Selinunte (Parte II)

Tempio A

Cosa visitare a Selinunte ? Il nostro giro comincia con l’Acropoli, un altopiano calcareo che a sud è a strapiombo sul mare, mentre a Nord si restringe fino a m 140. L’insediamento, di forma grossomodo trapezoidale, fu ampliato verso nord alla fine del VI secolo a.C. con un formidabile muraglione a gradini (altezza m 11 circa), e circondato da mura – più volte restaurate e modificate – formate da cortine in blocchi squadrati con un riempimento di pietrame (emplècton), e scandite da 5 torri e 4 porte, che ahimè risultarono inutili contro i cartaginesi.

A nord, l’acropoli presenta delle fortificazioni con contromuro e torri, databili all’inizio del IV secolo a.C. Presso l’ingresso all’acropoli vi è la Torre di Polluce che fu costruita nel XVI secolo contro i corsari, sui resti di una torre o faro antico. Infatti, dal 1547 in poi Filippo II di Spagna diede l’incarico di difendere le coste siciliane alla Deputazione del Regno di Sicilia, che incaricò l’architetto militare Ferramolino a definire un progetto organico di fortificazione

Inoltre, dopo il rivelo (censimento) del 1549, si costituì, da parte del vicerè Giovanni de Vega una Nuova Militia con il compito di gestire la sorveglianza delle coste e di intervenire in caso di sbarco dei pirati, l’organico era costituito da novemila fanti e milleseicento soldati a cavallo. Tutte le coste della Sicilia furono suddivise in dieci sergenzie con funzioni amministrative-militari, ed ogni sergenzia era comandata da un sergente maggiore.

La maggior parte delle torri ancora esistenti sono state costruite su indicazioni topologiche e progettuali dell’architetto fiorentino Camillo Camilliani, noto per avere rimontato la Fontana Pretoria a Palermo, che ricevette l’incarico da parte del Parlamento siciliano il 1º luglio 1583, e fu accompagnato nella ricognizione preliminare dal capitano Giovan Battista Fresco della Deputazione del Regno, l’ufficio di stato cui spettava la costruzione ed il mantenimento delle torri costiere. La ricognizione durò ben due anni, dal 1583 al 1584, e comportò l’itero periplo costiero della Sicilia, effettuato quasi tutto per via terrestre. Per il progetto il Parlamento Siciliano stanziò ben 10.000 scudi.

Camillo, per ottimizzare al massimo i costi e tempi di costruzione, adottò un approccio standard. La scelta del sito delle fortificazioni dipendeva dalla possibilità di dominare un ampio spazio di mare e permettere le segnalazioni con dei fuochi fra i vari fortilizi e fra questi e le città. I torrioni erano a pianta quadrangolare, di due piani comunicanti. Nel piano terra vi erano delle cisterne e il deposito e nel primo piano l’alloggio delle vedette. Nella terrazza invece veniva messa l’artiglieria. Il personale di vedetta era formato da tre elementi: un caporale e due soldati (i torrari ). L’accesso avveniva tramite una scala di corda, da ritirare in caso di pericolo.

Tornando all’Acropoli di Selinunte, il suo impianto urbano è suddiviso in quartieri da due strade principali (larghezza m 9) che si incrociano ad angolo retto (quella nord-sud lunga m 425; quella est-ovest lunga m 338), intersecate a loro volta – ogni m 32 – da altre vie minori (larghezza m 5). Questa sistemazione urbanistica – che riproduce quella più antica – risale però al IV secolo a.C., cioè alla Selinunte punica. Ai primi anni della colonia, invece, sono da attribuire diverse aree e piccoli santuari innalzati sull’acropoli, sostituiti circa cinquant’anni più tardi da templi più grandi e duraturi.

I primi templi che si incrociano sono il Tempio A, forse dedicato ai Dioscuri e il Tempio O, forse dedicato a Poseidone – di cui restano pochi avanzi: il basamento, qualche rocchio e l’ara – che furono costruiti tra il 490 ed il 460 a.C. I due edifici hanno una struttura pressoché identica tra loro, simile a quella del Tempio E sulla collina orientale.

