Pirro (Parte IX)

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Per sua fortuna, Pirro, con la vittoria di Eraclea, ottenne in parte l’obiettivo politico che si era proposto, ossia la creazione di un comune fronte anti romano in Sud Italia, che gli facilitasse sia l’approvvigionamento, sia l’arruolamento di nuovi mercenari, da impiegare nella futura campagna siciliana.

Rinforzi lucani e sannitici si unirono all’esercito di Pirro, i Bruzi si ribellarono all’Urbe e buona parte delle città della Magna Grecia si allearono con il sovrano epirota: Locri scacciò la guarnigione romana, imitata poco dopo da Crotone.

L’unica eccezione fu Rhegion, filo romana, dove però ne successero di tutti i colori: il pretore campano Decio Vibellio, che comandava la guarnigione cittadina, massacrò una parte degli abitanti, cacciò i restanti e si proclamò amministratore della città, creandosi di fatto un regno autonomo. Subito dopo, Decio si alleò con i Mamertini di Messana ed ai Tauriani di Mamertion, creando una sorta di “Stato mercenario osco dello Stretto”.

Poi, con il massimo della faccia tosta, Decio cominciò a mercanteggiare tra Roma e Pirro, promettendo di schierarsi con gli avesse offerto di più: ovviamente, l’Epirota, che aveva necessità di controllare Rhegion per passare in Sicilia, fu assai più parco in promesse del Senato. Per cui, nonostante quanto avesse combinato, Decio fu riconosciuto come alleato dai Romani, incominciando a combattere una sorta di guerra parallela contro gli epiroti, allo scopo di tutelare i suoi interessi e arraffare più territori possibili in Calabria.

Decio e i suoi soldati campani respinsero persino un attacco alle mura di Rhegion sferrato da parte dell’esercito di Pirro, conclusosi solo con l’incendio del legname per costruzione navali ammucchiato fuori dalle porte. Poi conquistarono Kaulonia, governandola sotto il presunto nome di Roma. Infine, forse una strana emissione calabrese (con testa di Apollo/tripode e leggenda che rimanda a Mystia ed a Hyporon) si deve leggere nel quadro della guerra contro Pirro, nel senso della temporanea occupazione di Decio dei centri di Mystia, presso Kaulonia, e Hyporon, presso Capo Spartivento.

L’avventuriero campano,però, fece una pessima fine: colpito da una malattia agli occhi, e temendo di essere curato da un medico di Rhegion, Decio si rivolse ad un luminare di Messana, senza sapere che si trattava di un reggino emigrato, che, ricordandosi la sua origine ed i torti patiti dai concittadini, lo uccise a tradimento.

Per sfruttare al meglio il momento favorevole, Pirro decise di trovare un accordo con Roma, al fine di delimitare le sfere d’influenza in Magna Grecia: per questo spedì un’ambasciata, guidata da Cinea, per dettare le condizioni di pace e restituire i prigionieri catturati al termine della battaglia. Il povero Cinea, invece di trovarsi davanti un interlocutore unico, con cui trovare un compromesso, dovette invece confrontarsi con una litigiosa assemblea, suddivisa in tre grossi partiti: gli anticeltici, convinti che la vocazione di Roma fosse espandersi e colonizzare la Gallia Cisalpina e che quindi, la guerra con Pirro non fosse che un inutile spreco di tempo e di risorse, i centristi, favorevoli a un compromesso, che però tutelasse gli interessi, soprattutto economici, romani in Magna Grecia e i filo campani, che anche per loro interessi personali, non avrebbero ceduto un’unghia dell’espansione romana verso Sud.

I filo campani avevano poi, a differenza degli altri partiti, un leader carismatico, Appio Claudio Cieco, che con la sua retorica, riuscì a condizionare il voto del Senato: la sua orazione terminò con

Se Pirro vuole la pace e l’amicizia dei Romani, prima si ritiri dall’Italia e poi mandi i suoi ambasciatori. Fintanto che rimarrà non sarà considerato né amico né alleato, né giudice o arbitro dei Romani.

