Selinunte (Parte IV)

demetra

Tornando a visitare Selinunte, ci spostiamo sulla collina occidentale, con un sentiero che parte dall’acropoli ed attraversa il fiume Modione; qui, nella contrada Gaggera, ai tempi dei greci e dei fenici vi era un nucleo di santuari che, nell’orientamento degli edifici, seguivano gli allineamenti principali del tessuto urbani.

Santuari messi in luce durante gli scavi effettuati da Cavallari e Patricolo nel 1818 e da Salinas nel 1903-1905, è stata sistematicamente indagata tra il 1915 ed il 1926 da Gabrici, che rinvenne una quantità immensa di materiali archeologici, attualmente conservati nel Museo Archeologico Regionale di Palermo.

Il principale di questi era dedicato a Demetria Malophòros, “Colei che dà mele” o “Colei che dà greggi”; Costruzione complessa, molto rimaneggiata ed altrettanto danneggiata, fu eretta nel VI secolo a.C. sul declivio sabbioso della collina; serviva probabilmente da stazione dei cortei funebri che proseguivano poi per la necropoli di Manicalunga. Agli inizi il luogo, sicuramente privo di qualsiasi costruzione, prevedeva pratiche cultuali all’aperto intorno a qualche ara; solo in seguito all’erezione del tempio e dell’alto muro di recinzione (tèmenos), esso fu trasformato in santuario.

Questo consiste in un recinto quadrangolare (m 60 x 50) al quale si accede sul lato E attraverso un propileo quadrato in antis – costruito nel V secolo a.C. – preceduto da una piccola gradinata e da una struttura circolare; all’esterno del muro di recinzione, il propileo è affiancato dai resti di un lungo porticato (stoà) fornito di sedili per i pellegrini, davanti al quale si evidenziano diversi altari o donarii. All’interno del temenos, invece, al centro, vi è il grande altare (lunghezza m 16,30; larghezza m 3,15), rinvenuto colmo di ceneri, di ossa animali e di altri resti di sacrifici; esso mostra un’aggiunta verso sud-ovest, mentre i resti di un precedente altare arcaico sono visibili presso la sua estremità nord-ovest, ed un pozzo quadrato è posto in direzione del tempio. Tra l’altare ed il tempio vi è inoltre un canale in pietra che, provenendo da N, attraversa tutta l’area portando al santuario acqua da una vicina sorgente.

Subito oltre il canale vi è il vero e proprio Tempio di Demetra a forma di mègaron, (lunghezza m 20,40; larghezza m 9,52), privo di basamento e di colonne, con pronao, cella e adyton con nicchia voltata nella parete di fondo; un ambiente di servizio rettangolare si appoggia al lato nord del pronao. Il mègaron ebbe una fase più antica, riconoscibile però solo a livello di fondazione.

Moltissimi sono i reperti provenienti dal santuario della Malophòros (tutti conservati al Museo di Palermo): arule scolpite con scene mitologiche; circa 12.000 figurine votive di offerenti maschili e femminili in terracotta (alcune delle quali ricavate dalla stessa matrice), databili tra il VII e il V secolo a.C.; grandi busti-incensieri che raffigurano Demetra e forse Tanit; una grande quantità di ceramica corinzia (del primo corinzio e del tardo proto-corinzio); un bassorilievo raffigurante il ratto di Persefone da parte di Ade proviene dalla zona dell’ingresso al recinto. I materiali cristiani rinvenuti (soprattutto lucerne col monogramma XP), provano la presenza dal III al V secolo d.C. di una comunità religiosa cristiana nell’area del santuario.

Il primo edificio sacro che si incontra a sud del recinto della Malophoros è un tempio, comunemente chiamato edificio Triolo dal nome della famiglia proprietaria di un immobile esistente in zona, preceduto da un grande altare e incluso in un’area sacra delimitata a sud da un muro di peribolo. L’edificio si presenta come un tempio arcaico di notevoli proporzioni orientato in senso est-ovest con una lieve inclinazione verso sud; realizzato in arenite marina, con pianta rettangolare tripartita in pronao, cella e aditon, accessibili tramite Porte rastremate poste nel muro frontale e in quelli divisori. Dalle tracce ritrovate sulle pareti interne del tempio si suppone che fossero intonacate con finissimo stucco color bianco avorio. Grazie ad un rigoroso restauro sono stati ricostruiti i lati nord e sud dell’edificio crollati, probabilmente, a causa di un terremoto avvenuto in epoca imprecisata. Con sicurezza sappiamo che l’edificio dopo la distruzione della città (409 a. C.) venne riutilizzato dai Cartaginesi che aggiunsero sulla fronte orientale un portico a pilastri sormontati da capitelli a gola egizia, mentre l’altare posto dinnanzi alla fronte venne utilizzato per raccogliere le offerte votive.

Tra i materiali ritrovati durante lo scavo sono interessanti le statuette raffiguranti una kourotrophos che fanno identificare l’edificio dedicato ad una divinità femminile (Hera) il cui culto, data l’arcaicità della costruzione, pare avere radici nella fase coloniale così come in altre città magnogreche dove veniva venerata come regina e patrona della natura, degli animali,della guerra, ma soprattutto del ciclo della vita femminile: nozze (ierogamia), parto (eileithia), maternità (kourotrophos).

Poco a nord del santuario di Demetra Malophoros, in un peribolo quadrato di 17 m. per lato che pare inglobato in un successivo ampliamento del peribolo della Malophoros, è il temenos consacrato a Zeus Meilichios. L’appellativo Meilichios “dolce come il miele” è un attributo di Zeus come divinità ctonia attestato in alcune iscrizioni recanti il nome di Zeus Meilichios in caratteri arcaici. Un culto, assai diffuso nell’occidente greco insieme a quello di Meilichia riconosciuta in Afrodite e Hera a Poseidonia (Paestum) e in Demetra a Selinunte, praticato anche in ambiente italico come dimostra il tempio dedicato a Giove Meilichio a Pompei. Il piccolo peribolo presentava, nella sua ultima fase di vita (prima metà del III secolo a. C. ), lungo i lati sud e nord, due portici con colonne di vario genere provenienti da un preesistente portico di età ellenistica. All’interno del peribolo è ancora visibile un piccolo sacello prostilo di 5,22 m. x 3,02 m. con colonne doriche monolitiche ed epistilio ionico con gocciolatoio senza mutuli, preceduto da due altari. Il complesso che si fa risalire al IV secolo a. C., è stato oggetto di ripetuti rimaneggiamenti durante il IV secolo a. C. e nella prima metà del III secolo a.C.

Questo culto tipicamente greco, infatti, venne assorbito durante la fase fenicio-punica alla quale si fanno risalire i numerosi ex voto, ritrovati attorno al temenos, formati da una stele singola o a doppia protome maschile e femminile (Meilichios e la sua paredra ?); considerate puniche anche se una stele reca un’iscrizione greca. Quest’ultima, oggi esposta al Museo Regionale Archeologico di Palermo, nonostante sia stata dettata con caratteri greci, non può essere con sicurezza attribuita alla fase greca classica poichè‚ tra i punici convivevano molti greci che continuavano a parlare la lingua ellenica. Alla stessa fase punica è attribuibile l’altare in pietra, posto ad ovest del temenos di Zeus Meilichios, inglobato nell’ampliato peribolo della Malophoros, al centro di una vasta area. Qui sono state rinvenute numerose deposizioni rituali costituite da corredi vascolari figurati importati dalla Grecia, da ossa di animali combuste e da una serie di stele aniconiche e antropomorfe. L’altare, con basamento alto 1,05 m., ha sopra il piano sacrificale tre blocchi squadrati di forma trapezoidale posti in piedi, il più meridionale dei quali ha nell’estremità superiore una decorazione a “gola egizia” poco pronunciata. Questi blocchi simboleggiano i tre betili della religione punica.

