Goethe a Palermo (Parte III)

Tornando a Goethe, posso applaudire il suo amore per Villa Giulia, apprezzare l’eleganza con cui gestisce una gaffe, ma certo non condivido il suo giudizio su quel viaggio onirico in pietra che è Villa Palagonia

Tra l’altro, il nostro eroe, in fondo, non riuscì a togliersela mai dalla mente, tanto ne La notte di Valpurga del Faust tracciò la descrizione inconfondibile di un gruppo di mostri presenti nella villa, trasformandoli, potenza dell’Arte, da metafora dell’Alchimia, la ripartizione dei cosiddetti mostri in due settori laterali della villa (musicanti da una parte e creature deformi dall’altra, con la costante presenza del dio Mercurio, fautore della trasmutazione della materia) significherebbe la ricerca dell’armonia partendo dalla musica (Nigredo) sino alla materia (Rubedo), a espressione del caos istintivo del Romanticismo.

Palermo, sabato 7 aprile 1787.

Ho passato oggi ore piacevolissime, e tranquillissime nel giardino pubblico, aderente propriamente alla rada.

La è località meravigliosa. Tuttochè di forme regolari, porge un aspetto magico, e tuttochè piantato di recente, vi trasporta nei tempi antichi. Vi si scorgono piante esotiche, circondate da siepi verdeggianti, viali di aranci, di agrumi ripiegati a foggia di volta, pareti di oleandri, tempestate dei fiori rossi di quelli. E un vero incanto per l’occhio.

Osservai rami di forma curiosa in piante che non conosco, e che sono tuttora spoglie da fronde, per essere probabilmente originarie di regioni più calde. Sedendo sopra un banco, in un punto elevato, si gode l’aspetto di tutta quella vegetazione nuova e curiosa, e lo sguardo finisce per cadere sopra un’ampia vasca, dove si agitano, si muovono pesci dalle squame d’oro e d’argento, ora nascondendosi sotto le canne ricoperte di muschio, ora venendo fuori a frotte, quando loro si caccia una briciola di pane. La tinta verde poi delle piante, è diversa di quella alla quale siamo avvezzi, volgendo qui talvolta al gialliccio, talvolta ancora all’azzurrino. La cosa poi la quale fa maggiormente spiccare il tutto,si è l’atmosfera trasparente dalla quale si trovano circondati tutti quegli oggetti, in guisa che quelli pure i quali si trovano a poca distanza gli uni dagli altri, facilmente si distinguono, immersi tutti in una tinta generale azzurrina, la quale in certo modo fa scomparire in parte il loro colore effettivo.

Non si può dire abbastanza, quale aspetto meraviglioso dia quell’atmosfera vaporosa agli oggetti più lontani, bastimenti, capi, promontori, di cui permette comprendere, misurare le distanze, in guisa che una passeggiata in queste alture deve riuscire piacevolissima. Non si direbbe di vedere più oggetti naturali, ma bensì un vero paesaggio, eseguito da un buon pittore.

L’impressione prodotta in me da quel giardino meraviglioso, fu profonda; le onde cupe del mare a settentrione, il loro frangersi sulle spiagge dei vari seni, l’odore stesso delle acque salse, tutto mi richiamava alla memoria l’isola felice dei Feaci. Mi affrettai di andare fare acquisto di un Omero, rileggendo con vera voluttà quel canto, facendone quindi, a libro aperto, una traduzione a Kniep, il quale, seduto presso un buon bicchiere di vino, aveva tutto il diritto di rifocillarsi dopo l’intenso suo lavoro della giornata.

Palermo, l’8 aprile 1787.

Giorno della Pasqua.

All’alba d’oggi cominciò il chiasso per festeggiare la risurrezione del Signore. Sparate, colpi di schioppo, mortaretti, rumori di ogni specie davanti alle chiese, alle cui porte aperte a due battenti, si affollavano i fedeli. Campane, suoni d’organo, canti dei devoti, salmodie del clero, vi era propriamente di che far perdere la testa, a chi non è assuefatto a culto divino cotanto chiassoso.

Non era quasi ancora ultimata la prima messa, quando capitarono alla nostra locanda due staffieri del viceré, nello scopo di augurare le buone feste a tutti i forestieri, e di ottenere una mancia, aggiungendovi nel mio parti colare un invito a pranzo per oggi stesso, motivo per il quale la mancia dovette essere più generosa.

