La cappella di Nostra Signora della Soledad

soledad

Sull’originaria chiesa di San Demetrio in Piazza della Vittoria o come si diceva prima, Piano del Regio Palazzo, adiacente al trecentesco palazzo Sclafani, si sa purtroppo poco. Dal Mongitore e dal Cannizzaro si sa che “appartenne ai Greci e non senza fondamento, poiché il santo a cui fin dal principio fu dedicata la Chiesa è greco e dai Greci tenuto in somma venerazione, proprio del ceto dei sellai e facitori dei finimenti di cavalli“.

Il che è abbastanza ovvio: Demetrio di Tessalonica, sulla cui vita si alquanto poco, è considerato dalla chiesa ortodossa un megalomartire, come San Giorgio, ed è considerato un ed è considerato un santo miroblita, ossia uno le cui reliquie emettono un profumo di fiori e un olio miracoloso; benché dalla tarda “passio” risulti essere un diacono, l’averlo messo in coppia con Giorgio, lo fece rappresentare sempre nell’iconografia come un soldato.

Il fatto poi che Gaspare Palermo ne documenti il primitivo impianto basilicale a tre navate, diviso da sei colonne e caratterizzato da otto archi, fa pensare a una fondazione di epoca normanna: per cui, probabilmente affidata ai monaci basiliani, fungeva da parrocchia per i dignitari di lingua greca della corte degli Altavilla.

La vicinanza a Palazzo Sclifani, che nel 1430 divenne l’ospedale centrale di Palermo, salvò la chiesa dal relativo abbandono: sappiamo come nel 1439, la manutenzione della chiesa fosse finanziata della corporazione dei pescatori dediti alla pesca e alla trasformazione dei tonni.

Il 27 Maggio 1580 arrivano a Palermo “I Padri dell’Ordine della Trinità” al fine di fondare un convento. L’Arcivescovo di Palermo Cesare Marullo accorda loro la licenza di fondarlo nella Chiesa di Santa Lucia al Borgo. Chiesa, quella di Santa Lucia, distrutta a seguito dei bombardamenti anglo americani della Seconda Guerra Mondiale, che era ubicata sul confluire dell’attuale Corso Scinà nel Piano dell’Ucciardone e risultavano ai margini della zona popolata appena fuori Porta San Giorgio, che all’epoca era l’estrema periferia cittadina. La costruzione di Borgo Vecchio, infatti, voluta da Carlo d’Aragona Tagliavia, Principe di Castelvetrano, presidente del Regno, Viceré di Sicilia, era appena iniziata, tanto che i primi edifici, ancora incompleti, furono usati come lazzaretti per le grande peste del 1575.

I Trinitari, ovviamente, non tanto contenti della sistemazione, tanto che ruppero così le scatole al viceré e all’arcivescovo, che ottennero nel 1589 di trasferirsi a San Demetrio. All’epoca, come raccontato in un altro posto, l’area era sede dei quartieri militari spagnoli preposti alla difesa del Palazzo Reale: i frati, da buoni politici, per arruffianarsi i vicini, convincerli ad andare a messa da loro e offrire abbondanti elemosine, posero sul muro meridionale della chiesa bassorilievo marmoreo raffigurante la Madonna genuflessa in atto d’adorazione ai piedi della Santa Croce denominata Madonna della Soledad, di cui vi era enorme devozione nella Penisola Iberica.

Sempre in quest’ottica, nel 1590 fecero costruire all’interno della chiesa la Real Cappella della Soledad, patrocinata dai dignitari al servizio della corte spagnola del viceré di Sicilia Diego Enriquez Guzman, conte di Alba de Lista. L’anno seguente è documentata la presenza di dodici fosse davanti al prospetto dell’edificio, manufatti sotterranei destinati all’immagazzinamento del grano.

Nello stesso anno il Venerdì Santo, i frati organizzavano una processione dei Misteri della Passione di Gesù Cristo, durante la quale molti si flagellavano a sangue, come succede ancora oggi in diverse località spagnole.

Tutto questo, che doveva essere a uso e consumo dei soldati spagnoli, ottenne un inaspettato successo anche tra i palermitani: l’anno seguente in tanti accompagnarono con torce accese i “Disciplinantes”, così chiamati perchè camminavano con abiti bianchi e visiere calate per non essere riconosciuti “para ganar las gracias solamente con Dios y su bendita Madre N.S. de la Soledad”.

Così cominciò a diffondersi l’uso, tra le varie confraternite palermitane, delle straordinarie processione del Venerdì Santo, tanto spettacolari, quanto poco valorizzate a livello turistico: a titolo di curiosità, l’arcivescovo Giannettino Doria, l’inventore del culto di Santa Rosalia, nel 1610 proclamò che per i giorni di Giovedì e Venerdì santo quando Gesù Cristo riposava sottoterra nessuno a Palermo dovesse circolare con ruote, ovvero con carrozze e carrozzelle e doveva esserci il massimo silenzio. Questo proclama durò fino al 1892 e nei giornali di allora, quando iniziarono a circolare i primi tram e per la città facevano un particolare rumore, appaiono numerosi articoli di protesta sulla violazione di tale bando. A quei tempi chi assisteva ad una processione molto spesso andava con abito nero fregiato a lutto, in alcune case si coprivano addirittura gli specchi perchè sembrava oltraggioso guardarsi e infine non si gettava acqua nei pavimenti.