Infine, a pochi metri a nord dalla fonte della Gaggera, la stessa che alimentava il santuario di Demetra Malophoros, sono le vestigia del cosiddetto tempio M. Dell’edificio, attribuibile all’inizio del VI secolo a.C., dalle dimensioni di 26,80 m. x 10,85 m., si conservano solamente i blocchi di fondazione e quasi tutta la parete est, in origine alta otto metri, oggi crollata. La struttura pare avere la forma di un megaron arcaico bipartito con pronao e cella, preceduto da una gradinata (altare) e da una zona lastricata. Tra le rovine si notano vari elementi del fregio dorico con metope lisce, pertinenti alla parete posteriore del muro di fondo dell’edificio dove è pure una canaletta di pietra.

Svariate sono le ipotesi fatte su questa costruzione: la più suggestiva è quella che l’edificio fosse una fontana monumentale alimentata dalla sorgente Gaggera realizzata, durante l’epoca delle tirannidi, su modello della fontana costruita a Megara Nisea, dal tiranno Teagene intorno alla fine del VII secolo a. C. Selinunte riproduce quindi, ancora una volta, un modello dalla madrepatria in terra di Sicilia? Tesi ancora incerta e non definita e solo nuovi scavi potrebbero chiarire la funzione del muro ovest e delle strutture poste tra la sorgente e l’edificio. Alla luce delle attuali conoscenze dobbiamo ritenere l’edificio un tempio inglobato in un temenos monumentale, simile a quello della Malophoros, dentro il quale potrebbe anche trovarsi qualche altro tempio, quello a cui appartenevano le due lastre calcaree di fregio ionico databili tra il 480-470 a. C. raffiguranti scene di amazzonomachia rinvenute durante lo scavo del tempio M ma non pertinenti a questo edificio. Tale fregio, forse frutto della bottega di Pitagora, si accosta stilisticamente alle metope del tempio E, ad una scultura a rilievo in calcare raffigurante Eos e Kephalos e ad una testa marmorea barbata (ambedue provenienti dall’acropoli), tutte conservate nel Museo Regionale Archeologico di Palermo.

La Basilica Trium Magorum di Mediolanum

eustorgio

Secondo la leggenda, Elena, madre dell’imperatore Costantino, nella sua spedizione archeologica in Terra Santa, che portò al ritrovamento delle presunte Reliquie della Crocifissione, conservate all’Esquilino, a Santa Croce in Gerusalemme, tranne il cosiddetto “Santo Chiodo”, conservato nel Duomo di Milano e celebrato con il Rito della Nivola, scoprì anche le spoglie dei Tre Re Magi.

Sempre secondo questo racconto, nel 325 d.C. Costantino le donò al vescovo milanese Eustorgio, che si era recato a Costantinopoli per ricevere l’investitura ufficiale da parte dell’imperatore. Eustorgio fece costruire il sarcofago che ancora oggi vediamo nella basilica che da lui prese il nome, ci infilò le reliquie, lo caricò su un carro trainato da due buoi e partì per tornare a Milano.

Il viaggio fu lungo, estenuante e non privo di pericoli. Un lupo assalì il carro e sbranò uno dei due buoi. Eustorgio, però non si perse d’animo: per continuare la spedizione ammansì la fiera selvatica e la legò al giogo a tirare il carro con il bue rimasto (che poi l’episodio si tratto pari pari da una leggenda relativa alla traslazione delle reliquie di Buddha in uno dei tanti stupa indiano, è un dettaglio insignificante…).

In vista di Milano l’incedere delle due bestie si fece sempre più faticoso e lungo l’attuale corso di Porta Ticinese, poco lontano dall’ingresso della città, il carico sembrava essersi fatto così pesante che gli animali non riuscivano più a spostare il carro. Eustorgio ci mise poco a interpretarlo come un segno divino e fece fondare una chiesa suburbana, la Basilica Trium Magorum, che avrebbe ospitato le sacre reliquie. Quella stessa chiesa, alla morte del vescovo, nel 355 d.C., ne accolse le spoglie e ne prese il nome.

Re Magi, che i milanesi, a differenza del resto del mondo, non chiamano Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, ma Dionigi, Rustico ed Eleuterio, rimasero a sant’Eustorgio sono al 1162, quando Milano fu presa e distrutta dal Barbarossa. L’arcivescovo di Colonia Rinaldo di Dassel, volle come bottino di guerra i tre corpi, nel tentativo di trasformare la cattedrale della sua città in un nuovo centro di pellegrinaggio. Secondo un cronista dell’epoca al momento della transazione i corpi dei Magi erano ancora integri, con pelle e capelli ben curati e dimostravano un’età apparente di 15, 30 e 60 anni.

Questa è la pia tradizione… Ma cosa dice invece l’archeologia ? Allo stato attuale non è possibile datare con precisione l’impianto della basilica paleocristiana, né stabilire con sicurezza il rapporto con la sepoltura di Eustorgio. Di certo a partire dal V secolo d.C., accanto al culto di Ambrogio e di Dionigi, si sviluppò fortemente anche il culto per questo vescovo, detto confessor perché aveva sostenuto la fede cattolica nei due concili antiariani tenutisi a Milano negli anni 345-346 e 347-348 d.C.

Le fonti storiche ricordano per la prima volta la chiesa solo nell’inoltrato VII – inizio VIII secolo nell’Itinerarium Salisburgense, una sorta di guida per chi intendesse visitare le chiese milanesi che ospitavano i corpi dei martiri. Il monumento venne successivamente segnalato anche nel Versum de Mediolano civitate del 739 d.C., un componimento che esaltava le bellezze e l’importanza della città.

Gli interventi ottocenteschi e le indagini più approfondite condotte tra il 1959 e il 1966, infatti, hanno rilevato l’esistenza della basilica più antica, la cui abside, unica testimonianza paleocristiana giunta sino a noi, è conservata per lo più a livello di fondazione sotto il coro dell’attuale basilica ed è tutt’ora visibile. Tale struttura, in ciottoli e mattoni, risulta addossata a un muro rettilineo più antico, scandito esternamente da lesene che dovevano disegnare una serie di arcature cieche, di cui è difficile definirne la funzione: poteva delimitare un sacello funerario oppure una primitiva aula di culto.

Per quanto riguarda l’abside, essa potrebbe essere associata ad una ristrutturazione significativa del primitivo impianto, databile non oltre il VI secolo d.C. A queste poche testimonianze antiche, si aggiunge una porzione di alzato murario, inglobato nella struttura dell’abside della chiesa romanica, caratterizzato dalla presenza di lari di frammenti laterizi disposti a spina di pesce e altro materiale eterogeneo. Muro su cui si intervenne in epoca alto medievale, a testimonianza di un restauro, legato
alla crescita del culto del santo, documentata nel VII-VIII secolo dalle fonti letterarie.

Per il resto le strutture della grande chiesa romanica, conclusa nell’XI secolo, e le successive modiche che hanno portato l’edificio ad essere così come lo vediamo oggi, hanno quasi cancellato del la memoria delle sue origini. Infine merita un accenno il cosiddetto sarcofago dei Magi, da tempo immemorabile addossato al muro di una cappella del transetto meridionale (e quindi solo parzialmente visibile).

