Pirro (Parte VIII)

Piatto_con_elefanti_in_assetto_da_guerra_(Museo_nazionale_etrusco_di_Villa_Giulia,_Roma)

Dionigi di Alicarnasso e Plutarco riferiscono che all’alba del 1º luglio 280 a.C. i Romani attraversarono il Sinni, con l’idea di prendere di sorpresa Pirro, dato che il re dell’Epiro, tutto si aspettava, tranne che il console Levino volesse dargli battaglia.

Per questo Pirro aveva disposto l’accampamento più vicino ad Eraclea che al fiume Sinni, in modo da garantirsi la massima facilità di approvvigionamento e aveva lasciato a guardia della riva i 3.000 hypaspistai, che dovevano pattugliarla e avvertirlo quando i romani, come da lui ipotizzato, si fossero ritirati per carenza di viveri.

Paradossalmente, Levino aveva compiuto un errore di valutazione simmetrico: convinto che gli hypaspistai non svolgessero un ruolo di pattuglia, ma fossero l’avanguardia dell’esercito di Pirro e che quindi il grosso delle truppe epirote fosse nelle vicinanze, il console aveva organizzato l’attraversamento del Sinni come se fosse una sorta di manovra a tenaglia.

La fanteria guadò il fiume davanti agli hypaspistai, fungendo da incudine, mentre la cavalleria scelse un guado più lontano, in modo da aggirare il fianco del presunto grosso dell’esercito nemico, svolgendo il ruolo di martello: date le somiglianze della tattica di Levino con quella adottata da Alessandro nella battaglia del Granico, forse il console, a differenza di quanto affermato da qualche storico, non poi così ignaro delle tattiche ellenistiche.

La manovra riuscì perfettamente, ma invece di accerchiare l’intero esercito epirota, ne coinvolse una minima parte. Ora gli hypaspistai, tutt’altro che entusiasti di prendersi in pieno due legioni romane, mandarono subito un messaggero all’accampamento di Pirro, per chiedere aiuti.

Pirro si trovò davanti a una scelta difficile: nell’ipotesi migliore, si trattava di una manovra diversiva, organizzata da Levino per eccesso di prudenza, per impedire un inseguimento da parte della truppe epirote. Nella peggiore, i romani erano così scemi da attaccare battaglia in condizioni di inferiorità numerica. In entrambi, i casi, non c’era tempo, per soccorrere con tutte le truppe gli hypaspistai. Per cui, con grande coraggio, si mise a capo della cavalleria, dandole poi l’ordine di raggiungere il campo di battaglia. La fanteria leggera e pesante sarebbe eventualmente giunta poi.

Il re dell’Epiro, giunto alle rive del Sinni, si rese conto della pessima situazione del suoi soldati, per cui decise di agire in modo assennato: da una parte ordinò ai poveri hypaspistai di ritirarsi, poi per coprirne la fuga, lanciò una carica di copertura da parte della cavalleria macedone e tessala.

Carica che però abortì subito, dato che Pirro dovette scontrarsi con un nuovo imprevisto: l’arrivo della cavalleria romana. Durante lo scontro uno dei capitani di Pirro, Leonato il Macedone, si accorse come uno dei romani Oblaco Volsinio, prefetto della cavalleria alleata romana dei ferentani, avesse preso di mira il dell’Epiro. Pochi istanti dopo, Oblaco spinse il cavallo e, abbassando la lancia, aggredì Pirro. Nello scontro entrambi caddero da cavallo, dopo aver gettato le insegne, Leonato intervenne in aiuto di Pirro, mentre Oblaco fu bloccato e ucciso dai soldati macedoni. Sia perché se l’era vista brutta, sia perché era memore di tante sconfitte nelle battaglie tra i Diadochi, dovute alla morte in battaglia dei comandanti, Pirro chiamò a sé Megacle e decise di scambiare con quest’ultimo i panni e le armi, continuando così a combattere come un normale soldato e scongiurando altri rischi.

