La Palazzina Cinese

Come raccontato per villa Trabia, la Piana dei Colli, tra il Settecento e l’Ottocente, anche per il boom degli agrumeti, si riempì di ville padronali: la più strana di queste era stava voluta dal buon Benedetto Lombardo e Lucchese, barone delle Scale e delli Manchi di Belìce, che era appassionato di lingue e culture orientali, tanto da studiare mandarino e buttare giù una sorta di commentario, alquanto cristianizzato, del pensiero di Confucio.

Bernardo desiderava costruire una villa in stile cinese: ovviamente, avendo vaghe idee di come fossero le case nel Celeste Impero, le immaginava simili a una pagoda. La sua, in realtà, non è che fosse un’idea così bizzarra, nella nobiltà dell’epoca: all’epoca, anche per le relazioni dei viaggiatori e dei missionari gesuiti, la società cinese, con la meritocrazia e il meccanismo dei concorsi per i burocrati, era visto come un modello di buon governo da imitare e grazie all’importazione delle porcellane e delle giade, l’amore per le chinoiserie era alquanto diffuso.

In Italia, ad esempio, i primi ambienti di gusto cinese apparvero a Torino nelle residenze Savoia (il Gabinetto Cinese a Palazzo Reale e le salette cinesi a Villa della Regina), ma un vero capolavoro di preziosismo fu il Salottino di Maria Amalia per la Reggia dei Portici (oggi al Museo di Capodimonte), da cui prese ispirazione il salottino del Palazzo Reale ad Aranjuez.

Ma Benedetto fu il primo a volere un intero edificio in stile orientale, esterni compresi, anticipando anche il Royal Pavilion di Brighton, fatto realizzare da Giorgio IV, reinterpretando a modo suo l’architettura indiana.

Per sua fortuna, Benedetto trovò l’uomo giusto per realizzare la sua ambizione, quel pazzo scriteriato di Giuseppe Venanzio Marvuglia, che per una volta, messe da parte tutte le sue manie neoclassiche, decise di assecondare le voglie del committente: studiò una collezione di vasi Ming, messa a disposizione del Principe di Butera, un paio di rotoli di seta con paesaggi, un regalo di un missionario all’arcivescovo di Palermo e parlò con tre o quattro marinai che erano stati a Macao.

Da questo ehm approfondito studio, buttò giù la prima “casera”, che, per imitare quanto aveva sentito dire sulle case cinesi, era fatta soprattutto in legno: il corpo centrale terminava in alto con un tetto a pagoda, sorretto da un tamburo ottagonale. In più, per dare un tocco di esotico, ne aveva decorato la facciata con uno sproposito di campanellini di metallo, che tintinnavano a ogni spirare di vento, tanto che fu chiamata, con molta fantasia “Villa delle Campanelle”.

Quando Benedetto morì,l’accrocco fu ereditato dal fratello Giuseppe Maria, che avendo gusti più normali, cercò di liberarsene quanto prima, anche perché, per una serie di speculazioni andate a male nel commercio del vino, si era indebitato in maniera spropositata con Antonio Levanti, Pietro Piraino e Gioacchino Failla.

Il problema è che il nobile palermitano medio digeriva al massimo lo stile neoclassico, con qualche citazione egizia, per atteggiarsi a spregiudicato massone: lo stile cinese era troppo d’avanguardia, per i suoi gusti. Per cui, compratori non ne trovava.

A tirare fuori il ragno dal buco, per sua fortuna, arrivò Ferdinando di Borbone, grande appassionato di caccia, che cercava un padiglione che fungesse da base operativa: quando vide la Villa delle Campanelle, in un attimo di fantasia, se ne innamorò.

Non potendola comprare direttamente, il re si inventò un complesso artificio legale per prenderne possesso, ben spiegato da Come ha spiegato da Romualdo Giuffrida in “Il parco della Favorita di Palermo da sito reale a luogo di pubblica fruizione”

“non essendosi presentato alcun compratore, la Gran Corte aveva stabilito che la ‘casena’ potesse essere concessa a censo enfiteutico ( un possesso dietro la cura del bene ed il pagamento di un canone annuo, ndr ) il cui importo annuale sarebbe stato versato ai creditori. Il principe di Aci ne chiese la concessione a nome del re e, ottenuto il consenso del barone Giuseppe Lombardo, incaricò il professore di Architettura don Giuseppe Marvuglia ‘per prezzare li benfatti o siano tutte le opere fatte per la costruzione di detta Casena e sue officine, la villa girata di muri, li benfatti rusticani e le gebbie per adacquare la detta villa, ed in parola tutto ciò che fu erogato per tutte le dette opere ad effetto di stabilire il censo annuale’…”

