Goethe a Palermo (Parte V)

Nonostante il suo sguardo assai selettivo, se volessimo essere cattivi, anche distratto, Goethe ci illumina su alcuni particolari della vita palermitana dell’epoca. Ad esempio, grazie a lui sappiamo come il Principe di Palagonia, il proprietario della villa, studioso d’alchimia, fosse anche il priore della Deputazione per la redenzione dei Cattivi e come quindi passasse buona parte del suo tempo a Santa Maria La Nova.

Oppure come, prima del boom degli agrumeti, nella Conca d’Ora alla coltivazione della vite si affiancava quella del lino.

O infine che la liberazione dei condannati a morte, ottenuta dalla confraternita dei Bianchi, richiesta il Venerdì Santo, avvenisse in quello della settimana successiva

Palermo, giovedì 12 aprile 1787

Questa sera vidi soddisfatto un mio desiderio, e per dir vero in modo abbastanza strano. Stavo sul marciapiede della strada maestra, davanti alla bottega di quel certo merciaiuolo di cui vi ho fatta già parola, scherzando seco lui; quando tutto ad un tratto mi passò davanti uno staffiere di alta statura, vestito con eleganza, il quale portava un piatto d’argento, su cui stavano molte piccole monete di rame, ed alcuni pezzi pure d’argento. Non sapendo che cosa volesse ciò significare, crollai il capo, ed alzai le spalle, come si suol fare quando uno si vuole liberare da una domanda, alla quale non si sa come, ovvero non si vuole dare risposta. Lo staffiere continuò la sua strada, ed osservai allora sul marciapiede di fronte, un suo compagno, intento allo stesso ufficio.

«Che cosa vuole ciò significare?» domandai al merciaiuolo, il quale, quasi nascondendosi, mi additò col gesto un signore di alta statura, magro, vestito con ricercatezza, il quale camminava con contegno grave nel centro della strada, ed in mezzo al fango. Aveva il capo ricciuto, colla cipria, teneva il cappello sotto il braccio, portava la spada al fianco, ed era vestito di seta con calze, scarpe, e fibbie guarnite di brillanti. Era persona già attempata, e camminava serio nell’aspetto, senza darsi pensiero di tutti gli sguardi sopra di lui rivolti.

«Egli è il principe di Palagonia, mi disse il merciaiuolo, il quale, di quando in quando, percorre la città allo scopo di farvi la colletta per il riscatto degli schiavi, che stanno in Barberia. Per dir vero raccoglie poco danaro, ma ciò vale sempre a mantenere viva la memoria di quei poveretti, e spesse volte, coloro i quali ebbero a provare nella loro vita sorti uguali, legano morendo, somme ragguardevoli per il riscatto. Il principe di Palagonia trovasi da molti anni presidente dell’opera pia che mira a quello scopo, ed ha fatto molto bene.»

«Avrebbe dovuto impiegare a questo nobile fine il danaro che ha sprecato malamente nelle pazzie della sua villa, replicai io; nessun principe si potrebbe vantare, di avere fatto di più a tal fine.»

«Siamo pure fatti tutti così, replicò il merciaiuolo; sprechiamo volentieri il nostro danaro per mantenere le nostre pazzie; per praticare la virtù, lo domandiamo agli altri.»

Palermo, venerdì 13 aprile 1787.

Il conte Borck è stato il primo a dare un idea dei minerali della Sicilia, e coloro i quali visitano dopo di lui l’isola con quello scopo, debbono professargli vera gratitudine. E per me ritengo non compiere soltanto ad un dovere, ma sento provare pure soddisfazione, nel rendere giustizia ad un mio predecessore. Sarò pure alla mia volta predecessore di altri nei viaggi, come nella vita.