Dopo avere impiegato tutte le ore del mattino nel visitare le chiese, e nell’osservare le fisionomie ed i costumi della popolazione, mi portai al palazzo del viceré, il quale sorge alla parte estrema della città, verso i monti. Essendo alquanto di buon ora, le ampie sale erano tuttora deserte, e non vi trovai che un omicino di aspetto allegro, e vivace, che non tardai ad accorgermi essere Maltese.

Allorquando egli seppe che io ero Tedesco, mi domandò se sarei stato in grado di dargli qualche notizia di Erfurth, dove disse essersi trattenuto alcun tempo molto piacevolmente. Potei rispondere alle domande che mi porse, intorno alla famiglia Dacherode, al coadiutore di Dalberg, del che si dimostrò tutto lieto, richiedendomi ancora altre notizie ed informazioni della Turingia. Ne domandò parimenti con viva premura di Weimar. «Che cosa vi fa, mi disse, un tale, che a’ miei tempi era giovane, pieno di brio, e che faceva colà il bel tempo e la pioggia? Non posso ricordare più ora il suo nome, ma egli era l’autore del Werther?»

Dopo essere stato alcuni pochi istanti silenzioso, quasi in atto di cercare a sovvenirmi gli risposi: «Quello ero io.» Ed egli, ritirandosi due passi indietro, colpito da profonda sorpresa, esclamò «Dovete pur essere cambiato molto!» «Certamente, risposi, fra Weimar e Palermo, sono stato pur sottoposto a molte mutazioni.»

In quel momento entrò il viceré con il suo seguito, facendomi il primo accoglienza con quei modi distinti che si convengono a persona rivestita di carica cotanto eminente. Non si poté però astenere dal sorridere del Maltese, il quale non levava gli occhi dalla mia persona, e non rinveniva dalla sua sorpresa. Sedetti a tavola a fianco del viceré, il quale mi tenne discorso intorno allo scopo de’ miei viaggi, assicurandomi avere impartito ordini, perché mi si facesse vedere ogni cosa a Palermo, e mi fosse agevolato in ogni possibile maniera, il mio viaggio nel l’interno dell’isola.

Palermo, lunedì 9 aprile 1787.

Oggi abbiamo spesa tutta quanta la giornata attorno alle stravaganze, per non dire peggio del principe di Palagonia; ed anche tutte quelle pazzie, viste da vicino, ci apparvero totalmente diverse dall’idea che ce n’eravamo formata dalle letture, e dai discorsi; imperocchè, chi vuol dar conto di cose assurde, mantenendosi fedele al culto della verità, si trova in imbarazzo; gli è forza, volendone dare un’idea, di fare qualcosa di quanto in sostanza è nulla, e pure vuole essere ritenuto per qualche cosa. Inoltre mi è d’uopo premettere ancora un altra osservazione generale; vale a dire che tanto il cattivo gusto, quanto quello squisito, non possono derivare totalmente, ed in modo immediato, da una persona ovvero da un epoca, e che piuttosto, considerati entrambi con attenzione, possono rivelare le tendenze dell’avvenire.

La fontana di Palermo, della quale vi ho fatta parola, può essere ritenuta quale antesignana delle pazzie del principe di Palagonia, se non chè acquistarono queste maggiore sviluppo, per avere avuto campo totalmente libero. Voglio tentare dimostrare in qual modo sia ciò avvenuto.

Le ville trovandosi in queste contrade per lo più nel centro di vasti latifondi, è d’uopo per arrivare all’abitazione signorile attraversare campi coltivati, orti, ed altri terreni produttivi; ed in questo particolare sono qui i ricchi più curiosi di quelli delle regioni settentrionali, dove spesse volte si riducono vaste estensioni di terre a parchi piantati di alberi infruttiferi, unicamente per ricreare la vista. Qui invece, nel mezzogiorno, s’innalzano due muri, fra quali si deve passare per arrivare al palazzo od alla villa che si voglia dire, senza potere scorgere che cosa vi sia a destra ed a sinistra al di là di quelle mura. Questa strada ha generalmente principio con una porta grandiosa, talvolta pure con un portico coperto a volta, e termina poi nella corte della villa o palazzo. Per evitare però che quella continuazione di muri colla sua uniformità rechi fastidio, sono quelli terminati ad archi nella parte superiore, col vortice verso terra, ornando i punti da dove partono gli archi di cartocci, di piedistalli, o quanto meno, quà e là, di vasi. I muri sono imbiancati, levigati, e ripartiti in vari campi. La corte del castello è per lo più di forma circolare, attorniata da case ad un piano solo, dove abitano i contadini, i giornalieri, e sovra le quali torreggia il castello, per lo più di forma quadrata.