Il sarcofago, per quanto rimaneggiato, è datato all’età romana medio e tardo imperiale (III, o al più tardi, inizio IV secolo d.C.) ed è decorato con semplici specchiature. Notevole, dal punto di vista tecnico, è che sia stato ricavato da un unico enorme blocco di marmo proconnesio; il dato impressionante è costituito dalla sua dimensione eccezionale (2 x 3,70 x 2 metri di altezza, coperchio escluso), che sembra non avere confronti in Italia, ma richiamare prototipi microasiatici.

In compenso, sotto la navata centrale della basilica sono state rinvenute numerose tracce di una necropoli tardoantica, costituita da sepolture pagane e cristiane. Il nucleo di tombe più antico è costituito da due sepolture alla cappuccina (con tetto a doppio spiovente) e da una in cassa di laterizi disposti in verticale: queste strutture, infatti, risultano più profonde e forniscono elementi cronologici di corredo, anche se scarsi, riferibili al III-IV secolo d.C. Nel IV secolo d.C. avanzato la necropoli si ampliò verso ovest: le tipologie più diffuse divennero la cassa in lastre di serizzo e la
cassa in muratura.

Le indagini hanno poi evidenziato che queste sepolture presentavano tutte pressoché lo stesso orientamento e i defunti vi erano stati deposti con il capo verso ovest. Altre tre tombe, una delle quali intonacata internamente, e alcune inumazioni a bara lignea o in nuda terra, che sembrano indicare la presenza di sepolture “povere” accanto a quelle di personaggi di un certo rango, risalgono al V secolo d.C.

Gli scavi del 1959-61 hanno restituito anche un discreto numero di iscrizioni funerarie, ora musealizzate all’interno dell’area archeologica. La raccolta epigrafica di Sant’Eustorgio testimonia il clima composito della società milanese del tempo, segnalando ad esempio la presenza di orientali, come il macedone Heliodorius o un altro anonimo defunto ricordato in lingua greca, e di militari, come un certo Severianus, forse appartenente alla guardia imperiale. L’originario uso pagano del cimitero sembra poi essere testimoniato dall’epitaffio del piccolo schiavo Cardamione, probabilmente databile al III secolo d.C.; la cristianizzazione dell’area trova invece un importante elemento cronologico nell’epigrafe, la prima iscrizione cristiana milanese, dell’esorcista Vittorino, membro del clero deposto nel 377 d.C.

E’ interessare osservare come uno dei tratti distintivi della raccolta della basilica sia la frequenza di graffiti figurati in genere poco attestati a Mediolanum: molto interessante è quello del cosiddetto “orante”, un ufficiale o un funzionario della burocrazia locale rappresentato abbigliato con una tunica manicata e con un sagum (mantello).

Altre iscrizioni, inoltre, offrono informazioni sulla longevità dei defunti. Si legge, infatti, che un certo Domese, ad esempio, visse fino a novant’anni, mentre tale Asteria sembra abbia festeggiato addirittura gli ottant’anni di… matrimonio!

Per i cristiani delle origini, tuttavia, la data della depositio, cioè della sepoltura, non era importante come fine della vita terrena, ma in quanto principio di quella nuova. In questo senso potrebbe essere letta anche l’insolita sequenza “omega-alfa” ai lati del cristogramma in un’epigrafe del IV secolo della necropoli di Sant’Eustorgio: non si tratterebbe, cioè, di un errore di inversione fra la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto greco, ma probabilmente la precisa volontà di sottolineare come proprio la morte segni il passaggio all’eternità.

L’esteso uso funerario dell’area in cui sorse la chiesa è anche ben documentato anche dagli scavi archeologici condotti tra il 1998 e il 2001 sul lato occidentale del secondo chiostro del monastero di Sant’Eustorgio: qui fu messo in luce un vasto cimitero, rimasto in uso dal III al VI secolo d.C. e poi riutilizzato dal XII al XVI secolo come fonte di reliquie.

Le novanta sepolture rinvenute rappresentano verosimilmente l’estensione verso nord, caratterizzata da un più intenso sfruttamento dello spazio disponibile, della necropoli messa in luce sotto la basilica. La maggior parte di esse sono in cassa di laterizi, elementi lapidei di reimpiego e ciottoli legati da malta o argilla. Il fondo è costituito da mattoni coperti da uno strato di cocciopesto, da semplice terra battuta o da malta. Purtroppo non abbiamo testimonianza dei sistemi di copertura perché molte delle strutture furono manomesse già in antico per il recupero di materiale edilizio.

Due dei tre oggetti di corredo superstiti (ora conservati nell’Antiquarium “Alda Levi”) – un pettine di osso associato ad una moneta del regno ostrogoto (V – metà VI secolo d.C.) e una guarnizione di bardatura di cavallo in bronzo – sembrano essere indizi della presenza a Milano di militari o funzionari della corte imperiale provenienti da aree di confine dell’impero.

remagi

Il sepolcro di Priscilla

Piranesi-2029

Sull’Appia Antica, all’altezza della Chiesa di Domine Quo Vadis, sorge un antico sepolcro romano, del tipo a tumulo su basamento quadrangolare, purtroppo poco visibile dalla strada, perché nascosto da due casali moderni, di cui uno, prospiciente la via Appia, era già conosciuto dal Canina come “Osteria dell’Acquataccio”.

Mausoleo attribuito a Priscilla, giovane moglie di Tito Flavio Abascanto, liberto di Domiziano, che ricoprì nella cancelleria imperiale l’importante carica di segretario ab epistulis (addetto alla corrispondenza) e che nelle vicinanze del fiume Almone possedeva dei terreni ed un edificio termale. Tale attribuzione è supportata da due testimonianze particolari.

La prima è una poesia delle Silvae di Stazio, la cui moglie era grande amica di Priscilla, che racconta come la donna fosse imbalsamata e non cremata secondo l’uso funerario dell’epoca. Così il poeta descrive i suoi funerali.

ammassati in una interminabile fila passano tutti i balsami che la primavera d’Arabia e di Cilicia produce, i profumi della Sabea, le messi dell’India destinate ad essere bruciate, l’incenso delle divinità, le essenze di Palestina e di Israele, lo zafferano di Corico ed i germogli di mirra.Essa giace su un letto funebre costruito dai Seri ed è ricoperta da una coltre di stoffe di Tiro…

Le sue spoglie imbalsamate e avvolte in vesti di porpora furono deposte in un sarcofago di marmo e perché la sua immagine superasse le generazioni, ripose le sue sembianze nei corpi bronzei di dee ed eroine collocate all’interno del sepolcro

In particolare, in un verso Stazio citò la posizione del Mausoleo

sulla via Appia, appena passato il fiume Almone

Ad ulteriore conferma dell’identificazione nel 1773 venne rinvenuta, nella vigna di Carlo Simone Neroni,situata nei pressi del mausoleo una lapide dedicata alla sepoltura del proprio schiavo Afrodisio, da un certo Tito Flavio Epafrodito, aedituus (custode) del sepolcro dei propri patroni Abascanto e Priscilla. Attualmente è conservata nel lapidario civico di Ferrara dove giunse nel 1779 a seguito della donazione del Cardinale Gian Maria Riminaldi. Su di essa si legge

Dis M(anibus) Sacr(um)
Aphrodisio
vernae suo dulc(issimo),
fec(it) T(itus) Flavius
Epaphroditus
aedituus
Abascanti et Priscil
laes patronor(um)
et sibi suis b(onis) b(ene)

ossia in italiano

Sacro agli Dei Mani.
Tito Flavio Epafrodito,
custode del sepolcro dei patroni Abascanto e Priscilla,
fece in memoria di
Aphrodisio suo dolcissimo e affezionato schiavo
a sé stesso ed al proprio bene.