A togliere le castagne dal fuoco a Pirro, fu l’arrivo del resto del suo esercito: gli opliti e i pezeteri corsero in soccorso dei pochi hypaspistai e disposti in falange ingaggiarono i manipoli romani. Per cercare di sopraffare i legionari, gli epiroti effettuarono ben sette cariche. Ora, abbiamo idee parecchio confuse sulle caratteristiche della legione manipolare dell’epoca: tuttavia, possiamo ipotizzare come, a seconda dei casi e delle esigenze tattiche, i manipoli potevano disporsi o in un fronte continuo o con dei varchi tra loro.

Dato che gli epiroti, riuscirono a sfondare le prime linee nemiche ma non poterono avanzare ulteriormente a meno di non rompere la propria formazione, è assai probabile che Levino, proprio per contrastare la falange, abbia adottato la disposizione con i varchi. Le taxis dei pezeteri, per infilarvisi, si sarebbero rotti e questi soldati, meno pesantemente armati dei legionari, ne sarebbero stati sovrastati.

Per rompere lo stallo, Levino lanciò una carica avvolgente di cavalleria, consapevole della fragilità della falange ad attacchi laterali: i Romani, inoltre, continuarono a prendere di mira colui che portava le armi reali finché un cavaliere di nome Destro assalì e uccise Megacle; lo spogliò quindi delle vesti reali e corse verso il console Levino, annunciando a tutti di aver ucciso Pirro. Dopo tale notizia i legionari, galvanizzati dalla morte del re epirota, sferrarono un deciso contrattacco, mettendo in difficoltà opliti e pezeteri, mentre gli epiroti sbigottiti cominciarono a perdersi d’animo. Pirro, avendo inteso il fatto, si mise a correre per il campo e a capo scoperto si fece riconoscere dai suoi soldati. Per riprendere in mano le sorti della battaglia, decise di schierare la sua arma segreta: mandò in campo gli elefanti da guerra.

Mossa che ebbe un successo assai maggiore di quanto aspettato dal re dell’Epiro: i soldati romani, dinanzi a quelle bestie ignote, entrarono in panico, cominciando a ritirarsi in disordine. Pirro, allora, ordinò alla cavalleria tessala di attaccare, sbaragliando definitivamente la fanteria romana. Tuttavia, la fortuna aiutò Levino: da una parte i tessali, invece di continuare ad incalzare i Romani in fuga, si dedicarono a saccheggiare il loro accampamento, trovando ben poco. Come aveva ben previsto Pirro, i legionari erano prossimi alla fame. Dall’altra, vi fu il sopraggiungere della notte, che rese impossibile il combattimento.

Così i Romani seguendo la via Nerulo-Potentia-Grumentum, si ritirarono a Venosa. Dionigi di Alicarnasso ci evidenzia le seguenti perdite: 15.000 morti tra i Romani e 13.000 tra le truppe di Pirro. Inoltre Eutropio riferisce che 1.800 soldati romani furono fatti prigionieri, nel seguente brano

Pirro prese mille e ottocento Romani e li trattò con il massimo riguardo, seppellì gli uccisi. E avendoli veduti a terra giacere con ferite sul petto e con volti truci, anche morti, si dice che egli alzasse le mani al cielo con queste parole: “Avrebbe potuto essere il padrone di tutto il mondo, se gli fossero toccati tali soldati”

Facciamo due conti: complessivamente, l’esercito romano contava complessivamente 80.000 soldati. A seguito della battaglia di Eraclea il tasso di perdita complessiva era del 21%, importante, ma sostenibile. Nell’esercito epirota, il tasso di perdita era invece pari al 46%, un’ecatombe. Per cui, Pirro aveva ottenuto un successo tattico, ma una disfatta strategica: la battaglia di annientamento si era trasformata in battaglia d’attrito, dove Pirro, era consapevole di essere il perdente, avendo a disposizione assai meno risorse. Secondo la leggenda, così commentò, il risultato della battaglia

«Un’altra vittoria come questa e me ne torno in Epiro senza più nemmeno un soldato»

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