a loro volta dal colonnato interno e da altre due colonne di granito aggiunte) che finì per dividere l’ambiente in due. Delle ventidue finestre originarie del tamburo ne furono murate quattordici, per dare maggior robustezza all’alta parete cilindrica. Infine, Il pontefice volle aggiungere il portico esterno a cinque archi con colonne tuscaniche antiche che costituiscono l’ingresso della chiesa

A causa di tali interventi radicali la chiesa risultò decisamente più piccola; ma pur così semplificata, Santo Stefano Rotondo non resse il passare del tempo: agli inizi del secolo XV la chiesa risulta priva di tetto e in stato di abbandono, tanto che parecchi eruditi del primo Quattrocento la scambiarono per le rovine di un tempio di Bacco.

Così nel 1453 papa Niccolò V incaricò l’architetto e scultore fiorentino Bernardo Rossellino, che stava provvedendo anche alla ricostruzione di San Pietro. di restaurare tutto il complesso: questi rifece le coperture ed il pavimento, rialzandone il livello, collocò al centro dell’edificio un altare marmoreo, eliminò definitivamente il cadente ambulacro esterno e chiuse le 22 finestre del tamburo, sostituendole con le attuali otto bifore. La cura della chiesa fu affidata all’ordine paolino ungherese, grazie al confessore romano e procuratore dell’ordine paolino, Kapusi Bálint, che era in buoni rapporti con il pontefice.

L’altare maggiore fu dedicato, tra gli altri, ai santi ungheresi della famiglia reale degli Árpád, come santo Stefano primo re d’Ungheria, il principe ereditario – e figlio di santo Stefano – sant’Emerico, e re Ladislao. Tra il 1454 e il 1580, il convento accanto alla chiesa divenne la casa romana dell’ordine dei paolini e luogo di sepoltura dei monaci. La sconfitta dell’Ungheria da parte dei turchi presso Mohács, e il dilagare della riforma, misero in pericolo la vita dell’ordine. Con l’occupazione di Buda venne soppresso anche il vicino centro dell’ordine. Nel 1580, nel convento di Roma c’era solo un vecchio “eremita”. Ad uno degli ex alunni del Collegio Germanico, il gesuita Szántó István, venne l’idea di fondare un Collegio Ungarico al posto del convento dei paolini. Papa Gregorio XIII appoggiò l’iniziativa. Il Collegium Hungaricum, fondato nel 1579, già l’anno successivo, per cause finanziarie, dovette essere unito al Collegio Germanico, il quale era stato fondato nel 1552.

Nacque così nel 1580 il Collegio Germanico ed Ungarico, per formare buoni sacerdoti che contribuissero alla controriforma cattolica; decisione che impattò anche sulla decorazione della chiesa. Il rettore, padre Lauretano, nel 1580 fece costruire al centro dell’aula un recinto ottagonale a stucco (visibile nella foto 2), decorato da Antonio Tempesta con le “Storie di Santo Stefano”, la “Strage degli Innocenti” e la “Madonna dei Sette Dolori”. Inoltre nel 1582 le pareti della chiesa che chiudevano l’ambulacro vennero affrescate da Nicola Circignani detto il Pomarancio, con la collaborazione di Matteo da Siena per le prospettive, con 34 scene raccapriccianti del martirio di innumerevoli santi, per preparare a tale destino i missionari destinati a predicare nei territori protestanti.

Il Pomarancio era uno specialista nel tema: nel 1582 era già stato scelto dai Gesuiti per dipingere anche la serie di affreschi riferiti sempre al tema del martirio nel Collegio degli Inglesi, nelle vicinanze di Piazza Farnese. Però, in Santo Stefano Rotondo, il Pomarancio diede il meglio del suo spirito pulp, riempiendo le pareti della chiesa di n susseguirsi continuo di santi divorati da belve feroci, affogati, bolliti, bruciati, accecati, storpiati e martoriati in ogni modo possibile.

Papa Pio V, esaminando attentamente gli affreschi nel 1589, come assicurano le cronache dell’epoca, “dalla commozione versava calde lagrime, asciugandosi gli occhi continuamente”. Il divin Marchese de Sade rimase sconvolto dalle pitture, specie dal martirio di Sant’Agata, cui un carnefice strappa un seno. Ma il giudizio più specifico degli affreschi fu dato da Charles Dickens

Nessuno potrebbe sognare un tale panorama di orrore e macelleria, nemmeno se avesse mangiato un intero maiale crudo per cena. Uomini con la barba grigia bolliti, fritti, arrostiti, schiacciati, marchiati, divorati da bestie feroci, sbranati dai cani, seppelliti vivi, smembrati dai cavalli, tagliati a pezzetti con l’accetta: donne con le mammelle strappate da pinze di ferro, con le lingue tagliate, con gli occhi cavati, le mascelle rotte, i corpi slogati dalla ruota, o bruciati sul rogo, o fatti a pezzi e gettati nel fuoco: questi sono solo alcuni dei soggetti più innocenti

Una piccola lapide ricorda invece la sepoltura del re irlandese Donough O’Brien di Cashel e Thomond, morto a Roma nel 1064. Nella chiesa vi è il tabernacolo ligneo realizzato da Giovanni Gentner, mastro fornaio svevo di Roma nel 1613. E’ uno dei modelli sopravvissuti di architettura a pianta centrale d’ispirazione Michelangiolesca realizzati per la Basilica di San Pietro.

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