Avendo il Senato consapevolezza delle perdite subite da Pirro e delle sue difficoltà a ripianarle, diede ordine, per impressionarlo, di arruolare alla presenza dello stesso Cinea, l’arruolamento di due nuove legioni, affidate ancora a Levino, al fine di rimpiazzare i caduti in battaglia. L’obiettivo era o di costringere il re epirota a ritirarsi oppure a concedere condizioni più favorevoli ai romani. L’ambasciatore, sconvolto nel vedere quanti fossero i volontari per questa nuova chiamata alle armi, tornato da Pirro esclamò:

Stiamo combattendo una guerra contro un’Idra

Poi, evidentemente, raccontò delle divisioni politiche romane: Pirro quindi si pose l’obiettivo di screditare partito filo campano e costringere, con la paura, le altre fazioni a imporgli un compromesso. Per questo, concepì un piano audace, un’azione Shock and Awe, con l’intento i applicare una precisa, chirurgica quantità di potenza strettamente focalizzato per raggiungere la massima influenza con il minimo costo.

Sfruttando al meglio la finestra di opportunità, con Levino sostava a Venosa, impegnato ad assicurare le cure ai feriti e a riorganizzare l’esercito in attesa di rinforzi e Coruncanio impegnato a guerreggiare in Etruria, Pirro organizzò la sua marcia su Roma, allo scopo di terrorizzare gli avversari, spingendoli alla pace. A questa azione militare, associò la richiesta di restituzione ai Sanniti e agli Etruschi dei territori perduti in guerra, in modo da convincerli a schierarsi al loro fianco.

Durante l’avanzata deviò su Napoli, in cui erano concentrati gli interessi economici del partito filo campano, in modo da spaventare la cricca di Appio Claudio Cieco: ciò diede tempo a Levino di schierarsi a Capua, pronto a dare battaglia. Pirro, invece di accettare la sfida, continuò imperterrito ad avanzare verso Roma, devastando la zona del Liri e di Fregellae, giungendo sino a Preneste.

Qui sorsero due grossi problemi: il primo, la mancanza di adeguate artiglierie di assedio, che avrebbe reso vana la sua minaccia. Il secondo, che gli Etruschi, dopo un mercanteggiare indegno, avevano ottenuto favorevoli condizioni di pace da parte di Roma; per cui Coruncanio potette marciare verso sud.

Consapevole di non disporre di forze sufficienti per affrontare le armate riunite di Coruncanio, Levino e Barbula, che comandava le legioni appena arruolate, Pirro decise di ritirarsi e far ritorno in Campania, dove ripartì le forze nelle varie città in attesa dell’inverno; in questo modo sottolineò anche i limiti territoriali che egli stesso aveva fissato per la sua azione, confinandola alla sola Italia meridionale.

Però, nonostante la successiva propaganda romana, l’azione epirota aveva raggiunto il suo obiettivo: i filo campani erano stati isolati e le fazioni favorevoli all’accordo avevano prevalso, spedendo come ambasciatore presso Pirro Gaio Fabricio Luscino.

Un accordo, sulla spartizione delle sfere d’influenza, restituzione dei prigionieri e difesa degli interessi economici romani dovette essere abbozzato: ma i filo campani ebbero un’inaspettato aiuto da parte dei cartaginesi. Più a lungo Pirro fosse stato trattenuto dai romani in Italia, più tempo avrebbero avuto per prepararsi a fronteggiarlo in Sicilia.

Così i cartaginesi inondarono i filo campani d’oro: una buona parte finì nelle loro tasche, la rimanente servì a corrompere i senatori, per renderli favorevoli al continuare la guerra. Il solito Cinea, che era stato spedito per chiudere le trattative, accompagnato, a dimostrazione della buona volontà epirota, da soldati romani fatti prigionieri nella battaglia di Eraclea, che sarebbero stati restituiti senza riscatto, si vide rispondere picche.

In più, su proposta di Appio Claudio Cieco, il Senato considerò i prigionieri romani “infami”, poiché erano stati catturati con le armi in pugno, e perciò allontanati. Questi ultimi avrebbero potuto essere reintegrati nello Stato romano solo nel caso in cui ciascuno di loro avesse consegnato le spoglie di due nemici uccisi.

Pirro, a questo punto, si trovava in seria difficoltà per gli approvvigionamenti: riceverli via mare dall’Epiro era troppo dispendioso. Prelevarli in loco dagli alleati italici gli avrebbe alienato la loro benevolenza e fatti tornare nel campo romano. Per cui, il re epirota decise di passare dalla carota al bastone. Roma venne minacciata di occupazione se non avesse ritirato il suo esercito al di qua del fiume Garigliano e non avesse smesso di compiere azioni belliche e messo un freno ai campani di Reggio. Appio Claudio, però, convinto che l’azione precedente di Pirro fosse poco più di un bluff, chiuse ogni rimanente possibilità di trattativa.

A Pirro, così, non rimaneva che cercare uno scontro decisivo che obbligasse Roma a piegarsi.

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