In realtà l’archeologia racconta una storia lievemente differente: dal punto di vista della tipologia costruttiva – ascrivibile all’ambito dei “tumuli con podio” – e della tecnica edilizia – basamento in calcestruzzo di lava basaltica e tamburo in opera reticolata di tufo – il mausoleo è piuttosto databile alla seconda metà del I sec. a.C. Per cui, Tito Flavio Abascanto, più per la fretta che per risparmiare, dato che non gli mancavano certo sesterzi, non costruì nulla di nuovo, ma rilevò dai vecchi proprietari un sepolcro di un secolo prima, riadattandolo alle sue esigenze.

Il sepolcro fu utilizzato a partire dall’XI secolo come fortificazione: sul cilindro superiore venne costruita con materiale da recupero una torre cilindrica (“torre Petro”). Appartenne ai conti di Tuscolo, dai quali passò in seguito ai Caetani. In epoca moderna, fino agli anni ’60, la camera funeraria fu usata come “caciara” per la stagionatura dei formaggi e le strutture lignee, funzionali a tale uso, si addossano ancora oggi alle strutture murarie.

Il nucleo del basamento del monumento, rivestito in opera quadrata di travertino, è ancora in buona parte conservato, al di sopra di questo si elevano due tamburi cilindrici in opera reticolata di tufo: in quello superiore, citato proprio da Stazio, si aprivano le 13 nicchie che custodivano le statue di Priscilla. Attraverso i sotterranei del casale che, come già menzionato, nasconde l’accesso originario del sepolcro, si raggiunge il corridoio antico, coperto da una volta a botte che immette nella cella funeraria, attualmente debolmente illuminata dall’apertura esistente sulla sommità della torre medievale. La cella, anch’essa coperta da una volta a botte, era rivestita, come testimoniano alcuni resti delle murature, in opera quadrata di travertino, su tre lati si aprono nicchie per la deposizione di sarcofagi

L’arrivo di Michelangelo

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La morte improvvisa di Antonio di Sangallo, avvenuta nel settembre 1546, mise di nuovo in crisi il cantiere di San Pietro: Paolo III, nel tentativo di non bloccare i lavori, decise di affidare l’incarico di Primo Architetto a Giulio Romano, che, data la vicinanza con Raffaello, aveva un’idea abbastanza chiara di tutte le traversie progettuali subite dalla basilica vaticana. Tuttavia, Giulio non fece neppure in tempo a prendere possesso della carica, dato che morì anche lui, in maniera alquanto inaspettata, nel novembre 1546.

Paolo III, allora, provò ad attuare una soluzione di compromesso: da una parte, affidò la gestione la gestione quotidiana del cantiere, allo scopo di realizzare nel concreto quanto previsto nel modello ligneo a tutti l’equipe di collaboratori e apprendisti di Sangallo, dall’altra, come una sorta di manager e uomo immagine, per raccogliere più donazioni possibili, gli affiancò il buon Michelangelo Buonarroti, che per accettare l’incarico, fece anche il prezioso.

Michelangelo, inizialmente, fece finta di rifiutare l’incarico adducendo “che l’architettura non era arte sua propria”; solo dopo le insistenze papali, “non giovando i preghi” accettò a settantuno anni “con sommo suo dispiacere e contra sua voglia” l’incarico, che viene ratificato l’1 gennaio 1547. La cronologia degli avvenimenti è ricostruibile con precisione sulla base dei racconti del solito Vasari, alquanto di parte, e delle lettere, assai più oggettive, che i deputati Giovanni Arberino e Antonio Massimi inviarono da Roma al loro collega Filippo Archinto, uno dei più influenti deputati della Fabbrica, che alla fine di novembre 1546 si era trasferito a Trento per seguire il concilio e gestirne la logistica, per non fare morire di fame e di sete i cardinali.

Il problema è che Paolo III non aveva considerato né il pessimo carattere di Michelangelo, né la sua avidità di denaro: il primo obiettivo dell’artista fiorentino fu quindi cacciare quella che Vasari definì impropriamente la “setta sangallesca”, composta dai deputati della Fabbrica e da una vasta schiera di imprenditori, commercianti e e capomastri, che seguivano il cantiere dai tempi di Bramante e che erano consapevoli le evoluzioni, i problemi e i compromessi che erano dietro al progetto, allo scopo di gestire personalmente gli appalti e il relativo, fisiologico, giro di bustarelle.

Vasari narra che durante una visita di Michelangelo a San Pietro, per vedere il modello di Sangallo e la Fabbrica, tutta la setta sangallesca si rallegrò in buonafede con il maestro per l’incarico ricevuto, affermando che quel modello è “un prato che non vi mancherebbe mai da pascere”; conoscendo, infatti la pessima fama dell’artista, si erano mostrati disposti a metterselo a libro paga, pur di non avere rotture di scatole e lavorare tranquilli.

Michelangelo, che puntava a tutto il banco, scese sul piede di guerra, replicando che la cosa risponde al vero “per le pecore e buoi che non intendono l’arte”.

In quell’occasione, poi, Michelangelo criticò pubblicamente il progetto sangallesco, con argomenti, per i paradossi della storia, molto simili a quelli utilizzati da Antonio nel suo memoriale contro Raffaello: sostenne infatti come l’illuminazione fosse insufficiente, che vi fossero troppi ordini di colonne all’esterno e che gli aggetti, le cuspidi e gli ornamenti dessero alla basilica un aspetto gotico,piuttosto che classico e moderno.

Infine, mentendo spudoratamente, conoscendo le preoccupazioni economiche di Paolo III, Michelangelo dichiarò che non terminando l’opera di Sangallo si potessero risparmiare trecentomila scudi e cinquanta anni di lavoro e edificare San Pietro con “più maestà e grandezza e facilità e maggior disegno di ordine, bellezza e comodità”

Per sottolineare ulteriormente tale concetto, presentò in un modello in legno costato 25 scudi e realizzato in quindici giorni, a ovvio discredito di quello realizzato da Sangallo, che era costato un occhio della testa.

Qualche giorno dopo, Michelangelo dichiarò pubblicamente di non volere più nessuno della setta sangallesca nella fabbrica; da quel momento la setta dichiarò guerra al fiorentino, con un odio che crescerà ogni giorno di più “nel veder mutare tutto quell’ordine drento e fuori, che non lo lassarono mai vivere, ricercando ogni dì varie e nuove invenzioni per travagliarlo”.

In pratica, oltre che applicare una sorta di sciopero bianco, nella spartizione degli appalti fecero terra bruciata a tutti i fornitori, legati, più o meno alla lontana, a Michelangelo, in modo da prosciugare le fonti delle bustarelle che riceveva.

Le critiche di Michelangelo al progetto sangallesco sono testimoniate anche da una lettera che alla fine del 1546 o nei primi giorni del 1547 inviò a un certo Bartolomeo, personaggio che era nelle grazie di Paolo III. Il fiorentino criticò come suo solito il modello di Sangallo, tirando fuori il suo asso nella manica, con il lodare spudoratamente Bramante “valente nella architectura quante ogni altro che sia stato dagli antichi in qua” e la “prima pianta di Santo Pietro” concepita dallo stesso Bramante “non piena di confusione ma chiara e schietta, luminosa e isolata a torno, in modo che non nuoceva a chosa nessuna del Palazzo”.