Nel conte Borck del resto, l’operosità mi pare maggiore delle cognizioni; egli ostenta una sicurezza di opinione la quale male corrisponde alla serietà colla quale si devono trattare gli argomenti importanti. Intanto il suo volume in quarto, dedicato interamente ai minerali della Sicilia, mi è di grande utilità, ed istruito da quello io ho potuto esaminare con frutto le inchiostrazioni delle chiese, e degli altari, dove si scorge profusione di marmi e di agate. Trovansi in quelle i vari tipi di pietre tenere, e di pietre dure, imperocchè si distinguono specialmente per questa particolarità i marmi, e le agate; e quella pure dà norma alla differenza del prezzo. Oltre queste trovansi pure materiali d’origine calcare, i quali vennero modificati dall’azione del fuoco. Trovasi di frequente in questi una specie di vetro fuso, il quale varia dalla tinta azurrina la più chiara al nero cupo, ed anche questi massi vengono, al pari di tutti i marmi, segati in tavole sottili, le quali hanno minore o maggior prezzo, a seconda della varietà della loro tinta, della loro maggiore o minore purezza, e quindi s’impiegano felicemente, in sostituzione del lapislazzuli, negli ornati degli altari, delle tombe, e delle altre parti delle chiese.

Volevo acquistare una collezione completa di tutti i campioni di questi minerali, se non chè non avendola rinvenuta in pronto fin d’ora, mi verrà spedita più tardi a Napoli. Le agate sono di tutta bellezza, quelle specialmente, nelle quali i campi di diaspro rosso o giallo, alternandosi con quelli di quarzo bianco prodotti dall’azione del fuoco, porgono uno stupendo effetto. L’imitazione di tali agate, ottenuta coll’applicazione di colori a tergo di lastre sottili di vetro, è la sola cosa ragionevole che io abbia potuto osservare, fra tutte le stravaganze del principe di Palagonia, e queste finte agate fanno più bella vista nella decorazione che non le agate vere, mentre queste sono in piccoli pezzi,e si devono accostare le une alle altre; quelle finte per contro, si possono fare della grandezza richiesta dall’architetto. Questo metodo di decorazione, meriterebbe per dir vero, essere imitato.

Palermo, il 13 aprile 1787.

Non è quasi possibile formarsi un idea giusta dell’Italia, senza avere vista la Sicilia; qui sta la chiave di tutto.

Non si potrebbe dire bene abbastanza del clima; ora corre la stagione delle piogge, però non cadono queste che ad intervalli; oggi vi furono scoppi di tuono, lampeggiava, il tempo è cupo. Il lino in parte ha già formato i nodi, in parte si trova tuttora in fiore. Si direbbe, a distanza di scorgere tanti piccoli stagni, tanto è bella la tinta fra l’azzurrino ed il verdognolo, dei campi di lino. Sono innumerevoli gli oggetti piacevoli, che qui si scorgono ad ogni passo. Il mio compagno è uomo eccellente, propriamente buono di cuore, ed io mi vi affeziono ogni giorno più. Egli ha fatto già parecchi bei disegni, intende eseguirne migliori ancora; l’idea di portare meco in Germania quei preziosi ricordi, mi sorride quanto si possa dire.

Non vi ho fatta parola ancora dei cibi e delle bevande di questa contrada, e però la non è cosa da passare addirittura sotto silenzio. I legumi sono stupendi, le insalate specialmente sono tenere, e dolci quanto il latte, e qui si comprende il perché loro abbiano dato gli antichi, nome di lattughe. L’olio ed il vino parimenti sono buoni, e potrebbero essere ancora migliori, se si portasse maggiore cura nella loro fabbricazione. I pesci sono buoni pure, di gusto delicato, ed in questi giorni abbiamo avuto parimenti buone carni di bue, tuttochè si dica che tali fanno per lo più difetto.

Dopo aver pranzato mi accosto alla finestra a guardare per strada! Passa un malfattore, al quale si è fatta la grazia, siccome si suole praticare ogni anno, in occasione delle feste della Pasqua. Una confraternita lo accompagna ai piedi del patibolo; ivi deve recitare una preghiera, quindi viene riportato in prigione. Il disgraziato d’oggi era un bell’uomo del ceto medio, pettinato con accuratezza, ed era poi vestito tutto di bianco. Teneva il cappello in mano, e qualora lo si fosse guarnito questo di qualche nastro, avrebbe potuto fare senza più la sua figura a qualsiasi ballo in maschera.

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