I trattati tra Roma e Cartagine (parte II)

Gli avventurieri latini o sabini, come Valerio Publicola che, a capo dei loro suodales, che presero il potere a Roma approfittando delle faide interne tra Tarquini, in fondo, avevano un obiettivo politico abbastanza semplice: controllare le vie commerciali tra l’Etruria e la Campania, in modo da arricchirsi taglieggiando i mercanti.

Il problema è che il vuoto di potere provocato dalla cacciata della dinastia etrusca, provocò la rottura degli equilibri di potere nel Lazio: le popolazioni dell’interno, gli ernici, gli equi e volsci, cominciarono a migrare verso la pianura e la coste. Avendo un’economia di tipo pastorale, i loro interessi confliggevano drammaticamente con quelli degli agricoltori latini. Di conseguenza, i Valerio Publicola, invece che arricchirsi, dovettero combattere per la loro sopravvivenza politica e fisica. Probabilmente la continua necessità di risorse umane ed economiche per fronteggiare questo stato di guerra permanente, li costrinse a cedere progressivamente potere e rappresentanza all’assemblea dei notabili locali, il Senato, portando alla progressivo sviluppo della Repubblica Romana.

Effetto collaterale di questo stato di guerra permanente, è che la via terrestre tra l’Etruria e la Campania diventava sempre meno praticabile, rendendo quella marittima sempre più strategica. Per dominarla, nel 474 a.C. gli etruschi decisero di estendere il loro controllo alla città campana di Cuma: a tale scopo, prepararono un assalto combinato da terra e dal mare.

I Cumani, però scoprirono le intenzioni etrusche e chiesero aiuto a Ierone I, tiranno di Siracusa, il quale, nel tentativo di imporre il predominio greco nel Tirreno, inviò in soccorso della città la sua intera flotta. Così, proprio quando gli Etruschi stavano iniziando l’operazione di accerchiamento da terra e dal mare spuntò,inattesa, la flotta da guerra siciliota, composta da moderne triremi, che gettò nello scompiglio le navi etrusche che furono costrette a invertire la rotta e a dirigersi contro il nemico.

Lo scontro probabilmente avvenne in mare aperto presso il vicino capo Miseno dove, ai piedi della scogliera alta 160 metri a picco sul mare, si accese una sanguinosa battaglia con un corpo a corpo tra navi che penalizzava fortemente i legni etruschi, più agili ma meno potenti e veloci delle triere greche. I Siracusani affondarono e catturarono numerose navi, costringendo alla fuga le poche superstiti.L’esercito di terra, intimorito e scoraggiato, tolse l’assedio a Cuma e tornò in patria.

La battaglia cambiò gli equilibri geopolitici del Tirreno: le città etrusche subiranno l’embargo da parte della flotta siracusana che ne occuperà gli scali commerciali e ne razzierà ciclicamente i tesori nei templi. Come reazione, l’élite etrusca iniziò quel processo di conversione economica che la portò da essere un’aristocrazia di commercianti ad un’aristocrazia latifondista.

Ovviamente, tutto ciò non poteva non avere impatti su Cartagine e su Roma: la prima vedendo a rischio il suo predominio sul Tirreno, si impelagò sempre di più nella politica siciliana, nel tentativo prima di isolare, poi di conquistare Siracusa. Ovviamente, questo provocò un disimpegno punico nel Lazio.

A Roma, la crisi della tradizionali vie commerciali provocò una crisi economica senza precedenti: la riconversione dall’agricoltura, analoga a quella delle città etrusche, ebbe però due effetti collaterali. Il primo, la politica espansionistica, dovuta sua alla fame di terra, sia alla necessità di impedire che i vicini trasformassero i campi latini in pascoli. Il secondo, la nascita della questione sociale, che sarà una costante nella storia politica della Repubblica, incentrata sulla ridistribuzione delle terre conquistate, se a favore dei ceti dominanti o dei contadini.

Le mutarono ulteriormente intorno al 380 a.C. sempre per colpa dei siracusani. Dioniso I, il tiranno della città, aveva intrapreso un’ambiziosa politica di potenza, incentrata su tre pilastri: cacciare i Cartaginesi dalla Sicilia, imporre il suo dominio su tutte le città della Magna Grecia, colonizzare l’Adriatico, in un modo da controllo totale sulle rotte che portavano il grano padano verso la madrepatria greca. Per raggiungere quest’ultimo obiettivo e per avere a disposizione una riserva inesauribile di mercenari, Dioniso si era alleato con i Celti, i quali però erano impegnati in un duello mortale con Roma.