Con questa dichiarazione, Michelangelo toccò vette sublimi di cialtronaggine: era infatti sia consapevole della quantità industriale di progetti che il povero Bramante aveva dovuto presentate a Giulio II, sia del fatto che il progetto sangallesco era una naturale evoluzione di tali proposte, nel tentativo, anche velleitario, di conciliare le loro contraddizioni.

Per giustificare queste triplo tuffo carpiato, invece di riferirsi a questi progetti, Michelangelo si limitò a citare quanto effettivamente costruito da Bramante: i quattro pilastri di crociera e soprattutto il coro occidentale di Giulio II, che è “cosa bella, come ancora è manifesto”; quest’ultimo è a quel tempo l’unica struttura bramantesca visibile all’esterno, libero da ambulacri, cappelle e torri angolari e risolto con un unico ordine.

Elementi, ricordiamolo, che cozzavano tra loro e che erano stati eretti da una parte per coniugare le idee architettoniche di Bramante con le pressanti richieste di Giulio II di avere una sua cappella funebre, che ricalcava il progetto quattrocentesco del Rossellino; il coniugarli, aveva provocato una serie di esaurimenti nervosi a Fra Giocondo, a Giuliano da Sangallo, a Raffaello, a Peruzzi e ad Antonio da Sangallo.

Nella stessa lettera il fiorentino aggiunse “che chiunche s’è discostato da decto ordine di Bramante, come à facto il Sangallo, s’è discostato dalla verità”. Michelangelo toccò il culmine della malafede, re criticando la mancanza di luce del progetto sangallesco determinata dall’introduzione dei deambulatori, che si svolgevano lungo il perimetro della fabbrica, e avanzò con ironia il dubbio che i criminali possano essere invogliati a cercare rifugio in un edificio così pieno di “nascondigli fra di sopra e di socto, scuri, che fanno comodità grande a ’nfinite ribalderie”.

Insomma fece finta di dimenticare come questi fossero stati introdotti proprio dallo stesso Bramante: infine, mostrando di avere idee assai vaghe sulle dimensioni finali della basilica, accusò Sangallo di essere un grande distruttore poiché la sua pianta “nel circuire con la g[i]unta che ’l modello vi fa di fuora decta compositione di Bramante” interferirebbe con i Palazzi Vaticani e richiederebbe la demolizione di edifici importanti, come la Cappella Paolina, le Stanze del Piombo, la Ruota, la Cappella Sistina e le costruzioni adiacenti.

Nella chiusa della lettera Michelangelo chiese a Bartolomeo d’intercedere presso Paolo affinché acconsenta a far demolire il perimetro esterno delle absidi, mettendo in rilievo che la perdita sull’investimento costituito dal modello del Sangallo sarebbe stata più che compensata dalle economie consentite da una pianta più compatta.

Meet Charles Clos: The Father of Clos Networks

always tinkering

Around Cumulus Networks we’re constantly talking about this thing called a Clos network. If you don’t know much about what those are, check out the following descriptions from Network World and Wikipedia:

https://www.networkworld.com/article/2226122/cisco-subnet/clos-networks–what-s-old-is-new-again.html

https://en.wikipedia.org/wiki/Clos_network

They were a concept initially envisioned in the 1950’s by a gentleman working at Bell Labs named Charles Clos. Not a ton is known about Mr. Clos aside from the fact that his seminal paper  in “The Bell System Technical Journal ( Volume: 32, Issue: 2, March 1953 )” A study of non-blocking switching networks went on to make waves in the Data Center Computer Networking space many years later as it turns out non-blocking telephone networks have a lot to do with modern Data Center design pillars.

It bothered me that were no images to be found anywhere on the internet of Mr. Clos. So one day I decided I would get this mystery solved…

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Pirro (Parte VII)

Pirro, nel dichiarare guerra a Roma, aveva scommesso su due ipotesi di scenario: il primo è che l’Urbe avesse maggiore interesse nell’espandersi ai danni degli Etruschi e dei Galli. Il secondo è che non avesse sufficiente risorse umane da potere combattere diversi nemici su più fronti. Purtroppo per lui, entrambe le ipotesi si rilevarono errate.

I Romani, infatti, mobilitarono otto legioni. Queste comprendevano circa 80.000 soldati divisi in quattro armate: la prima armata, comandata dal solito Barbula, si stanziò a Venosa per impedire ai Sanniti e ai Lucani di congiungersi con le truppe di Pirro. La seconda fu schierata a protezione di Roma nell’eventualità che Pirro tentasse di attaccarla, con un colpo di mano. La terza, comandata dal console Tiberio Coruncanio, aveva il compito di attaccare gli Etruschi per scongiurare che si alleassero con Pirro. L’ultimo, invece, comandata da Publio Valerio Levino, avrebbe dovuto attaccare Taranto ed invadere la Lucania.

Pirro, dinanzi a tale spiegamento di forze, essendo anche privo di adeguate artiglierie d’assedio, invece di marciare con un rapido raid verso Roma, per intimorire il Senato e costringerlo alla pace, decise di azzardare un diverso piano strategico; avanzare per linee interne, battendo separatamente e in momenti distinti le diverse armate romane. Le perdite inflitte all’Urbe l’avrebbero così costretta a scendere a patti.

Nel frattempo, però il console Levino invase la Lucania allo scopo di raggiungere due distinti obiettivi strategici: impedire alle armate dei Lucani e dei Bruzi di unirsi all’esercito di Pirro e bloccare la sua avanzata verso sud, scongiurando in questo modo una sua alleanza con le colonie greche di Calabria. Ovviamente, Pirro, in vista della sua prossima campagna contro i Cartaginesi e poi contro i Macedoni, aveva proprio necessità dei mercenari italici e del denaro italiota. Di conseguenza, per lui era necessario eliminare dallo scenario per prima l’armata di Levino.

Per cui, il re dell’Epiro decise di accamparsi e di attendere i Romani nella piana lucana situata tra le città di Eraclea, la nostra Policoro e di Pandosia, la nostra Anglona, frazione di Tursi, dove fu ucciso Alessandro il Molosso, nei pressi della riva sinistra del Sinni, all’epoca navigabile, in modo da sfruttare il fiume a proprio vantaggio contando sulle difficoltà che i Romani avrebbero avuto per attraversarlo.

Dato che però il suo obiettivo principale era la Sicilia ed era abbastanza consapevole delle difficoltà di rimpiazzare suoi veterani caduti in battaglia, Pirro cercò in qualche modo di trovare un compromesso con i Romani. Inviò quindi alcuni diplomatici al cospetto del console romano Levino per proporgli una mediazione nel conflitto tra Roma e le colonie della Magna Grecia. Se ci fosse stato un altro generale, probabilmente un compromesso si sarebbe trovato; ma Levino era a libro paga del partito filo campano, per cui, qualsiasi accordo, pena la scomparsa politica di tale fazione, era impossibile.

Pirro, udito ciò, cavalcò lungo il fiume per spiare i nemici. Meravigliandosi della disciplina militare romana e dell’ordine con cui era disposto l’accampamento, si voltò verso Megacle, uno dei suoi più fidati ufficiali, esclamando, secondo Plutarco

Questa disposizione dei barbari, Megacle, a me non pare barbara, ma vedremo le opere loro

Inoltre, da buon tattico, si era anche reso conto come le salmerie romane scarseggiassero: di conseguenza, il tempo lavorava a suo favore. Le truppe romane consistevano infatti in circa 19.000 soldati suddivisi in:
a) 2 legioni di cittadini romani e 2 alae di socii, composte ciascuna da 4.200 fanti per un totale di 16.800 combattenti.
b) 600 cavalieri legionari e 1.800 alleati pari a 2.400 complessivi, alcuni dei quali posti a difesa dell’accampamento e che non presero parte ai combattimenti iniziali.

