La Basilica virginum di Mediolanum

Tra le quattro basiliche ambrosiane, la Basilica virginum, dedicata a Maria e alle Sante Vergini consacrate, poi ridenominata San Simpliciano, è di certo quella che ha causato più polemiche e discussioni tra gli studiosi.

La basilica sorse nel IV secolo sulla lunga arteria che, attraverso la Porta Comasina romana, si irradiava dalla città romana di Mediolanum (la moderna Milano) a Nord verso Como (Novum Comum) e poi, attraverso le valli del passo del San Bernardino e del passo del Settimo, conduceva in Germania. Nei pressi della Porta Comasina romana era presente sul luogo dell’attuale chiesa un precedente cimitero pagano documentato da are votive rinvenute in loco e pubblicate da Giovanni Labus nel 1841-1842.

La questione dell’origine della basilica rimane però ancora oggi irrisolta: non viene infatti citata né nell’epistolario di Ambrogio né nella cronaca della vita del santo lasciata dal suo biografo diacono Paolino. Neppure Agostino, di cui Simpliciano fu precettore nella fede e che ci ha tramandato molte indicazioni anche sulla vita di Ambrogio, ha lasciato testimonianze sull’erezione della basilica. Alcuni studiosi negano che la basilica sia stata voluta da Ambrogio e preferiscono invece l’ipotesi che la sua erezione sia stata voluta e cominciata dallo stesso Simpliciano, che qui abitava nella sua vita ritirata e qui fu sepolto alla morte. Altri invece propendono per individuare nella basilica una delle quattro costruite da Ambrogio intorno all’abitato di Milano come a creare una sorta di cerchio sacro a protezione della città.

Però è certo che Simpliciano cambiò parzialmente la destinazione sacrale della basilica, dato che la utilizzò come sacello sepolcrale per i martiri Martirio, Sisinnio ed Alessandro. I tre martiri erano chierici originari della Cappadocia (Turchia) inviati da Ambrogio a evangelizzare la regione dell’Anaunia (odierna Val di Non), dove furono poi uccisi dai pagani locali il 29 maggio dell’anno 397. Il vescovo Vigilio di Trento si fece propagatore del loro culto e le loro reliquie vennero inviate al nuovo vescovo di Milano.

A questo proposito, nonostante siano state formulate diverse ipotesi sul luogo di deposizione, non si hanno certezze in relazione alla collocazione originaria, ad esclusione del loro ritrovamento, insieme alle spoglie dello stesso Simpliciano, nel corso di una ricognizione sotto l’altare maggiore promossa da Carlo Borromeo nel 1582. Altrettanto controversa poi è proprio la datazione della traslazione del corpo del Simpliciano che, stando a quanto riferito nell’Itinerarium Salisburgense, sino alla metà del VII secolo dimorava nella chiesa dei Santi Nabore e Felice presso Porta Vercellina. Al riguardo è suggestiva e verosimile l’ipotesi che il trasferimento sia stato effettuato proprio quando il rinnovato prestigio del culto dei martiri dell’Anaunia, giustificato dalla presenza dell’abate Secondo di Non alla corte di Teodolinda, sarebbe stato celebrato con lo spostamento delle spoglie del santo.

Proprio questa traslazione, oltre a rinominare la basilica, dovette coincidere con un primo restauro, che anticipò la ricostruzione romanica: a riprova di ciò, vi è il ritrovamento di alcuni tegoloni in terracotta recanti il sigillo di Agilulfo (Agilulfus Rex), re dei Longobardi e d’Italia fra il 591 e il 616 d.C. e marito di Teodolinda,che furono rinvenuti in alcuni muri e nella copertura della volta dell’abside durante i restauri del 1841; nel 1893 ne venne rinvenuto un altro mentre si provvedeva a isolare l’affresco del Bergognone. Per cui, i longobardi rifecero probabilmente il tetto e i suoi pilastri di sostegno che tripartiscono la navata.

Come per le altre fondazioni ambrosiane, la basilica di San Simpliciano, da almeno un secolo a questa parte, è oggetto privilegiato dell’interesse di studiosi di archeologia, storia dell’arte e architettura che, soprattutto dalla seconda metà del Novecento, hanno condotto scavi archeologici sul luogo della basilica. Tali interventi, hanno consentito di mettere in luce le principali tappe dello sviluppo costruttivo del monumento, identificando anche ampie porzioni delle strutture paleocristiane originarie. Le numerose trasformazioni subite dall’edificio sembrano infatti non averne alterato in modo irreparabile l’impianto planimetrico e la conservazione di buona parte degli elevati originari, nonostante gli importanti interventi di epoca romanica che, secondo una modalità frequente negli edifici milanesi, comportarono il rifacimento del sistema di copertura e di parte degli elevati perimetrali, l’inserzione di un tiburio ottagonale nel punto di innesto tra i due volumi principali, e la costruzione della torre campanaria.

