Domine quo vadis

geta

La nostra nuova passeggiata sull’Appia Antica comincia da un monumento purtroppo difficilmente visitabile, dato che si trova in una proprietà privata: si tratta del cosiddetto Sepolcro di Geta, posto all’altezza dell’attraversamento del fiume Almone.

In origine, questo era un tipico “sepolcro a torre”, ossia un monumento funebre a gradoni, costituito da sette corpi volumetrici sovrapposti in più livelli, in ordine decrescente. Oggi è visibile solo la parte inferiore in calcestruzzo del nucleo della struttura, sormontata da una piccola costruzione risalente al tardo medioevo, che ancora nei primi anni del Novecento era chiamata Osteria dei Carrettieri. Sulla superficie dei resti sono ancora riconoscibili i segni degli alloggi funzionali al sostengo delle lastre marmoree che rivestivano il monumento.

L’identificazione del sepolcro è legata a un passo della solita Historia Augusta, in cui il fantomatico scrittore Elio Sparziano, che collocava la tomba di Geta in quel luogo, descrivendola come una struttura simile al Settizonio collocato presso il Palatino.

Non tutti gli studiosi concordano nel riconoscere in questa struttura il monumento descritto da Spaziano; stando a quanto afferma Ashby Geta, infatti, sarebbe stato sepolto nel Mausoleo di Adriano insieme a Settimio Severo e Caracalla.

quovadis

La tappa successiva è assai più nota: si tratta della chiesa di Domine Quo Vadis. Secondo la leggenda, citata in età paleocristiana dagli apocrifi Acta Sancti Petri, da Ambrogio e da Origine, l’apostolo Pietro, che fuggiva da Roma per sottrarsi alle persecuzioni di Nerone, avrebbe incontrato in visione Gesù. Secondo questo racconto, Pietro pose a Gesù la domanda

Domine, quo vadis?

ovvero

Signore, dove vai?

e alla risposta di Gesù,

Eo Romam iterum crucifigi

ossia

Vado a Roma a farmi crocifiggere di nuovo

Pietro capì che doveva tornare indietro per affrontare il martirio. A riprova di tale evento, Gesù lasciò l’impronta dei suoi piedi su una lastra di marmo. Intorno al IX secolo, per costruire tale presunta reliquia fu costruito il primo edificio, una sorta di edicola a pianta quadrata, grande più o meno come l’attuale, con ampie aperture che consentivano al viandante di vederne l’interno, dove presumibilmente erano collocate le impronte.

Il primo documento in proposito è una bolla di Gregorio VII del 1° marzo 1081, che rendiconta i beni donati alla cura dei monaci del monastero di San Paolo fuori le Mura. Tra tali beni anche la chiesa di Sancta Maria quae cognominatur Domine quo vadis.

Un’indicazione confermata in seguito da altri documenti risalenti al XII secolo, i quali citano appunto la chiesa di Santa Maria ubi Dominus apparuit. Altri nomi con cui fu conosciuta la chiesetta furono “S.Maria delle Palme”, “S.Maria in palmis”, “S.Maria de palma”, “S.Maria ad passus”, “S.Maria ad transitum”, “S.Maria del passo”, nomi che conservò fino al XVII secolo quando assunse il nome attuale.

Una testimonianza d’eccezione della devozione che attirava delle presunte impronte di Gesù ci è stata lasciata da Francesco Petrarca il quale, nel 1336, in una lettera al suo amico vescovo Giacomo Colonna descrive l’emozione che prova alla sola idea di poter vedere quella singolare reliquia nel suo imminente viaggio a Roma.

In realtà, queste impronte, nella chiesa di Domine quo vadis vi è una copia, l’originale è conservata nella Basilica di San Sebastiano, sono un ex voto pagano per il dio Redicolo, offerte da un viaggiatore prima di partire per garantirsi il buon esito di un viaggio (o al ritorno, in ringraziamento). Un esempio di analogo è visibile ai Musei capitolini. La lunghezza delle impronte è di 27,5 cm che corrisponde a un numero di calzatura pari a 44/45, già notevole oggi, ma che all’epoca doveva essere qualcosa di straordinario.

Nel 1628 la chiesa fu devastata da un violento temporale: così, nel 1637 il cardinale Francesco Barberini, ne finanziò la ricostruzione. Attualmente, la sua facciata è scandita da due lesene laterali; sulla sommità un timpano e lo stemma dei Barberini. Un timpano ridotto è collocato sopra la porta d’ingresso, sormontato a sua volta da una grande finestra.

L’interno è ad un’unica navata; sull’altare è collocata l’immagine della Madonna del transito, e ai lati due affreschi con la Crocifissione di Gesù e la Crocifissione di Pietro. Sopra l’altare, in una lunetta, un affresco con l’Incontro di Gesù con Pietro. Nelle pareti laterali altri due affreschi con gli stessi soggetti. Nell’unica cappella laterale vi è un affresco con San Francesco e il panorama di Roma con le sue chiese. Infine, nella chiesa vi è un busto di bronzo di Henryk Sienkiewicz, lo scrittore polacco autore del famoso romanzo storico Quo vadis?.

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L’ultima tappa è invece la Cappella di Reginald Pole, personaggio da romanzo: discendeva dai Plantageneti perchè sua madre era nipote di due Re, Edoardo IV e Riccardo III e questo ne faceva uno dei parenti più prossimo di Enrico VIII che lo protesse e volle pagare la sua educazione.

Si formò in Italia, in particolare a Padova, presso San Giovanni di Verdara, dove soggiornò fino al 1526 ed ebbe modo di frequentare personaggi della levatura di Pietro Bembo e Gasparo Contarini, ma anche l’agostiniano Pier Martire Vermigli, protagonista italiano della corrente riformista cattolica (poi passato alla riforma).