Pirro invece, invece disponeva di circa 28000 uomini, così articolati:
a) 3.000 hypaspistai (“scudieri”), opliti scelti armati con una lancia un po’ più lunga della consueta dory in uso agli opliti greci ed una spada, che proteggevano i fianchi della falange sotto il comando di Milone di Taranto. A differenza degli altri diadochi ed epigoni, che abolirono tale corpo, Pirro, imitando Alessandro Magno, lo mantenne in piena efficienza, per aumentare la flessibilità strategica del suo esercito.
b) 3.000 cavalieri: “Amici del Re”, Epiroti, mercenari dell’Ellade e alleati d’Italia
c) 14.000 fanti Epiroti e Macedoni disposti a falange
d) 2.000 arcieri cretesi
e) 500 frombolieri di Rodi, ossia soldati armati di una particolare fionda che scagliava proiettili anche a 400 metri di distanza. In genere portavano con sé una borsa a tracolla con i proiettili di pietra, argilla o palline di piombo a forma di prugna del peso di 20-50 grammi, la cui forza d’urto poteva anche sfondare un elmo, arrecando ferite letali agli avversari.
f) 3.000 opliti (“scudi bianchi”) di Taranto
g) 3.000 peltasti mercenari Messapi, una sorta di opliti leggeri, che potevano fungere anche da lanciatori di giavellotti.

Infine, la sua arma segreta: 20 elefanti da guerra

Nell’ipotesi, assai razionale, che i romani volessero evitare uno scontro combattuto in condizioni di grossa inferiorità numerica, Pirro si convinse che gli sarebbe bastato aspettare, affinché la fame, li costringesse a sloggiare. Il problema è che per Levino, per motivi di politica interna, non fare perdere la faccia ai suoi padrini politici, non poteva certo ritirarsi senza combattere: per cui, il console decise di agire proprio secondo lo scenario che Pirro riteneva meno probabile, ossia dando battaglia.

Tornando dalle vacanze

Da ragazzo, frequentavo assai spesso la zona di Napoli: le cose cambiarono circa 25 anni fa, quando fui vittima di un tentato scippo. Essendo cresciuto a pane e ignoranza, le cose andarono alquanto male per gli aggressori: però, con il senno di poi, l’evento fu una sorta di trauma psicologico, da cui mi sono ripreso con molta difficoltà. Per uno sproposito di anni, non ho mai voluto avere niente a che fare con Partenope e dintorni.

Questa posizione talebana, si è ammorbidita con gli anni, grazie alla profonda umanità degli amici napoletani che ho frequentato: per cui, una decina di giorni fa, quando mi è toccato organizzare una vacanza in fretta e furia, non ho avuto problemi a prenotare a Marina di Varcaturo, località di cui sapevo solo che si trovava poco prima di Bacoli e di Capo Miseno.

Scelta di cui sono stato assai felice: per prima cosa, l’hotel che ho scelto, La Costiera, mi ha stupito sia per il confort e per i servizi, sia per la disponibilità e la gentilezza delle persone che vi lavorano. Ho mangiato assai bene e a prezzi contenuti: se volete un consiglio, andate al ristorante La Primavera in Via Ripuaria, 248… Ottimi il pesce, la carne e la pizza.

Il mare, non me l’aspettavo, debbo confessarlo, è assai pulito e le spiagge immense: ora, dato che il professor Bellavista mi avrebbe definito un uomo di libertà, che preferisce vivere da solo e non essere scocciatoi, debbo ammettere di essere stato spiazzato da diversi usi e costumi locali. Per me che amo guardare il tramonto in spiaggia, un lido chiuso alle 18.30 è inconcepibile: soprattutto, amo i luoghi solitari e silenziosi.

Marina di Varcaturo non è certo definibile in questo modo: è un’esplosione barocca di suoni, colori e profumi. Alla fine, però, nella vita, ci sono destini ben peggiori che essere circondati da uomini d’amore, che preferiscono vivere abbracciati gli uni con gli altri. La straordinaria umanità che si incontra, fa perdonare le piccole disorganizzazioni che si incontrano.

Poi, diciamola tutta, ogni angolo della zona è una scoperta, dal punto di vista naturalistico e culturale: certo potrebbero essere valorizzati assai meglio, a volte trovarli è una sorta di caccia al tesoro e spesso gli orari di apertura sono tutt’altro che chiari, però ognuno di loro è uno spettacolo per il cuore e gli occhi

Pirro (Parte VI)

Uno dei brani che più amo di Plutarco, che tengo sempre presente come promemoria, quando comincio a dare troppo valore a cose futili, è un dialogo, sicuramente inventato, tra Pirro e Cinea, suo ambasciatore-luogotenente, oratore tessalo di grande abilità e discepolo di Demostene.

Cinea vedendo che Pirro si accingeva a partire per l’Italia, trovatolo in un momento libero, iniziò la sua conversazione.

Cinea: Si dice, Pirro, che i romani siano buoni combattenti e governino popoli bellicosi; se la divinità ci concede di vincerli, che cosa faremo della vittoria?

Pirro: Tu mi chiedi, Cinea, una cosa che appare evidente : una volta sconfitti i romani non ci sarà nessuna città barbara o greca in grado di resisterci e ben presto ci impadroniremo di tutta l’Italia, di cui nessuno può conoscere meglio di te l’estensione, la prosperità e la potenza.

Cinea: Dopo aver conquistato l’Italia o re, cosa faremo?

Pirro: Là vicino ci tende le braccia la Sicilia, isola ricca, popolosa e facilissima da conquistare, poiché la momento, o Cinea, tutto vi è in preda alla sedizione, all’anarchia delle città, alla violenza dei demagoghi, dopo la morte di Agatocle.

Cinea: Ciò che dici è probabile, ma la conquista della Sicilia segnerà la fine della nostra spedizione?

Pirro: Che un Dio ci conceda la vittoria e il successo; ciò costituirà per noi il preludio a grandi imprese. Chi infatti si tratterrebbe dal conquistare, una volta che siamo alla portata, l’Africa e Cartagine? Una volta compiute tali conquiste, chi potrebbe negare che nessuno dei nemici che ora ci insultano potrà resisterci?

Cinea: No: è chiaro infatti, che con tali forze, potremo sicuramente recuperare la Macedonia e dominare la Grecia. Ma quando avremo sottomesso tutti, che faremo?

Pirro: ci riposeremo a lungo, mio caro, e ogni giorno, con la coppa in mano, ci rallegreremo conversando tra noi.

Cinea: Ebbene, che cosa ci impedisce adesso, se lo vogliamo, di prendere una coppa e di riposarci insieme, dal momento che già ne abbiamo le possibilità e disponiamo, senza darcene pena, di tutto ciò che ci accingiamo ad ottenere a prezzo di sangue, di grandi fatiche e di pericoli, dopo aver inflitto ad altri e subito noi grandi mali?

Un brano dal grande significato etico, troppo spesso è difficile accontarsi di ciò che si ha, apprezzandone la bellezza e il significato, ma che da un’immagine distorta del disegno geopolitico di Pirro. Il re dell’Epiro infatti, non aveva nessuna intenzione di estendere il suo dominio su popoli e stati barbari: il suo obiettivo era giocare al meglio la complessa partita dell’eredità di Alessandro Magno, arraffandone il più possibile.

