Selinunte (Parte III)

Tempio E

Continuando la nostra visita a Selinunte, a nord dell’acropoli, sulla collina di Manuzza, la strada moderna traccia il confine di un’area di forma grossomodo trapezoidale in cui si presume si dovesse trovare anche l’agorà. Tutta l’area era occupata dall’abitato di schema ippodameo – riconosciuto con fotografie aeree – lievemente divaricato rispetto all’asse dell’acropoli, ma con isolati allungati di m 190 x 32 rigorosamente orientati nord-sud, che originariamente era cinto da un muro difensivo. Nell’area non sono stati fatti ancora degli scavi sistematici, ma solo dei saggi i quali hanno comunque confermato che il luogo era abitato fin dalla fondazione di Selinunte (VII secolo a.C.), e che dunque non si tratta di una fase successiva di espansione della città. Dopo la distruzione di Selinunte, quest’area della città non fu più riabitata; i profughi tornati al seguito di Ermocrate, si insediarono unicamente sull’acropoli, in quanto era più facilmente difendibile. Sulla collina Manuzza nel 1985 è stata rinvenuta una costruzione in tufo, probabilmente un edificio pubblico risalente al V secolo a.C.

Sulla collina orientale vi sono tre templi che, benché disposti lungo lo stesso asse nord-sud, tuttavia non sembra avessero un unico recinto sacro (tèmenos), come dimostrerebbe il muro di separazione esistente fra il Tempio E ed il Tempio F. Questo complesso sacro ha fortissime analogie con le pendici occidentali dell’acropoli Caria di Megara Nisea, madrepatria di Selinunte, elemento prezioso, forse indispensabile, per un discorso corretto sull’attribuzione dei culti praticati nei vari templi.

Il Tempio E, dedicato ad Era, che ha una pianta molto simile a quella dei Templi A e O dell’Acropoli, ha una storia lunga e assai complessa, avendo avuto ben tre diverse fasi costruttive. La più antica, il cosiddetto tempio E1, risale ai tempi della fondazione della colonia. L’edificio, che quasi coincide come dimensioni alla cella del tempio E3, era composto da una lunga cella con aditon e pronao in antis costruito con calcare giallastro proveniente dalle Latomie. Dell’elevato conosciamo due serie di colonne monolitiche di dimensioni diverse e con due tipi di capitelli con echino espanso a mensole e collarino poligonale realizzati su modelli corinzio corciresi. Il tempio E1 era inoltre coperto con tegole dipinte a scacchiera e tegole terminali decorate con palmette a fiori di loto con il colmo del tetto protetto da coppi. Una copertura teologicamente vicina ai tetti arcaici dell’Etolia, con tegole di tipo corinzio arcaico interpretato in chiave siceliota.

Il tempio era inserito in un temenos, di cui si conserva ancora un tratto del muro di peribolo meridionale costruito con la tecnica a telaio databile alla fine del Vil secolo a.C., munito di propileo ad H posto ad ovest.Distrutto da un incendio intorno al 510 a. C. il tempio venne sostituito da un periptero con cella, realizzato in calcare stuccato, dalla pianta quasi uguale al tempio oggi visibile. Questo tempio denominato E2, realizzato con tutta probabilità, durante la tirannide di Eurileonte, è rimasto incompiuto a causa della caduta del tiranno.

Per uno dei due templi arcaici (E1 o E2) dovette essere realizzata la statua di culto, della quale conosciamo solamente la testa con polos, rinvenuta nella cella di E3 e conservata al Museo Regionale Archeologico di Palermo. La scultura, realizzata in tufo finissimo agli inizi del VI secolo a. C., si presenta fortemente abrasa nel volto; tuttavia è possibile notare la struttura cubica della testa e la capigliatura ad elementi ondulati continui molto stilizzati che ben evidenziano una matrice ionica.

Il tempio E3, il cui attuale aspetto attuale aspetto si deve all’anastilosi (ricomposizione e reinnalzamento delle sue colonne) effettuata – tra polemiche – tra il 1956 ed il 1959, presenta un peristilio (lunghezza m 67,82; larghezza m 25,33) di 6 x 15 colonne (altezza m 10,19), realizzate con il calacare estratto dalle cave di Cusa, su cui sono presenti numerose tracce superstiti dell’originario stucco che le ricopriva.

È un tempio caratterizzato da diverse scalinate che determinano un sistema di rialzamenti successivi: una prima di 10 gradini conduceva all’ingresso sul lato est; dopo il pronao in antis un’altra di 6 gradini conduceva nella cella; e per finire un’ultima di 6 gradini dava accesso – in fondo alla cella – all’adyton; dietro l’adyton, separato da esso, vi era l’opistodomo in antis.