A questo modo, in uso già da gran tempo, il padre del principe attuale aveva costrutto in villa il suo palazzo, non di buon gusto per certo, ma però ancora tollerabile. Ora l’attuale possessore, senza punto alterarne le disposizioni principali, diede libero campo alla sfrenatezza del suo pessimo gusto, e sarebbe fargli troppo onore, lo ammettere che possegga una scintilla sola, di vera immaginazione.

Varcato pertanto il portico grandioso che sorge ai confini appunto della proprietà, ci trovammo in un ampio ottagono. Quattro giganti enormi con uose abbottonate, di forma moderna, sorreggono la cornice, sulla quale, di fronte propriamente all’ingresso, si scorge l’immagine della santissima Trinità.

La strada che porta al castello è più ampia di quanto siano generalmente, ed i due muri laterali terminano in un alto zoccolo, su cui stanno piedistalli, guarniti di gruppi stranissimi, mentre l’interstizio fra un piedistallo e l’altro, trovasi ornato di parecchi vasi. L’aspetto orribile di tutte quelle figure strane, scolpite da artisti i più volgari, è reso più brutto ancora dalla qualità della pietra porosa, leggera, specie di tufo, in cui sono eseguite; però si può dire che un materiale più fino, avrebbe fatta risultare più ancora, la bruttezza della forma. Ho parlato di gruppi; ma mi accorgo essermi sfuggita espressione impropria, la quale punto non corrisponde in questo caso alla realtà, imperocchè tutte queste figure non hanno veruna connessione fra loro; furono cacciate colassù senz’arte, senza riflessione, a mero capriccio. Ogni piedistallo sopporta tre figure, disposte in varie attitudini, ed in modo da occupare tutta quanta l’area quadrata, sulla quale sorgono. Per lo più due figure principali occupano la parte anteriore del piedistallo, e rappresentano per lo più mostri, sotto figura di uomini, o di animali. Per guarnire parte posteriore dei piedistalli, occorrevano ancora due altre figure, e queste rappresentano per lo più un pastore, ed una pastorella; un cavaliere ed una dama; una scimmia ed un cane che ballano. Rimaneva nei piedistalli spazio ancora libero, e questo trovasi occupato per lo più dalla figura di un nano, stirpe infelice, alla quale si ricorre spesso in quegli aborti, dovuti a sfrenatezza ed a corruzione immaginazione.

Varrà poi l’elenco seguente a dare un’idea completa della pazzia, che propriamente le si addice questa qualificazione, del principe di Palagonia. Fra le figure umane pezzenti uomini e donne, Spagnuole e Spagnuoli, Mori, Turchi, gobbi, storpi di ogni specie, nani, musicanti, pulcinella, soldati vestiti all’antica, immagini di divinità pagane, uomini vestiti alla foggia antica di Francia, soldati con uose e giberna, soggetti mitologici travestiti, Achilie e Chirone, con pulcinella. Fra gli animali cavalli con mani d’uomini, corpi umani con teste di cavallo, scimmie in piedi, dragoni, serpenti, zampe di ogni specie fuor di luogo, figure mostruose accoppiate, teste trasportate da un corpo all’altro. Tra i vasi ogni specie di mostri, di cartocci, ridotti a formare il corpo dei vasi, ovvero la base di questi.

Immaginatevi ora tutte queste figure, scolpite in modo grossolano, senz’arte, senz’intelligenza, cacciate colà alla rinfusa, senz’un pensiero, senz’un idea; immaginatevi quella lunga serie di figuracce, collocate sovra quei piedistalli, e vi sarà facile persuadervi della sensazione spiacevole, che non può a meno di provare chiunque, all’aspetto di quelle testimonianze di una vera pazzia.

Ci avvicinammo al castello, ed incontrammo una specie di cortile di forma semicircolare; il muro di fronte, in cui si apre la porta, presenta l’aspetto di fortificazione, ed ivi trovammo murata una figura egiziana, una fontana senza acqua, un monumento distrutto, e vasi e statue cacciate a terra. Entrammo nella corte del castello, che trovammo secondo il solito di forma semicircolare, attorniata di case basse, di vario aspetto.