Il problema, rispetto agli altri Diadochi ed Epigoni e che l’Epiro, nonostante le abilità militari e il coraggio di Pirro, non aveva sufficienti risorse economiche ed umane, per supportare le ambizioni del suo re. L’intuizione di Pirro fu trovare queste risorse in un’area dell’ecumene ellenico, che, per la sua marginalità geografica, nessuno dei suoi rivali aveva considerato: la Magna Grecia e la Sicilia. Imposto il suo dominio su tale area, di cui era nota da secoli la ricchezza, Pirro avrebbe avuto così il capitale economico ed umano per realizzare le sue ambizioni in Grecia e Macedonia.

Per fare questo, doveva sconfiggere Roma, per allontanarlo dalla Magna Grecia, e Cartagine, per strappargli l’epicrazia siciliana, il più ricco tra i domini della città punica. Pirro riteneva entrambe le imprese alla sua portata. Ignaro delle complesse dinamiche che spingevano all’integrazione politica tra Roma e Magna Grecia, era convinto che con l’Urbe si potesse, come per gli altri stati ellenistici, la strategia del bastone e della carota: ossia dopo aver sconfitto duramente il suo esercito, si sarebbe raggiunto un accordo per delimitare le aree di influenza nel Sud Italia. Inoltre, era abbastanza certo che gli interessi tra Cartagine e Roma fossero talmente divergenti tra loro, da impedire una collaborazione tra queste due potenze.

Per cui, appena ricevuta la richiesta d’aiuto di Taranto, non esitò ad accettare: con il massimo delle faccia tosta, Pirro, spacciando la sua spedizione come impresa a difesa della grecità contro i barbari, cosa assai campata in aria, dato che all’epoca Roma e Cartagine erano già più ellenizzate di parecchi domini tolemaici e seleucidi, mandò ambasciate agli altri epigoni, per chiedere aiuti. Questi, applicando il principio del

“Meglio che dia fastidio ai barbari che a noi”

accettarono senza grossi problemi. Antioco I, re del regno seleucide, Antigono II Gonata,figlio di Demetrio I Poliorcete, Tolomeo Cerauno, re di Macedonia, pagarono le spese della spedizione e dell’arruolamento dei cavalieri tessali e degli arcieri cretesi. Tolomeo II, mantenendo la tradizione di famiglia, orientata al controllo diretto o indiretto del Mediterraneo orientale, inviò un contingente di 5.000 uomini, 400 cavalieri e 50 elefanti, in gran parte utilizzati per presidiare l’Epiro, dato che fidarsi dei macedoni è bene, ma non fidarsi è meglio.

Nel frattempo, il Senato, ignaro delle decisioni di Pirro e dato che i tarantini avevano esagerato, decise di organizzare una spedizione punitiva nei confronti della città della Magna Grecia, con a capo Lucio Emilio Barbula, che era già in zona, impegnato a litigare con i Sanniti: l’obiettivo, sempre nell’ottica di non dare troppo potere al partito filo-campano, era limitato. Non si trattava di conquistare e sottomettere Taranto, ma dopo aver saccheggiato la sua chora e opportunamente terrorizzato i suoi abitanti, di imporre la revisione del vecchio trattato e un ricco tributo a favore di Roma. Insomma, se Pirro non si fosse messo in mezzo, un accordo si sarebbe trovato, anche perchè il principale problema di Roma, all’epoca era tenere a bada etruschi e celti.

Lucio Emilio Barbula si dedicò con sommo impegno al suo compito di maltrattatore autorizzato dei tarantini, tanto da stringere in un blando assedio la città, allo scopo di fare prevalere la fazione locale favorevole a un accomodamento con i romani. I negoziati, però, a causa di biechi motivi economici, dall’entità del tributo, alla sua ratealizzazione, al tasso di cambio tra moneta tarantina e monete romano campane, temi su cui Barbula era assai poco ferrato, andarono per le lunghe.

Così, l’arrivo di Cinea con 3.000 soldati, forza d’avanguardia di Pirro posta sotto il comando del generale Milone di Taranto, cambiò le carte in tavola, facendo prevalere nella città italiota il partito pro-guerra.

Barbula, che si era spinto nel Metapontino, così si ritrovò pure sotto il tiro delle macchine da guerra delle navi nemiche che erano disposte lungo la costa a presidiare il golfo. Nella battaglia che ne scaturì, Barbula riuscì a subire perdite minori del previsto poiché aveva astutamente disposto sul lato destro della colonna, esposto ai colpi, i prigionieri di guerra….

Il museo archeologico di Teramo

A Teramo esiste anche un museo archeologico, dedicato al grande studioso Francesco Savini, posto proprio a due passi dalla Cattedrale e alla Biblioteca provinciale Melchiorre Dèlfico, che per chi non lo sapesse, è una delle più prestigiose del Centro Sud.

Il 23 gennaio 1814 fu inaugurato il Real Collegio di Teramo ed entrarono ufficialmente in carica il Rettore e i professori. All’interno del Collegio, nel 1816, in seguito a decreto di Gioacchino Murat fu istituita una Biblioteca con una prima dotazione libraria. La costruzione fu commissionata per volontà dei fratelli Delfico – Giamberardino, Melchiorre e Gianfilippo – e la sua funzione consisteva nel sottolineare la posizione di guida politica, culturale e sociale occupata dai Delfico. Nel 1826, Melchiorre Delfico fece dono alla biblioteca di una raccolta di circa 300 libri, con edizioni del 600, 700 e 800. Da questo momento la Biblioteca, divenuta semi-pubblica, resterà intitolata al filosofo e uomo politico teramano, uno degli esponenti dell’Illuminismo napoletano, che ebbe importanti ruoli di governo sia nella Repubblica Partenopea, sia durante il periodo napoleonico.

Con il tempo, la biblioteca è riuscita a raggiungere oltre 300.000 volumi: ha una sezione di libri antichi e di manoscritti, una Quadreria, e speciali sezioni di abruzzesistica, emeroteca, mediateca, archivio fotografico, con fondo Domenico Nardini.

Tornando al museo, L’edificio che lo accoglie ha cambiato più volte destinazione d’uso nel corso del tempo. Il fabbricato insiste su di un’area edificata nel XIII secolo. Nel 1613 avvennero le prime trasformazioni quando furono avviati i lavori interni per la costruzione della chiesa intitolata a san Carlo cui si aggiunse un convento che, nel 1742, fu trasformato in orfanotrofio. In seguito, nell’anno 1833, il fabbricato beneficiò di una serie di restauri e nel 1842 di un ampliamento dei volumi. Nel 1878 avvenne lo spostamento dell’orfanotrofio e l’immobile fu destinato a diventare il Palazzo del Tribunale.

A seguito dello spostamento del Palazzo del Tribunale, nell’anno 1997 divenne del museo archeologico cittadino, allo scopo di raccontara la storia di Teramo dalla Preistoria al Rinascimento. Il museo è suddiviso in due sezioni:

È ripartito in due sezioni: al piano terra si trovano le sale che custodiscono i reperti datati dalle origini dell’insediamento romano fino allo sviluppo della città nell’Alto Medioevo, ripercorrendo il tempo che va dal XII secolo a.C. fino al VII secolo d. In questo settore sono riunite le testimonianze archeologiche che provengono dall’abitato, dalle necropoli del teramano e dagli edifici pubblici del teatro e dall’anfiteatro e dalle domus romane come il mosaico del Leone. Vi sono, inoltre, alcune delle sculture romane in marmo bianco ed il busto con l’effigie di Settimio Severo.