Solo l’intenso studio delle rovine molto dissestate e dei suoi elementi permette l’ affermazione che il tempio A costruito intorno alla metà del V sec.a.C. era il tempio classico più armonioso e perfetto di Selinunte. L’occhio sensibile, tuttavia, apprezza la bellezza classica delle precise forme delle membrature architettoniche e specialmente dei capitelli, nonostante l’avanzato stato di corrosione. Nel tempio dalle dimensioni generali moderate (stilobate 16.23/40.24 m), le colonne, disposte nel rapporto di 6/14, ormai canonico per i templi dell’occidente greco, e con interassi normali uguali ai fronti e lati, racchiudono la cella in perfetta simmetria. Per risolvere il noto conflitto d’angolo dell’ordine architettonico dorico di età classica, dovuto al fatto che agli angoli e i triglifi non possono coincidere assialmente con le rispettive colonne, si contraggono gradualmente gli interassi delle colonne più vicine agli angoli. Inoltre fu data alle colonne una leggera inclinazione verso l’interno del tempio per pareggiare le restanti piccole differenze e per poter formare, infine, il fregio, i triglifi e metope con la massima regolarità. Tale leggera inclinazione intenzionale, un accorgimento noto dai templi classici della Grecia stessa, – e qui notata soltanto con precise misurazioni, – contribuisce sensibilmente alla resa plastica e compatta del volume del tempio intero ed è un ulteriore indizio per l’alto livello architettonico – artistico di questo nobile monumento.

Una sima riccamente decorata di prezioso marmo greco-insulare incoronava l’alzato ben proporzionato. Nella cella, il pronao, vano d’ingresso orientale con due colonne in antis viene controbilanciato ad ovest dell’analogo opistodomo. Dal naos è separato l’adyton, il vano per la statua di culto che a Selinunte sembra irrinunciabile, il che porta a delle proporzioni insolitamente raccorciate, ma proprio per questo molto armoniose, della sala principale. Un elemento particolarmente elaborato sono le due scale a chiocciola ricavate nella parete d’ingresso al naos, un dispositivo che si spiega solo con delle esigenze del culto che rimangono, però, oscure. E’ questo il primo esempio della scala a chiocciola in tutta la storia dell’architettura. Il tempio creava un’ unità architettonica col suo grande altare che, a sua volta, è il più complesso esempio di questa tipologia in età classica. Infatti l’altare stesso riprendeva nel piccolo tutte le forme del grande tempio periptero. La mensa dell’altare era racchiusa da un colonnato con una intera trabeazione dorica, il tutto si alzava sulle relative gradinate e due interi frontoni fungevano da guance d’altare. Solo la fiancata rivolta verso il tempio era interrotta dalla lunga scalinata indispensabile per le funzioni di culto. Il pronao del Tempio A ha un pavimento a mosaico dove sono rappresentati la figura simbolica della dea fenicia Tanit, un caduceo, il sole, una corona e una testa bovina, il che implica un suo riutilizzo in epoca punica, caratterizzata una forte sintesi tra differenti culture.

A m 34 ad est del Tempio A vi sono i resti dell’ingresso monumentale all’area: si tratta di un propileo con pianta a forma di T, consistente in un corpo avanzato rettangolare (di m 13 x 5,60) con peristilio di 5 x 12 colonne, e in un altro corpo pure rettangolare (di m 6,78 x 7,25). Il Tempio O, realizzato pochi anni prima del gemello Tempio A, è anch’esso un periptero con 6 colonne lungo la facciata e 14 ai lati. Il tempio lungo poco più di 40m., era dotato di un pronao e di un opistodomo, distili in antis, e forse di un adyton. Accanto al Tempio O si è rinvenuta un’area sacrificale punica, un tofet, caratterizzata da ambienti costruiti con muretti a secco, all’interno dei quali erano depositati vasi contenenti ceneri, e anfore a siluro di tipo cartaginese.

Superata la strada est-ovest si entra nella seconda area sacra, posta a nord della precedente. Prima di giungere al Tempio C, a sud di esso, vi è un sacello (lunghezza m 17,65; larghezza m 5,50), che risale al 580-570 a.C., avente la struttura arcaica del mègaron, forse destinato a conservare le offerte dei fedeli. Costruito con muri pieni rialzati su uno zoccolo costituito da tre file di conci di tufo bugnati, è decorato con con pregevoli terracotte architettoniche.Privo di pronao, ha l’entrata ad est che dà direttamente nella cella (al centro della quale vi sono due basi per le colonne lignee che sostenevano il tetto), racchiusa in fondo da un adyton quadrato, al quale venne aggiunto in epoca successiva un terzo ambiente, utilizzato in età punica come deposito di munizioni per catapulte e macchine belliche. Il sacello era forse dedicato a Demetra Tesmofòros.