Il tempio E3 è da considerarsi tra i templi “dorico canonici”, accogliendo tutte le soluzioni della tecnica costruttiva di tale ordine architettonico, come ad esempio le curvature e le correzioni di tutte le parti destinate a fare incontrare sempre due triglifi negli angoli del fregio e mai due metope. Un fregio girava lungo le pareti della cella, mentre il pronao e l’opistodomo erano decorati con metope; cinque di queste ed altri frammenti, ritrovati tra il 1831-1832 e nel 1865, si conservano al Museo Salinas di Palermo. Scolpite nel tenero calcare tufaceo le metope vennero realizzate con la tecnica acrolitica consistente nell’applicazione delle parti nude dei bassorilievi femminili, in marmo pario, al calcare tufaceo. Di stile preclassico detto “severo” mostrano nella tipologia com positiva, specialmente quelle appartenute al lato occidentale raffiguranti “Atena ed Encelado” e “Apollo e Dafne”, preesistenze tardo arcaiche. Le altre tre metope raffiguranti “Zeus ed Hera”, “Eracle e Antiope” e “Artemide ed Atteone” provenienti dall’opistodomo, ricche di espressività e movimento, motivi caratteristici dello stile severo, vengono attribuite allo scultore Pitagora di Reggio.

Dinanzi alla facciata est del tempio è stato rinvenuto un crogiuolo, scavato in parte nella roccia in parte nel terreno, dove si pensa che i Cartaginesi, in seguito al riuscito assalto alla città del 409 a. C., abbiano fuso le tegole bronzee del tempio trasformandole in lingotti per più facilmente trasportarle.

A titolo di curiosità, così Ranuccio Bianchi Bandinelli, il grande archeologo, commentò la ricostruzione del tempio E3

“l’esempio più grave di iniziativa sbagliata è però offerto ora dalla ricostruzione del tempio E di Selinunte. Si è speso assai, oltre i cento milioni; si sono fatti, da parte della direzione dei lavori, miracoli di ingegnosità tecnica, che solo un’intelligente passione per il monumento antico poteva dettare; e tutto ciò per un risultato deplorevole. Deplorevole da vari punti di vista. Si è alterato un paesaggio ormai classico, sul quale sono state scritte pagine di alta poesia, un paesaggio che aveva ormai un suo valore culturale così come esso era; e questa distruzione di un valore culturale (evidentemente non sentito o ignoto a chi ha voluto il ripristino) avrebbe potuto essere giustificato, tutt’al più, da un preciso interesse scientifico archeologico, in modo che la perdita di un valore culturale fosse compensata dalla acquisizione di un altro. Invece, ricostruendo, come si è fatto, senza prima aver eseguito il rilievo dei frammenti pezzo per pezzo, si sono distrutte le possibilità di accertamento e di studio di quei particolari strutturali dell’architettura antica, che sono ancora oggetto di indagine e di discussione, specialmente per precisare i rapporti complessi e in parte ancora ignorati tra Grecia e Sicilia. Culturalmente e archeologicamente, quindi, il risultato è del tutto negativo

Tempio F

Poco a nord del tempio E sorge il tempio F, forse dedicato a Dioniso, perfettamente allineato ai templi E e G, è il più piccolo e il più spoglio dei tre templi posti sulla collina orientale. Le rovine di questo tempio furono, infatti, saccheggiate in epoca imprecisata ed utilizzate come materiale di cava. L’edificio creduto in passato opera del 550-540 a. C. dobbiamo oggi, alla luce di saggi effettuati all’interno del tempio e intorno al crepidoma, datarlo al 520 a. C. periodo a cui appartengono i materiali più antichi ritrovati nel riempimento. Il tempio presenta una pianta allo stilobate di 61,83 m. x 24,43 m. con una peristasi di 6 x 14 colonne doriche che non presentano entasis, ma rastremazione continua. L’interno, formato da una cella tripartita in pronao, naos e aditon, presenta una doppia fila di colonne sulla facciata separate da un intercolumnio: caratteristica tratta dal più antico tempio C sorto sull’acropoli. Il tempio possedeva fin dalla sua realizzazione una ricca decorazione fittile sostituita, in seguito, da splendide metope poste sulle fronti.

Due di queste, capolavoro del tardo arcaismo scultoreo selinuntino, si conservano come la altre al Salina di Palermo. Le due metope, databili tra il terzo e l’ultimo quarto del Vi secolo a.C., mutili superiormente, raffigurano Dioniso, con un lungo chitone ed Himation dalla sottile pieghettatura, che sta per uccidere un gigante ed Atena vittoriosa su Encelado; quest’ultimo riverso sul terreno è raffigurato con gli occhi semichiusi e con la bocca aperta, spasimante dal dolore, contornata da una folta barba a riccioli stilizzati. Peculiarità del tempio F è la presenza tra le colonne della peristasi di un muro, marcato da una specie di triplice lesena, alto quasi cinque metri, che lascia liberi solamente stretti passaggi sulla facciata. Questa insolita soluzione dell’architettura dorica ci lascia alquanto perplessi e fa ipotizzare che il muro servisse a proteggere gli ex voto offerti dai fedeli oppure a celare, a occhi indiscreti, riti misterici.