Nel 1527 tornò in Inghilterra, dove si ritirò nella Certosa di Sheen per completare gli studi. Fu coinvolto contro la sua volontà nella vicenda del divorzio di Enrico VIII da Caterina di Aragona: benché personalmente contrario, ottenne dai teologi e canonisti dell’Università della Sorbona di Parigi il parere favorevole allo scioglimento dell’unione

Perse comunque il favore del re e nel 1532 si trasferì a Padova, dove conobbe, tra gli altri, Gian Pietro Carafa, Benedetto Fontanini, Jacopo Sadoleto e Alvise Priuli, che da allora fu il suo principale collaboratore. A Venezia si dedicò allo studio filologico della Bibbia sotto la guida dell’ebreo fiammingo Giovanni di Kampen. Dopo la rottura di Enrico VIII con la Chiesa di Roma (1534), inviò al re il trattato Pro ecclesiasticæ Unitatis defensione, per convincerlo a tornare sui suoi passi.

Nel frattempo, ordinato diacono, nel 1535 in Inghilterra si pensò a lui come al possibile marito di Maria Tudor, figlia di Enrico e di Caterina, ma Reginald venne innalzato alla dignità cardinalizia da papa Paolo III nel concistoro del 22 dicembre 1536, ottenendo la diaconia dei Santi Nereo e Achilleo (optò successivamente, nel 1540, per il titolo dei Santi Vito e Modesto e poi per quello di Santa Maria in Cosmedin): il papa lo scelse anche quale membro della commissione, presieduta da Contarini, incaricata di tracciare le linee di una riforma della Chiesa, la quale consegnò al pontefice il documento Consilium de emendanda Ecclesia. Fu poi membro della commissione incaricata di preparare il Concilio ecumenico; incontrò a Nizza anche Francesco I di Francia e l’imperatore Carlo V.

La sua opposizione allo scisma anglicano, portò sua madre e suo fratello a essere giustiziati per alto tradimento;anche il Cardinale rischiò di essere ucciso dai sicari e cercò rifugio a Toledo dove Carlo V si rifiutò di consegnarlo all’ambasciatore inglese.

Pole, nominato Amministratore del Patrimonio di San Pietro, si trasferì a Viterbo, dove raccolse attorno a sé gli Spirituali reduci del circolo napoletano di Juan de Valdés, per lo più ecclesiastici di rango che, accogliendo alcune delle idee luterane ma senza voler staccarsi da Roma, premevano per una radicale riforma della Chiesa, improntata sul piano teologico su pochi fundamentalia fidei e, sul piano pratico, sulla svalutazione di riti e opere esteriori. Del circolo facevano parte, tra gli altri, il cardinale Giovanni Morone, il protonotario apostolico Pietro Carnesecchi, le gentildonne Vittoria Colonna e Giulia Gonzaga, il grande artista Michelangelo Buonarroti, mentre il principale animatore era il mistico spagnolo Juan de Valdés, vicino alle dottrine luterane.

Tra il 1545 e il 1546 Pole fu legato pontificio al Concilio di Trento, ma abbandonò l’assemblea alla vigilia del voto sul decreto de iustificatione, adducendo motivi di salute. Intanto la Congregazione dell’Inquisizione accumulò una ricca documentazione a carico dei membri dell’Ecclesia, della quale si servì per controllare lo svolgimento dei successivi conclavi.

Dopo la morte di Paolo III, nel conclave del 1549 fu il candidato principale e gli mancava un solo voto e se fosse stato più ambizioso avrebbe potuto accettare di divenire Papa per adorationem. Preferì non scontrarsi con i cardinali francesi ed alla fine fu eletto Giulio III; in quello successivo, nel 1555, fu invece fatto fuori dalle accuse di eresia formulate da cardinale Giovanni Pietro Carafa (prefetto dell’Inquisizione, e in seguito eletto papa Paolo IV).

Ritiratosi nel monastero benedettino di Maguzzano, Pole fu inviato nel 1554 da papa Giulio III quale suo legato in Inghilterra per aiutare Maria I nel suo tentativo di riportare il regno all’obbedienza romana. Deposto l’arcivescovo scismatico Thomas Cranmer, Pole l’11 dicembre 1555 fu eletto amministratore apostolico di Canterbury; il 20 marzo 1556 ricevette l’ordinazione presbiterale e il 22 quella episcopale.

Nel 1557 Paolo IV gli revocò la legazione inglese e lo richiamò a Roma, con l’intenzione di arrostirlo a fuoco lento sul rogo: ma Pole rimase in patria, protetto dalla regina Maria e da Filippo II di Spagna. Morì nel palazzo di Lambeth (residenza degli arcivescovi di Canterbury), a Londra, il 17 novembre 1558, all’età di 58 anni (la regina Maria era morta dodici ore prima): fu l’ultimo arcivescovo cattolico di Canterbury.

Ora, come gli antichi romani, Reginald Pole volle innalzare nel 1539 una cappella per ringraziare Dio di averlo fatto sfuggire ai sicari di Enrico VIII proprio nel punto in cui gli era stato teso l’agguato. Il Cardinale fece costruire la cappella lungo la Via Appia all’incrocio con il Vicolo della Caffarelletta.

L’edificio richiama l’architettura dei sepolcri romani a tempietto: presenta due porte, oggi murate con blocchi di tufo, con stipiti ed architravi in travertino, laterizio giallo utilizzato per i 4 occhi circolari e per le 8 finte colonne con basamenti e capitelli corinzi in peperino, un gradino di basamento (crepidine) sempre in peperino e volta a cupola cuspidata coperta da tegole e coppi.

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Un pensiero su “Domine quo vadis

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