Il buon Marvuglia fu inizialmente incaricato di sostituire le strutture in legno con quelle in muratura, per poi modificare le coperture sostituendo i tetti laterali con due terrazze simmetriche che presentano delle colonne che sorreggono architravi lignee traforate, mentre nella parte centrale viene la copertura a padiglione viene sovraelevata e sormontata da pinnacolo a doppio calice rovesciato, detta “Specola o Stanza dei Venti”. Infine nei prospetti nord e sud venne aggiunto un portico sorretto da sei colonne in marmo disposte a semicerchio, coronato da tetto a pagoda; dato che, se non sono matti, non li vogliamo, un’ulteriore aggiunta fu commissionata al solito Patricolo, che, sempre per dare un tocco orientale, aggiunse due torrette con scale elicoidali collegate attraverso passaggi aerei ai ballatoi del piano rialzato e del piano nobile.

In più, sempre Patricolo, per non farsi mancare nulla, progettò e realizzò gli adiacenti “padiglioni orientali” dedicati alle cucine e alle stalle, mentre al contempo fu disegnato lo straodinario giardino all’italiana.

Al piano rialzato si trova la grande sala di rappresentanza, decorata con pitture raffiguranti scene di vita orientale a cui erano accostate bellissime tappezzerie. Da questa si accede da una parte alla sala da pranzo, anch’essa decorata con scene orientali di campagna e al cui centro si trova la “tavola matematica”, progettata dallo stesso architetto Marvuglia e costruita a Napoli. Si tratta di una struttura in legno molto ingegnosa che, tramite un sistema di pulegge, permette di fare salire e scendere le vivande. In pratica il quadrante centrale ed i fori laterali potevano scendere fino alla cucina, venire caricati di vivande e stoviglie, e quindi riportati al piano rialzato. Questa tecnica andava piuttosto di moda in quel periodo, si trova qualcosa di simile nei castelli bavaresi di re Ludwing, ed in pratica aveva lo scopo di preservare la privacy, perché consentiva di pranzare senza la presenza della servitù. Nella camera da letto del re invece è ancora visibile il letto a baldacchino formato da un colonnato.

Al primo piano troviamo le stanze delle dame e dei cavalieri, suddivise in spazi maschili e spazi femminili, con uno stile neoclassico. Il secondo invece era riservato alla regina Maria Carolina, la quale scelse una decorazione con uno stile più variegato. Passando da una stanza all’altra si ha un vistoso cambio di stile, come a volere raccontare in questo breve percorso tutti gli stili che caratterizzano la palazzina. Si comincia con la stanza alla turca, con divani triangolari posti ai lati e con decorazioni fatte di sole e mezze lune stilizzate. Si passa successivamente alla Sala Ercolana, in stile impero, tipico di quel periodo, anche grazie al ritrovamento delle antiche città di Pompei ed Ercolano. Infine si arriva alla camera da letto della regina, in stile neoclassico, in cui spicca il bagno denominato gabinetto delle pietre dure, caratterizzato da un intarsio realizzato appunto con pietre dure, marmo e paste vitree.

Curioso sapere che la sovrana, che si dilettava di pittura, dipinse lei stessa alcuni decori, più esattamente dei piccoli ritratti monocromi della sua famiglia: sotto le testine dei figli, ancora bambini, aveva scritto “Immagini di mia tenerezza”; sotto il profilo di Ferdinando “Il mio sostegno”; sotto l’immagine del primogenito “La mia speranza” e poi sotto se stessa, sbagliando genere, aveva scritto nella didascalia “Me stesso”.

Infine l’ultimo livello, cui si accede attraverso quattro scale a chiocciola in ferro poste sulle terrazze laterali, è la già citata “Stanza dei Venti”, l’ambiente posto al termine dell’intera costruzione, originariamente destinato ad osservatorio astronomico, altra grande passione di Re Ferdinando.

Nel seminterrato si trova invece la sala da ballo ed il bagno. La disposizione probabilmente non è casuale, poiché spesso l’orchestra suonava anche quando i reali facevano il bagno. Una specie di filodiffusione con orchestra in diretta! Particolare in questo piano è anche una saletta, utilizzata come sala buffet, chiamata sala delle codine, e decorata in modo particolare. Guardandola si ha quasi l’impressione che non sia stata restaurata, che il tetto si sia rovinato e che la muffa abbia preso il sopravvento, danneggiando gli affreschi. Ed invece si scopre che questo è il decoro originale della stanza, realizzato in questo modo.

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