Alla sua destra vi è il Tempio B, realizzato dai cartaginesi in forme greche, sempre a riprova della loro ellenizzazione, piccolo (lunghezza m 8,40; larghezza m 4,60) e in cattive condizioni. Consisteva in un’edicola prostila di 4 colonne cui si accedeva per una scala di 9 gradini, con pronao e cella, he ancora conserva il basamento della statua di culto. Nel 1824, secondo quanto racconta l’Hittorf, lo scopritore, mostrava ancora chiare tracce degli intonaci policromi. Costruito probabilmente intorno al 250 a.C., poco tempo prima che Selinunte venisse definitivamente evacuata, rappresenta il solo edificio religioso che attesta la modesta rinascita della città dopo la sua distruzione. Oscura resta la sua destinazione: in passato si era creduto trattarsi dell’heroon (tempio sede di un culto eroico) di Empedocle, bonificatore delle paludi selinuntine, ipotesi in contrasto con la cronologia dell’edificio. Oggi invece ci si sta orientando più a un’attribuzione a Eshmun, il dio fenicio della guarigione, equiparato ad Asclepio.

Tempio C

Il Tempio C, dedicato ad Apollo, è il più antico in quest’area, e risale al 550 a.C. Nel 1925-27 sono state ricomposte e rialzate sul lato N numerose colonne (per la precisione 14 colonne su 17) con parte della trabeazione. Presenta un peristilio (lunghezza m 63,70; larghezza m 24) di 6 x 17 colonne (altezza m 8,62). È caratterizzato a est dall’ingresso preceduto da una scalinata di 8 gradini, un vestibolo con una seconda fila di colonne, quindi il pronao, la cella e l’adyton collegati in un insieme stretto e lungo (carattere arcaico); ha sostanzialmente la stessa planimetria del Tempio F sulla collina orientale. Data l’età arcaica in cui è stato costruito, sperimenta una serie di soluzioni architettoniche, che saranno abbandonate dallo stile dorico in epoca classica, che tenderà alla standardizzazione e all’omogeneità dei vari elementi: ad esempio, le quattro angolari hanno diametri maggiori rispetto alle altre, le scanalature variano da 16 a 20 e variabile è anche l’intercolumnio; esse, inoltre, sono prive di entasi e sono realizzate alcune a tamburi ed altre a monolito.

Nel tempio C sono stati rinvenuti: dalla decorazione della cornice alcuni frammenti di terrecotte policrome (rosso, bruno, porpora); dal frontone un gigantesco gorgoneion fittile (altezza m 2,50); dalla facciata tre metope che rappresentano: Perseo, alla presenza di Atena, in atto di decapitare Gorgone che stringe a sé Pegaso; Eracle e i Cercopi, la quadriga di Apollo vista frontalmente (il dio era affiancato dalle figure di Elio e Selene: lacunose), che sono tutte al Museo Archeologico di Palermo.

Il mito di Eracle e i Cercopi, che forse molti non conoscono, racconta che questi due fratelli, figli dell’oceanina Theia, due cialtroni, ladri e truffatori che infestavano la zona di Cuma, avendo assalito Eracle nel sonno per rubargli il bottino che portava con sé, furono catturati dall’eroe che, per punirli, li appese a testa in giù al suo bastone, come fossero prede di caccia. In quella strana posizione, uno dei fratelli riconobbe in Eracle l’uomo “dalle natiche villose” di cui aveva loro parlato la madre esortandoli a guardarsi da lui. Fatta tale scoperta, i due Cercopi cominciarono a motteggiare l’eroe e a scherzare con lui e lo divertirono a tal punto che alla fine vennero da lui liberati. Ahimè, invece di cambiare vita, i due Cercopi continuarono con le loro ruberie, tanto che Zeus, esasperato, li punì trasformandoli in scimmie.

Il mito dei Cercopi catturati e poi liberati da Eracle è piuttosto arcaico (già ad Omero si attribuiva un poemetto intitolato appunto I Cercopi) ed era una metafora orfica e pitagorica della liberazione dell’Anima dalle passioni e dagli appetiti materuali, tanto da essere rappresentato, oltre che nella metopa selinuntina, nell’Heràion (tempio di Era) del Sele. Altre figurazioni del mito si riconoscono, poi, in alcuni esemplari di ceramica corinzia e attica e su vasi italioti.

Il Tempio C in età punica fu riutilizzato come archivio cittadino, dato il ritrovamento numerosi sigilli cartaginesi. A est del Tempio C vi è il suo grande altare rettangolare (lunghezza m 20,40; larghezza m 8) di cui restano le fondazioni e qualche gradino, e poi l’area dell’Agorà ellenistica; poco oltre i resti delle case, la terrazza è limitata da un portico dorico (lunghezza m 57; larghezza m 2,80) che si affaccia su un imponente tratto del muro di sostegno dell’acropoli.