E a quanto pare, i Siracusani non si fecero scrupoli nell’aiutare i loro alleati. Così narra Tito Livio

I Galli … andavan vagando per i campi e le spiagge marine, tutto devastando: ma il mare era infestato dalle flotte dei Greci, come pure il litorale d’Anzio, le spiagge di Laurento e le foci del Tevere …II console … assume senza sorteggio il comando della guerra gallica e dà ordine al pretore di difendere tutto il litorale, tenendone lontani i Greci. …II console, …ricevuto poi l’ordine dal senato di assumere il comando dellag uerra marittima [“bellum maritimum”], si congiunge con le truppe del Pretore. … Camillo non ebbe possibilità di compiere imprese notevoli contro i Greci: mediocri combattenti in terra, come i Romani in mare. Infine, tenuti lontani dalle spiagge, non potendo rifornirsi nemmeno di acqua nonché di tutto il resto indispensabile alla vita, abbandonaronol’Italia. A quale popolo, a quale nazione appartenesse quella flotta non sipuò stabilire con certezza. Io credo che si trattasse di tirannelli siciliani

Di conseguenza, applicando l’antico assioma

“Il nemico del mio nemico è mio amico”

Cartaginesi e Romani ripresero i loro rapporti diplomatici, che portarono alla stipula di un nuovo trattato nel 348 a.C. il cui testo era assai simile al precedente, quasi a testimoniare, da parte della diplomazia punica, l’utilizzo di formule standard

A queste condizioni ci sia amicizia tra i Romani e gli alleati dei Romani e i popoli dei Cartaginesi, dei Tirii e degli Uticensi e i loro alleati. I Romani non facciano bottino, né commercino, né fondino città al di là del promontorio Bello, di Mastia, di Tarseo. Qualora i Cartaginesi prendano nel Lazio una città non soggetta ai Romani tengano i beni e le persone e consegnino la città. Qualora i Cartaginesi catturino qualcuno di quelli con cui i Romani hanno accordi di pace scritti, ma che non sono a loro sottomessi, non lo sbarchino nei porti dei Romani; qualora poi un Romano metta mano su chi è stato sbarcato, sia lasciato libero. I Romani, allo stesso modo, non facciano ciò. Se un Romano prende acqua o provviste non commetta torti ai danni di nessuno di quelli con cui i Cartaginesi sono in pace e amicizia. Un Cartaginese, allo stesso modo, non faccia ciò. Altrimenti non si vendichi privatamente: se qualcuno lo fa che l’offesa sia pubblica. In Sardegna e in Libia nessun romano commerci o fondi città e non vi rimanga più di quanto occorra per imbarcare provviste o riparare la nave. Se vi sarà stato spinto dalla tempesta, si allontani da quelle regioni entro cinque giorni. Nella parte della Sicilia soggetta ai Cartaginesi e a Cartagine, ogni Romano può agire e commerciare in piena libertà, con parità di diritti coi cittadini. Un Cartaginese faccia lo stesso a Roma.

Per prima cosa, limitavano l’area di penetrazione marittiva e commerciale dei Romani nel Mediterraneo Occidentale. Al contempo, riconosceva la preminenza di Roma nel Lazio: per di più per citare Mommsen

I Cartaginesi, con questo trattato commerciale concluso con Roma, si obbligavano a non recare alcun danno ai Latini che si trovavano sotto il dominio romano e in particolare alle città costiere di Ardea, Antium, Circei e Terracina; se poi una delle città latine si fosse staccata dalla lega romana, era data facoltà ai Punici di attaccarla; e nel caso l’avessero espugnata, era stabilito che non dovessero raderla al suolo, ma consegnarla ai Romani. Da ciò si comprende con quali modi Roma avesse saputo tutelare le sue città, ed a quale pericolo si esponesse una città che avesse osato sottrarsi al dominio del suo protettore.

Successivamente, si regolavano le questione legate alla pirateria, che in teoria entrambi gli alleati dovevano compiere ai danni dei Siracusani, ma, si sa, in mare è facile confondere le navi. I Cartaginesi, nel caso avessero catturato nelle loro razzie alleati dei Romani, si impegnavano a non venderli come schiavi nei porti del Lazio: nel caso si fosse verificata tale evenienza, il prigioniero sarebbe stato liberato e consegnato ai Romani. Ovviamente sarebbe valso anche il contrario.

Al contempo, i pirati latini non avrebbero dovuto scaccheggiare i territori degli alleati di Cartagine. In caso fosse avvenuto questo imprevisto, Roma si impegnava a rimborsare i danni. Lo stesso avrebbe fatto Cartagine, nel caso che a fare casini fossero stati i suoi, di pirati.

Le limitazioni sul commercio in Sardegna e in Libia, in realtà, più che a danneggiare i Romani, era finalizzato a imporre una sorta di embargo ai locali, nella speranza che il monopolio punico dei commerci mettesse un freno alla loro propensione alla ribellione e all’evasione fiscali, impedendo che potessero al contempo acquistare armi da terze parti.

In compenso, veniva garantito pieno accesso ai commercianti romani ai principali mercati del Mediterraneo Occidentale, Cartagine e Palermo

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