La basilica presenta una pianta a croce latina affiancata in corrispondenza del settore absidale da due aule rettangolari di grandi dimensioni e, sul lato nord-orientale, da un sacello cruciforme. I perimetrali esterni dell’edificio, caratterizzati da grandi arcature cieche nelle quali sono inquadrati finestroni, tamponati in età romanica, furono il primo elemento a stimolare l’interesse e la curiosità di Edoardo Arslan che, dal 1944, condusse i lavori di restauro della basilica portando alla luce vastissime porzioni di muratura originaria fino ad allora coperte da uno spesso strato di intonaco, confermando così l’origine paleocristiana del monumento. L’ipotesi dello studioso fu in seguito sostenuta anche da M. Cagiano de Azevedo che per primo attribuì la fondazione dell’edificio ad Ambrogio, proponendo che la costruzione della basilica fosse stata iniziata intorno al 385 e terminata prima del 397.

I risultati delle indagini dell’Arslan sugli elevati, unitamente a quelli degli interventi di scavo effettuati tra gli anni’40 e’80 del secolo scorso, restituiscono oggi un quadro articolato (anche se ancora non chiarito in alcuni aspetti), ma certamente suggestivo, in merito alla evoluzione del monumento. Alla luce delle più recenti ipotesi la basilica doveva quindi presentare una planimetria del tutto coerente con quella attuale, ad eccezione della presenza di un portico ad U attorno al corpo longitudinale individuato nel corso degli scavi condotti da Mario Mirabella Roberti all’inizio degli anni’60 sul fronte occidentale dell’edificio. L’abside, della quale restano i ruderi nel giardino retrostante la basilica, era più ampia e più arretrata rispetto a quella attuale, edificata nell’ambito degli interventi ricostruttivi di epoca romanica.

Sondaggi avvenuti in tempi più recenti hanno infine consentito la chiara definizione della quota del livello pavimentale paleocristiano, identificato in un opus sectile individuato tra 1,50 e 1,80 metri al di sotto del piano attuale. Il posizionamento degli accessi è stato poi parzialmente chiarito nel corso di alcuni scavi effettuati alla fine degli anni ‘ 80: la loro collocazione a ridosso della controfacciata ha portato ad escludere la presenza di un portale centrale e ad ipotizzare l’esistenza di aperture laterali, non ancora confermate però da scavi archeologici.

Ora, la San Simpliciano paleocristiana somigliava in maniera impressionante all’Aula Palatina di Treviri, voluta da Costantino: ne era in pratica una replica ridotta, a cui era stato aggiunto un transetto. Per cui, basandosi su questo, molti studiosi hanno anticipato la sua costruzione ai tempi di Costantino o di Costanzo II, dato che però contrasta con quanto emerso dalle strutture murarie, analoghe a quelle della Basilica Apostolorum.

Inoltre, Ambrogio sicuramente conosceva l’edificio costantiniano, dato che era nato e cresciuto a Treviri, dove il padre svolgeva il ruolo di Prefetto del Pretorio per le Gallie: per cui non è da escludere che abbia voluto citarlo, in una basilica posizione sulla strada diretta per la Germania, per rendere Mediolanum, le cui basiliche replicavano sia quelle romane, sia quelle costantinopolitane, una sorta di sintesi dell’Ekumene cristiano. Il ricondurre poi alla croce lo spazio di una sala delle udienze imperiali era poi una perfetta sintesi del pensiero ambrosiano, per cui l’Impero doveva essere nella Chiesa, non estraneo o superiore alla Chiesa.

In un momento successivo all’edicazione della basilica, ma entro il V secolo d.C., venne annesso anche un sacello a nord dell’abside, dove oggi si trova la sacrestia. La datazione si basa sul modo di costruzione della volta a botte, che impiega anfore intere immerse nella malta a sostenere la struttura del tetto, tecnica caratteristica di altri sacelli come quelli di Sant’Ippolito e Sant’Aquilino, annessi alla basilica di San Lorenzo. Non è chiaro se la struttura fosse collegata fisicamente al resto della basilica oppure se fosse separata e unita al corpo della basilica solo in epoca medievale. Il sacello, le cui murature originarie sono ancora visibili all’esterno, è stato interpretato come luogo per la devozione delle reliquie dei santi (cella memoriae o martyrium), magari proprio quelli dell’Aunania, oppure cappella funeraria destinata a sepolture privilegiate

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