Inoltre, accanto al Tempio C, è stato appena scoperto il cosiddetto Tempio R, forse dedicato a Demetra e Kore. Costruito nel primo quarto del VI secolo a.C., è il primo tempio monumentale costruito a Selinunte, e uno dei primi rappresentanti nell’ architettura dell’Europa occidentale monumentale greca. Edificio non periptero (cioè non circondato da colonne) ha un profondo Pronao e una Cella, così come una terza camera con ingresso indipendente meridionale. Due colonne poste nel pronao, e forse una terza nella cella, allineate sull’asse centrale, sostenevano il tetto dell’edificio. I primi templi non peripteri costruiti interamente in pietra segnano l’inizio dell’ architettura monumentale in Sicilia.
I ritrovamenti dell’area come tre lance infisse nel terreno o un flauto in osso hanno fatto pensare a riti in memoria della fondazione della colonia.

Segue il Tempio D, che si data al 540 a.C. e si affaccia col suo fronte ovest direttamente sulla strada nord-sud. Presenta un peristilio (lunghezza m 56; larghezza m 24) di 6 x 13 colonne (altezza m 7,51). È caratterizzato da un pronao in antis, una cella allungata conclusa con l’adyton. È più progredito del Tempio C (le colonne sono lievemente inclinate, più slanciate e con èntasis; il vestibolo è sostituito da un pronao distilo in antis), ma mostra ancora incertezza nelle misure fra gli intercolumni e nei diametri delle colonne, come pure nel numero delle scanalature. Come già il Tempio C, mostra nel pavimento del peristilio e della cella molte cavità circolari o quadrate di cui si ignora la funzione.
Probabilmente, anche se banale, servivano come depositi delle offerte e degli ex voto dei fedeli. Il Tempio D era dedicato ad Atena (come attesterebbe l’iscrizione dedicatoria IG XIV, 269). Il grande altare esterno, non in asse col tempio ma posto obliquamente presso il suo angolo sud-ovest, fa supporre che l’attuale Tempio D occupi il luogo di uno precedente.

Parte del Tempio Y, ricostruito nel museo del Banlio Florio

est del Tempio D vi è il basamento di un tempietto arcaico, il Tempio Y, detto anche “Tempio delle piccole metope”, conservate nel museo archeologico di Palermo, preceduto da un altare quadrato. Questo tempio era il più antico periptero di Selinunte e la sua identificazione è stato un lavoro degno di Sherlock Holmes. Ai tempi dei cartaginesi fu letteralmente smontato, per essere utilizzato come materiale di costruzione per rinforzare le mura.Con sicurezza possiamo attribuire al tempio Y tre delle quattro piccole metope scoperte da Antonio Salinas nel secolo scorso, fortemente legati a schemi arcaici, raffiguranti il ratto di Europa, la Sfinge alata e la triade di Delfi; sculture, databili tra il 580-570 a.C., accomunate dal tipico kyma ad ovuli di stile ionico. A questi si aggiungono la metopa con Eracle che lotta contro il toro, rinvenuta insieme alle precedenti, e le due metope ritrovate nel tratto est delle fortificazioni da Vincenzo Tusa nel 1968. La prima raffigura una biga vista frontalmente con due personaggi sul carro, forse Helios e Selene, e due cavalli rampanti ai lati in posizione araldica; la seconda raffigura Demetra, Kore ed Ecate. Queste ultime, nonostante siano prive di kyma, risentono della corrente ionica e sono considerate stilisticamente molto vicine alle precedenti e quindi facenti parte dello stesso edificio sacro.

Intorno ai Templi C e D vi sono le rovine di un villaggio bizantino del V secolo d.C., costruito con materiale di recupero. Il fatto che alcune case risultavano sepolte dal crollo delle colonne del Tempio C, ha dimostrato che il terremoto che ha portato al crollo dei templi selinuntini deve essere avvenuto in epoca altomedievale.

Verso nord l’acropoli presenta due quartieri della città (uno a ovest ed l’altro ad est della grande strada nord-sud), ricostruiti da Ermocrate dopo il 409 a.C.: le case sono modeste, edificate con materiali di recupero; alcune di esse mostrano delle croci incise, segno che furono adoperate come edifici cristiani o da parte di cristiani.

A nord, prima di raggiungere l’abitato, vi sono le grandiose fortificazioni a difesa dell’acropoli. Si articolano come una lunga galleria (originariamente coperta), parallela al tratto delle mura nord, con numerosi passaggi chiusi ad arco, seguita da un profondo fossato difensivo varcato da un ponticello, e con tre torri semicircolari ad ovest, nord e ad est. Girando all’esterno della torre nord – con un deposito di artiglieria alla base – si entra nella trincea rettilinea est-ovest con passaggi in entrambe le pareti. Le fortificazioni, attribuibili solo in piccola parte alla città antica, sono da riferire sostanzialmente alle ricostruzioni di Ermocrate e a interventi successivi (IV-III secolo a.C.). Infatti vi furono reimpiegati degli elementi architettonici, che dimostrano che alcuni dei templi erano stati abbattuti già nel 409 a.C.

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