Santa Maria la Nova

A metà strada tra la Vucciria e la Cala, nell’antica contrada della “Tavola Tonda al Castellamare” (così chiamata per la presenza, un tempo, di numerosi fondaci e locande), si trova Santa Maria la Nova, unica sopravvissuta di un gruppo di chiese presenti in quell’area. Oltre a Santa Maria la Nova, vi erano infatti San Giacomo la Marina, che dalle testimonianze antiche sembrerebbe essere stata una moschea araba cristianizzata in epoca normanna, la quale venne demolita nel 1860 al seguito dei danni provocati dai combattimenti tra garibaldini e borbonici, di cui è rimasta una finestra, conservata nel primo cortile del Museo Archeologico Regionale «Antonio Salinas», la chiesa del Crocifissello di Tavola Tonda, costruita nel XVI secolo e adibita a magazzino gia’ a partire dal 1777.

Santa Maria la Nova fu fondata nel 1339, a spese della nobile e ricca famiglia De Cesario – Pagano, che volle realizzare un piccolo ospedale, assieme a un oratorio, per soddisfare le esigenze spirituali dei mercanti. La struttura fu data in gestione a un gruppo di mercanti catalani: nel 1424, quando tutti i nosocomi furono accentrati nell’Ospedale grande di Palermo a Palazzo Sclafani, il papa permise la sopravvivenza di tale confraternita e i cespiti e le offerte dei fedeli, prima destinati alla gestione sanitaria, furono dirottate sull’ornamento della chiesa. Per cui, i confrati decisero nel 1520, dopo molte discussioni, di trasformare l’oratorio in una chiesa vera e propria: l’incarico fu affidato a Giuseppe Spatafora e Giuseppe Giacalone.

Entrambi i magistri, che collaborarono spesso assieme, il che potrebbe lasciare ipotizzare che fossero soci, nascono come scultori, nell’immensa bottega del Gagini: dato che probabilmente, proprio per lo spropositato numero di allievi di tale artista, il mercato delle statue a Palermo era pressoché saturo, si avvicinano all’architettura, ponendosi in linea con la ricerca stilistica di Antonio Belguardo e di Matteo Carnilivari, ossia reinterpretare la tradizione arabo normanna locale, di cui spesso riprendono piante ed elementi decorativi, con le novità del gotico catalano e quelle del Rinascimento Continentale.

Le chiesa, a differenza di tante altre, non cominciò a essere costruita dall’abside, ma dalla loggia, nell’ottica di creare uno spazio di riunione per i mercanti che costituivano la confraternita: tra l’altro il nome di Nova, non deriva, come spesso citato dalle guide, dal fatto che fosse “nuova” rispetto al precedente oratorio, ma da “novella”, intesa come buona notizia. Nella loggia in costruzione, il viceré Pignatelli ricevette infatti la notizia di una vittoria contro i pirati barbareschi.

Intorno al 1569, l’incarico di completare la chiesa, come a San Giorgio dei Genovesi, è affidato a Giorgio Di Faccio, cuneese, che si era trasferito a Palermo al seguito della numerosa comunità di mercanti piemontesi che all’epoca frequentavano la città: Giorgio introduce, nell’ambiente artistico palermitano le novità del Manierismo Romano, facendo in modo che però non costituiscano una rottura, ma si armonizzino con la tradizione locale.

Per completare la chiesa, Giorgio progettò la tribuna ottagonale, sovrastata dalla cupola e l’oratorio posto sopra al loggiato, la cui facciata fu nell’Ottocento decorata in stile neogotico da Francesco Paolo Palazzotto, tra i principali architetti liberty dell’epoca. Oratorio che divenne nel 1585 sede della Deputazione per la redenzione dei Cattivi», associazione di confrati incaricata di raccogliere elemosine e donazioni dei fedeli per riscattare gli schiavi cristiani presi prigionieri (in latino captivi) dai Turchi.

Nel Settecento, l’interno fu decorato dagli stucchi di Procopio Serpotta, in parte eliminati nel XX secolo, nel tentativo discutibile, di recuperare la presunta architettura originale: come tante chiese di Palermo, l’edificio fu colpito dalle bombe angloamericane dell’incursione aerea avvenuta nella notte tra il 28 febbraio e il primo marzo 1943. Le esplosioni provocarono il crollo del tetto del tiburio, e alcuni danni, per fortuna di poca entità, all’interno e agli infissi.

Se l’esterno, come detto, è dominato dal Loggiato, l’interno è caratterizzato dalla fusione di due componenti diverse: la grande aula s triplice navata senza transetto, caratterizzata da archi a pieno sesto che poggiano su colonne monolite con eleganti capitelli corinzi, dalla pianta ispirata alle chiese normanne e la tribuna manierista

Nelle navate e nell’abside sono ben visibili decorazioni a stucco attribuite a Procopio Serpotta e databili alla seconda metà del ‘700. Interessanti opere sono conservate nella chiesa: nella navata di sinistra troviamo presso l’ingresso una tavola in ardesia dipinta con Cristo e la Vergine, ascrivibile al tardo Cinquecento. Nella prima cappella è la tela della Vergine e S. Rosalia, attribuita ad Antonio Manno. Seguono un crocifisso ligneo del XVIII secolo e la Madonna di Monserrato con i SS. Ninfa, Antonio Abate, Nicola di Bari e Sebastiano (1774) di Antonio Manno. Sull’altare maggiore si trova l’Immacolata di Pietro Albina (1623) e infine il Ritrovamento della Croce (1592-95) di Giulio Musca. Nella navata destra, nella terza cappella, è il Transito della Vergine, tela del Manno del 1774. La successiva cappella conserva tre monumenti funebri manieristici di esponenti della famiglia Giancardo

In particolare, Nella Cappella del Crocifisso (seconda della navata sinistra), a fianco del crocifisso ligneo settecentesco, si trova la statua della Madonna Addolorata dello scultore Girolamo Bagnasco, il cui fercolo, il Venerdì Santo, viene portato in processione dai Cassari, una delle confraternita più antiche di Palermo.

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