Al primo piano sono esposte le testimonianze dalla preistoria al periodo medievale, ricomponendo la storia del territorio dei Pretuzi e dei Piceni.I numerosi materiali provengono dalle grotte presenti sul territorio (Grotta di Sant’Angelo di Civitella del Tronto) e dalle necropoli protostoriche di Ripoli, Tortoreto e Campovalano, dalle ville romane dei siti di Basciano, Giulianova, Pagliaroli e Tortoreto. In questo spazio vi è anche la trattazione della produzione ceramica medievale e dell’architettura romanica teramana. In una sala vi sono le statue fittili del ninfeo di Tortoreto, ritrovate nell’anno 1956 ed un frammento di un gruppo scultoreo di tre figure che ritrae l’episodio dell’accecamento di Polifemo.Fra altre sculture vi sono le muse: Calliope, Euterpe ed Erato.

All’ultimo piano del museo sono conservati alcuni documenti della storia della città, provenienti dall’Archivio storico comunale

Porta Mazzara

Porta Mazzara

Come raccontato altre volte, le antiche mura puniche di Zyz furono profondamente ristrutturate ai tempi di Balarm. Anche le porte civiche furono aumentate: dalle precedenti quattro vennero portate a nove. Il solito geografo e storico arabo Ibn Hawqal elenca il nome di otto delle nove porte presenti, in senso antiorario e a partire da quella dell’accesso portuale, ovvero: “Bab al-Bahr” (Porta di Mare o dei Patitelli perché qui vivevano e lavoravano gli artigiani che confezionavano gli zoccoli – i ‘patitelli’ appunto – all’altezza della chiesa di S.Antonio in via Roma); “Bab al-Sifà” o Safà (la porta della “fonte della salute” poi denominata Porta Oscura, e i cui resti permangono all’interno di un cortile su via Venezia); “Bab tif al minar” (Porta degli Schiavi, su via del Celso nei pressi di palazzo Galletti di Santamarina); “Bab Sciantagàth” o Porta S. Agata (alla Guilla); “Bab Rutah” o Porta Rota (ubicata ai margini del quartiere militare di S. Giacomo, che dava accesso all’omonimo fiume alimentato dalla fonte di Ayu Abi Sa ‘Idin detto Abu Said, il Walì di quel tempo), poi appellata Danisinni; “Bab ar-ryad” (Porta dei Giardini, ubicata nei pressi del palazzo reale); “Bab al-abna” (Porta dei giovanotti, nelle vicinanze di S. Giovanni degli Eremiti); “Bab as-Sudan” (la Porta dei negri lungo la Via Biscottai all’altezza dell’ex ospedale Fatebenefratelli, toponimo poi distorto nel tempo e detta poi Porta Buscemi, con l’omonima torre, eretta proprio sulle pre-esistenti mura puniche); “Bah al-Hadid” (Porta di ferro o anche Porta giudaica, là dove è oggi l’ingresso laterale della Facoltà di Giurisprudenza).

Un ulteriore ristrutturazione avvenne in epoca normanna: uno degli effetti fu l’apertura di Porta Mazzara, intorno al 1100, il cui nome deriva dall’arabo Ma’skar, il mulino in cui veniva lavorata la canna da zucchero, che si trovava nelle sue vicinanze, corrotto durante il periodo normanno in Mahassar e successivamente divenne Mazzara, senza alcun riferimento alla città di Mazzara del Vallo, nella Sicilia sud-occidentale.

Questa porta, oltre a facilitare la lavorazione e il commercio dello zucchero, la principale risorsa palermitana dell’epoca, sostituiva una precedente porta, riportata alla luce dalla Soprintendenza Archeologica negli anni 1984-1986, nell’ala orientale del Palazzo dei Normanni al di sotto del piano di calpestio della Sala del Duca di Montalto, databile alla fine del V sec. a.C. e in età medievale obliterata. Questa porta potrebbe essere quella che il viaggiatore iracheno Ibn Hawqal, chiamò “Porta di Ibn Qurhub”, ritenuta poco fortificata per cui Abu ‘l Husayn, secondo emiro kalbita, la fece chiudere perché poco difendibile.

Una delle sue prime attestazioni della Porta si trova nel 1329 in una pergamena del Monastero di Santa Maria de Marturano, relativa all’acqua che aveva origine dal fiume Cannizzaro (il Kemonia) presso Sabugie e scendeva fino alla Porta Mazzara. Attestazione che risale però alla seconda fase della costruzione: nel 1326 Federico d’Aragona incaricò il gran cancelliere del Regno di Sicilia, Federico Incisa, di ristrutturare Porta Mazzara. Fu costruita così una porta a tre fornici: a tre fornici: uno grande in mezzo, e due più piccoli ai lati. La porta fu sovrastata da due rampe di ripide scale in muratura che conducevano alla torre sulla porta, ora crollata e dal camminamento. Sull’arco maggiore furono scolpite tre armi: quella del regno di Aragona, l’aquila della città di Palermo e quelli della famiglia Incisa.

Intorno al 1417 Domingo Ram y Lanaja, vicerè di Sicilia e vescovo che stava cercando di mediare tra Papa e Antipapa, decise una serie di interventi decorativi sulle porte urbiche di Palermo, sacralizzandole e ponendole sotto la protezioni dei santi. Destino a cui non sfuggì porta Mazzara: il suo intradosso fu affrescato con quattro apostoli entro riquadri con arcatelle, in cui certamente sono riconoscibili San Pietro con la chiave e San Giacomo Maggiore col bastone di pellegrino. Di notevole significato
tematico, in relazione alla sua presenza all’interno di uno dei varchi di accesso alla città, è proprio la figura di quest’ultimo apostolo, assimilabile al viandante che si sposta di luogo in luogo.

L’ignoto pittore reinterpretò e aggiornò la locale iconografia di tradizione bizantina ridefinendo il rapporto tra le figure e lo spazio circostante attraverso i volti degli apostoli impostati di tre quarti e il disporsi ampio e articolato dei panneggi, con esiti consapevoli di effetti volumetrici, in parte riscontrabili anche nelle tavole dipinte importate a Palermo in quegli anni dalla Toscana e dalla Liguria.

Nel XVI secolo, l’avvento delle prime armi da fuoco e dei cannoni, rese necessario il passaggio ad un altro sistema di difesa cittadino, con la costruzione di grandi e resistenti bastioni che sostituissero le più fragili mura medievali. Uno di questi baluardi venne costruito nel 1533 proprio accanto alla Porta Mazzara, ad opera dell’ingegnere militare Antonio Ferramolino e, nel 1569, il viceré Francesco Ferdinando Avalos, marchese di Pescara, ordinò la costruzione di un secondo baluardo, posizionato proprio sulla porta, che venne così ostruita ed inglobata nella nuova costruzione.

Per cui fu necessario trovare un’alternativa a Porta Mazzara: così nel 1637 fu edificata Porta Montalto, dal nome del viceré di Sicilia Don Luigi Guglielmo I Moncada, duca di Montalto, con l’obiettivo di ripristinare il passaggio dall’Albergheria al corso Tukory. Dello stesso progetto fecero parte la fortificazione di Porta Felice e quella di Porta Carini.

La nuova porta Montalto era decorata con un’aquila marmorea, coronata e con le ali spiegate, 2 scudi ai lati recanti rispettivamente le armi della famiglia Moncada e le armi della città. Al centro presentava l’iscrizione, un’altra interna posta lateralmente. Misurava 48 palmi di altezza per 41 di larghezza, il vano centrale alto 20 palmi e largo 12. Restaurata nel 1625 da Giannettino Doria, cardinale e presidente del Regno, pretore Nicolò Placido Branciforte, principe di Leonforte, fu demolita nel 1885, riportando così alla luce la precedente porta Mazzara, ahimè, mai troppo valorizzata.