Tempio G

Il più settentrionale dei tre templi della collina orientale di Selinunte è il tempio G, dedicato a Zeus, uno dei più grandi templi dell’antichità classica; oggi ridotto ad un immenso cumulo di architravi, colonne e capitelli, devastati dalla furia del sisma, da cui emerge un’unica possente colonna, restaurata dallo scultore Valerio Villareale nel 1832, volgarmente chiamata “fuso della vecchia”. Malgrado il suo stato di rovina pare celare gelosamente le strutture interne, bene conosciamo la pianta dell’edificio le cui misure allo stilobate sono di 113,14 m. x 54,05 m. Il tempio aveva 8 colonne sulla facciata e 17 sui lati lunghi comprese le angolari; le colonne alte 16,27 m. sostenevano un capitello il cui abaco si estendeva per oltre 16 mq., mentre tutto il tempio era alto 30 m.circa

L’interno era costituito da un pronao prostilo, con quattro colonne sul lato d’accesso e due sui fianchi; seguiva la cella divisa in tre navate da due file di dieci colonne monolitiche con capitello dorico su due ordini, e l’opistodomo in antis. Addossate ai muri delle navate laterali della cella erano due scale, tramite le quali era possibile raggiungere il tetto e il sottotetto per le periodiche ispezioni delle capriate lignee che sostenevano la copertura. In fondo alla navata centrale, che pare avesse forma ipetrale (senza copertura), era posto l’aditon, che aveva la forma di una cappella, dove si trovava la statua di culto (da questo luogo proviene la scultura tardo arcaica raffigurante un torso di gigante, oggi al Museo Salinas di Palermo). L’aditon insieme allo spazio libero dei due intercolumni, posto tra il peristilio e la cella per meglio simulare una doppia peristasi, accostati alla monumentalità dell’edificio ci consentono di paragonare il tempio G ai grandi edifici cultuali della lonia e della Grecia dell’est; anche essi con cella a cielo aperto realizzati a partire dalla metà del VI secolo a.C.

Ciò porta a supporre la presenza a Selinunte di immigrati dalla Ionia, a questi non è estranea la spedizione di Pantatlo che portò a Selinunte un congruo numero di Cnidi. La costruzione del tempio G iniziò intorno al 530 a.C. ed ancora nel 409 a. C., data della distruzione della città da parte dei Cartaginesi, non era del tutto ultimata: lo testimoniano le colonne del tempio, molte delle quali ancora non scanalate, e la mancanza di rifiniture nonostante sono visibili molte parti stuccate. Con sicurezza sappiamo che l’edificio venne iniziato dal fronte est; grazie alla lunga durata di realizzazione è possibile cogliere l’evoluzione dell’architettura dorica ed in particolare dei capitelli: arcaici con echino basso e rigonfio ad est, più classici con echino meno espanso ad ovest.

Tra le rovine del tempio è stata ritrovata nel 1871 la “Grande Tavola Selinuntina”, testo mportantissimo sui culti della città, databile intorno alla metà del V secolo a. C. Nell’iscrizione, gli abitanti della colionia ringraziano gli dei per una vittoria di cui ignoriamo le circostanze:

I selinuntini sono vittoriosi grazie a Zeus, Fobos, Eracle, Apollo, Poseidone, i Tindaridi, Atena, Demetra, Pasikrateia e gli altri dei, ma soprattutto grazie a Zeus

E per festeggiare tale vittoria, venisse realizzata una donario in oro, essendo disponibili sessanta talenti d’oro: ora se si considera il talento attico, questo corrisponde a 25,86 kg; se invece, come più probabile, si parla di quello ionico, questo è pari a 37,8 Kg. Di conseguenza, la quantità totale sarebbe stata pari a 2.268 kg, ossia circa 122.450.000 euro, a testimonianza della ricchezza della polis.

Periodicamente, salta fuori il dibattito anche sulla ricostruzione del Tempio G, che strano a dirsi, ha sul groppone più di 200 anni. Il primo a formulare tale proposta fu infatti il principe di Torremuzza, primo Regio Custode delle Antichità della Valle di Mazara, il 28 aprile 1789 e sospetto che la relativa discussione continuerà ancora per secoli…

Ai piedi della collina, alla foce del fiume Cottone vi è il porto est; esteso per m. 600 circa verso l’interno e guarnito probabilmente da un molo o da una diga che si protendeva dall’acropoli, subì nel IV-III secolo a.C. delle trasformazioni: infatti fu allargato e fiancheggiato da banchine (orientate nord-sud) e da depositi. Dei due porti di Selinunte – attualmente insabbiati – il porto W, posto alla foce del fiume Selino-Modione, era quello principale.I quartieri extra moenia, collegati alle attività emporiche, commerciali e portuali, erano sistemati invece su grossi terrazzamenti lungo le pendici della collina.A nord dell’attuale villaggio Marinella, infine, si trova una necropoli in località Buffa.

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