Proprio per essere una sorta di “chiesa nazionale”, la cappella della Soledad ottenne molte più attenzioni della chiesa di San Demetrio che la custodiva: nel 1679 la cappella fu interessata da lavori di abbellimento intrapresi sotto la guida del celebre architetto gesuita Paolo Amato che aggiunse tre scenografiche arcate separate da due colonne nella zona presbiterale.

Lo stesso Amato fornì i disegni per la decorazione a stucco che fu realizzata da Andrea Surfarello, uno dei più capaci assistenti del Serpotta. Nel secolo successivo è stata ulteriormente abbellita e rifinita e il seicentesco rivestimento marmoreo parietale fu in parte sostituito da marmi mischi disegnati dal buon Giuseppe Venanzio Marvuglia a cui si deve anche la riconfigurazione planimetrica della cappella. Per nostra fortuna, il buon Giuseppe, evitò per una volta di prendere qualcuna delle sue strambe iniziative, rispettando la struttura originale della cappella.

Il tre maggio 1732 Carlo VI la pose sotto la propria reale protezione e dichiarata Imperiale, nel tentativo di guadagnare alla causa austriaca i sudditi filospagnoli.

Non solo la casa Reale Spagnola, ma anche quella Italiana patrocinò tale cappella: in particolare, le regine di casa Savoia donarono i manti che vestono la statua dell’Addolorata che viene portata in processione di Venerdì Santo: quello di Maria Cristina di Savoia rubato nel 1866, fu sostituito nel 1895 da quello di Margherita di Savoia.

Purtroppo, la chiesa di San Demetrio, fu bombardata nel 1943 e poi demolita anche se le foto d’epoca dimostrano che si sarebbe potuta salvare, essendo ridotta meno peggio di tante alte chiese palermitane dell’epoca. Anche la cappella della Soledad che si trovava all’inizio della navata di destra subì alcuni danni ma per fortuna venne risparmiata dalla demolizione. Oggi al posto della chiesa di S. Demetrio è stato realizzato un salone ad uso della Cattedrale, si osservano ancora alcune colonne dell’edificio riutilizzate. La cappella venne restaurata dai danni subiti dai bombardamenti a spese della nazione spagnola e il restauro venne completato nel 1957 anno in cui venne inaugurata dal Cardinale Ernesto Ruffini; oggi è affidata alla cura delle suore Teresiane. Successivamente, nel 2007, è stata restaurata la facciata: tutto, come i restauri precedenti, a totale carico dell’Ambasciata di Spagna in Italia che tutt’oggi ne conserva il patronato.

Cosa ammirare della Soledad, le rare volte che è visitabile? Si accede alla cappella attraversando un piccolo cortile-sagrato dove si trova un elegante portale in marmo dove campeggia lo stemma reale, con un cancello in ferro battuto elegantemente lavorato che un tempo la separava dalla navata della chiesa di San Demetrio.

Entrando vi si trovano lateralmente i busti con le rispettive iscrizioni di Don Martino de Pinedo e di Andrea de Salazar. L’”anticappella” progettata dal Marvuglia in stile neoclassico, precede la cappella vera e propria, un’autentica macchina scenica barocca, piena di simboli, riccamente decorata a marmi mischi di squisita fattura dove trovano posto una serie di pitture situati entro raffinate cornici in stucco che propongono scene ispirate alla passione di Cristo del pittore catanese Olivio Sozzi: nella parete di destra troviamo ”l’Agonia di Gesù nell’orto degli ulivi” mentre nella parete si sinistra si trova la “Crocifissione”, ai lati dell’altare troviamo la “Lavanda dei piedi” a sinistra e “l’Ultima cena” a destra.

L’altare, tutto in marmo con bassorilievi dorati, ospita, dentro una nicchia realizzata in raffinati marmi mischi, la veneratissima cinquecentesca statua lignea di provenienza iberica della Madonna della Soledad. Il pavimento è interamente occupato da lapidi sepolcrali di nobili famiglie spagnole.

Oltre alla straordinaria processione del Venerdì Santo, il periodo antecedente la Settimana Santa è preceduto da A Scinnuta rAddulurata, un rito risalente al 1600. Nel sesto venerdì di Quaresima, la veneratissima Sacra Immagine della Vergine SS. Addolorata de la Soledad, accompagnata dalla banda musicale, era spostata dalla sua Cappella al centro della chiesa, (A Scinnuta – discesa), dove veniva celebrato la Santa Messa, mentre prima e dopo la funzione religiosa la banda musicale intonava all’esterno della chiesa alcune tipiche marce, offrendo un gustoso anticipo dei Sacri riti della Settimana Santa Palermitana. Dalla Relazione del Governatore della Compagnia del Preziosissimo Sangue e Misteri della Passione di Christo Signor Nostro del 1653 si evince che sicuramente in quell’anno avevano luoghi tali riti.

In occasione della scinnuta, la piazza antistante la Real Cappella de la Soledad, all’interno della Chiesa di San Demetrio della SS. Trinità, era stracolma di gente che impaziente attendeva il riecheggiare delle note musicali eseguite dalla banda, che intona le tipiche marce della Settimana Santa, le prime notizie di questa celebrazioni risalgono al 1653. Interrotta, a causa del secondo conflitto mondiale, a scinnuta rAddulurata non fu più ripristinata, per i gravi danni subiti alla Chiesa e alla cappella, e per il trasferimento della Confraternita in via Formaggi finendo così l’antica tradizione ru venniri ra scinnuta (venerdì di discesa). Rito che però è stato ripristinato in occasione del Giubileo del 2000.

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