Nella corte cresceva l’erba; ed ivi, quasi in un campo santo abbandonato, giacevano a terra basi in marmo di stile barocco, le quali risalivano ancora al tempo del padre del principe, statue di nani, ed altre figure di epoca più recente, le quali non avevano ancora potuto trovar posto dove essere collocate; quindi si passa davanti un pergolato, ornato di vasi antichi, e di sculture sempre di stile barocco.

L’apice però del cattivo gusto, si rivela nei cornicioni delle piccole case, i quali sono obliqui in un senso o nell’altro, confondendo ogni idea dello scolo delle acque, della linea perpendicolare, base della solidità e dell’euritmia. Ed anche quei cornicioni sono ornati d’idre, di teste di draghi, di piccoli busti, di figure di scimmie le quali suonano strumenti musicali, e di altre stramberie.

Tra le teste dei dragoni stanno pure figure di divinità, e fra le altre quella di un Atlante, il quale, a vece del globo, sorregge un barile.

E quando per uscire fuori di tutte queste stramberie, si cerca rifugio nel palazzo, il quale edificato dal padre del principe, presenta un aspetto alcun chè più ragionevole, s’incontra a poca distanza dalla porta la testa coronata d’alloro di un imperatore romano, la quale sorge sul corpo di un nano, seduto sopra un delfino.

All’interno del castello poi, il quale dall’aspetto esteriore dava a sperare qualcosa di meno corrotto per gusto, tornò prendersi libero campo la fantasia sregolata e guasta del principe. Le sedie sono fatte in modo, da non permettere a veruno di adagiarvisi, ed il custode vi avverte di non lasciarvi sedurre dai cuscini di velluto, entro i quali stanno nascoste spille. Negli angoli si scorgono candelabri di porcellana cinese, i quali, considerati da vicino, si scorgono formati con tazze e sottocoppe. Non havvi il minimo spazio, dove non si abbia ad osservare una qualche stramberia. La stessa vista stupenda del capo vicino che s’inoltra nel mare, è adulterata da invetriate a colori,le quali danno al paesaggio tinte le più ingrate, ed impossibili. Si vedono poi ornati, le une accanto alle altre, dorature di ogni epoca, di ogni gusto, le quali danno propriamente alle pareti l’aspetto di una bottega da rigattiere.

Per dare poi una descrizione della cappella, converrebbe riempire un intero quaderno. Si osserva in quella il parossismo della pazzia di un cervello di pinzocchero. Potete da ciò comprendere, come si debbano trovare colà tutte quante le immagini mostruose, che sono il parto di una devozione inintelligente; però non voglio omettere di farvi parola del meglio, cioè, che aderente alla volta della cappella, si scorge immagine scolpita di un Cristo sulla Croce, di discreta dimensione, dipinta a vivaci colori, alternati con dorature. Dall’ombelico poi del Salvatore in Croce, pende un intestino il quale termina in una catena infissa, questa all’altra estremità nel capo di una figura umana, la quale oscilla e si dondola nello spazio, e che, verniciata e dipinta al pari di tutte le altre immagini della cappella, aspira niente meno che ad essere il simbolo visibile della devozione costante del proprietario!

Del resto il palazzo non è ultimato; una vasta sala che il padre del principe attuale aveva cominciato ornare riccamente, ed abbastanza di buon gusto, è rimasta incompleta, ed in molte altre parti non ha potuto ancora trovare modo il figlio, di dare sfogo alle sue pazze invenzioni.

Kniep, indignato da tutte quelle stramberie, le quali urtavano il suo senso artistico, si abbandonò, per la prima volta dacchè io lo conosco, ad atti d’impazienza; egli mi trasse via di là, mentre stavo esaminando nei loro particolari quei prodotti di una fantasia sregolata e corrotta, cercando di rendermene in qualche maniera conto. Egli si decise finalmente però a disegnare una di quelle tante figure, l’unica forse la quale potesse presentare un certo senso. Era la figura di una donna colla testa di cavallo, la quale stava seduta, giocando alle carte, con un vecchio cavaliere, vestito all’antica, il quale portava una corona in cima ad una voluminosa parrucca, gruppo allusivo probabilmente allo stemma,stranissimo esso pure, del principe, il quale rappresenta un satiro, che tiene uno specchio davanti una donna, la quale ha testa di cavallo.

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