Il Coro dei Canonici di Atri

canonici

La cattedrale di Atri, nel coro dei Canonici dipinto da Andrea de Litio, custodisce uno dei gioelli di quello che Longhi chiamava “Rinascimento umbratile”: una serie sperimentazioni e dialoghi tra diverse culture figurative, che, trovandosi in aree marginali in un’ottica toscano centrica, sono state per lungo tempo sottovalutate.

Andrea, pur lavorando essenzialmente in Abruzzo, tra l’Aquila che, all’epoca, per il ruolo fondamentale nel commercio dello zafferano, era tutt’altro che periferia economica e sociale, e la corte degli Acquaviva, tra le ricche e potenti del Regno di Napoli. La sua stessa formazione, diciamola tutta, avrebbe fatto invidia a tanti suoi colleghi fiorentini dell’epoca: a bottega del maestro gotico del trittico di Beffi, legato alla cerchia di Gentile da Fabriano, adolescente, se ne partì per Firenze, dove entrò per un breve periodo nella bottega di Masolino da Panicale.

Intorno al 1440 andò a lavorare come miniatore alla corte di Mantova, dove conobbe Pisanello e Jacopo Bellini, per poi a Ferrara, dove, se l’attribuzione dell’Adorazione dei Magi di Rotterdam fosse confermata, lavorò con Galasso Galassi, il maestro di Cosmé Tura, per poi andare a Venezia, dove vi abitavano alcuni parenti e lavorava il suo vecchio maestro Masolino; in quell’occasione approfondì lo studio dell’arte locale.

Nel 1443 è nella Roma di Martino V, mentre nel 1452 si trasferisce a Firenze, per una sorta di aggiornamento sulle novità toscane presso la bottega di Beato Angelico: tornato ad Atri un anno dopo, alternerà la sua permanenza in Abruzzo con soggiorni a Napoli, per collaborare al cantiere dell’Arco Trionfale di Castel Nuovo e approfondire le novità della pittura fiamminga.

Andrea lavorerà a più riprese al ciclo della Cattedrale d’Atri, costituito da 101 pannelli, cosa che lo rende tra i cicli di affreschi più grandi dell’Abruzzo. Dopo aver conosciuto il loro momento di gloria, gli affreschi del coro caddero nell’oblio e di essi non si conoscevano più l’autore e la datazione. Questa situazione durò fino a quando, nel 1897, lo storico atriano Luigi Sorricchio attribuì per la prima volta questa grande opera ad Andrea De Litio, facendo tornare l’interesse su questi affreschi, peraltro già restaurati nel 1824 ad opera del vescovo Ricciardone che lisalvò dalle infiltrazioni d’acqua. L’attribuzione del Sorricchio fu confermata negli anni quaranta-cinquanta da storici quali Federico Zeri e Ferdinando Bologna.

Gli affreschi si articolano in più parti: sulle tre pareti del coro (di cui quella di fondo la più grande) vi sono le scene della Vita di Maria, che racconta la vita della Madonna; sulle colonne alcune raffigurazioni di santi; sull’arco trionfale e su quelli piccoli laterali altre raffigurazioni di santi; sulla volta gli Evangelisti, i Dottori della Chiesa e le Virtù Cardinali e Teologali Furono realizzati in due fasi: tra il 1460 e il 1470 furono eseguite la Vita di Maria, i santi sulle colonne (anche se questi forse di qualche anno più tardi, intorno al 1475) e quelli sugli archi, mentre tra il 1480 e il 1481 fu eseguita la decorazione della volta.

Ovviamente, ciò è visibile a livello di evoluzione dello stile, con una sempre maggiore padronanza della prospettiva e un’attenzione fiamminga ai dettagli della vita quotidiana: ma tutti gli affreschi sono caratterizzati da un gusto narrativo ricco di estro, attento alle realtà della vita quotidiana e alla resa dei più immediati sentimenti umani.

La stessa prospettiva non serve per costruire una gabbia spaziale, posta al di là del Tempo, ma supporta e rende più serrato il racconto, costruendo il montaggio di scene differenti: se dovessimo paragonare il ciclo di Atri a un film contemporaneo, questo sarebbe il Vangelo secondo Matteo di Pasolini. I paesaggio sono quelli aspri dei calanchi appenninici e le scene urbane sono ambientate in un Atri più o meno trasfigurata dal pittore, immersa nelle attività del tempo. Ad esempio, nella Natività appare come il centro fortificato sullo sfondo, fronteggiato dall’altura dove si trovano due impiccati, il Colle della Giustizia perché luogo delle esecuzioni capitali; nell’Incontro di Anna e Gioacchino alla Porta Aurea il pittore sembra aver voluto rappresentare uno degli accessi urbani con accanto gli archi di una fontana, come era tipico di tutte le porte della cittadina.

In più, ogni scena fa riferimento, come usi e costumi alla quotidianità del suo tempo, alle abitudini e alle superstizioni: ad esempio, nella scena della nascita della Vergine, dominata da un ampio camino, è presente una strega, fantomatica figura della tradizione abruzzese, qui rappresentata come una vecchietta che sta lisciando un gatto: la strega pronuncia il suo “malaugurio”, ma nessuno ci fa troppo casa e anzi una ragazza dall’altra parte del letto ride a sentire quelle parole.

E soprattutto, ciò che rende ancora più vive quelle storie è la grande diversità di tipi umani presenti, un intero ritratto collettivo degli abitanti di Atri dell’epoca. Il messaggio di Andrea, condiviso anche dai committenti, il vescovo e il duca, che si fanno ritrarre senza problemi: il messaggio evangelico non era qualcosa di remoto e lontano, ma un’esperienza concreta, da vivere assieme ogni giorno.

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