Il Pago Tropio

Tornando alla nostra passesseggiata virtuale sull’Appia Antica, superato il complesso Callistiano, si giunge nella località “ad catacumbas”, una depressione situata tra il II e il III miglio della via Appia antica, dovuta alle antiche cave di pozzolana esistenti nell’area, in cui si sviluppava il cimitero cristiano di San Sebastiano.

Dato che questo era l’unico che rimase accessibile per tutto il Medioevo, il nome della località per estensione passò poi a designare qualunque cimitero sotterraneo. Nell’area, al di là delle memorie religiose, è caratterizzata da un’altissima concentrazione di presenze archeologiche. Una famiglia di grande tradizione, la gens Annia, discendente dagli antichi Attili Regoli, aveva in questa parte di territorio, tra il III miglio della via Appia e la valle del fiume Almone, fin dall’età repubblicana i propri possedimenti, che vennero ereditati da un personaggio da romanzo e detto fra noi, anche alquanto cialtronesco, il buon Erode Attico

Questo era un VIP dell’epoca antonina, ricco sfondato e alquanto vanitoso, tanto da scrivere sulla sua tomba

“Giacciono in questo sepolcro i pochi resti di Erode figlio di Attico, nativo di Maratona, mentre la sua fama è sparsa in tutto il mondo”.

Erode, nato tra il 100 ed il 101 d.C., fu retore, filosofo, precettore degli imperatori Lucio Vero e Marco Aurelio, e governatore di una parte dell’Asia e della Grecia. Aveva ereditato le sue ricchezze dal padre che pure si chiamava Erode Attico, un ateniese che discendeva dalla famiglia reale dell’Epiro, gli Eacidi, che oltre a vantare ascendenza mitologica con Achille, aveva come antenato il buon Pirro.

Si narra che Erode Attico padre, nonostante le illustri origini, fosse ridotto nella miseria più nera; un giorno, mentre nella sua casa di Atene sbatteva la testa nel muro per la disperazione, scoprì una cavità nella quale era nascosto un enorme tesoro.

Gli studiosi dell’ ‘800, conquistati dalla suggestività dell’episodio, si scervellarono nella ricerca dell’origine di un tale tesoro, e giunsero ad attribuirlo nientemeno che al re persiano Serse, che l’avrebbe abbandonato in Grecia in seguito alla sconfitta di Salamina; studi critici più recenti hanno però spiegato questa incalcolabile ricchezza in modo meno fantasioso, ipotizzando una più concreta speculazione finanziaria: i beni di famiglia, tesaurizzati e nascosti dal nonno per non pagare i debiti, sarebbero in seguito ritornati in circolazione col pretesto del tesoro.

Fatto sta che Erode Attico padre (questo è vero), divenuto improvvisamente il più ricco uomo dell’epoca, scrisse preoccupato all’imperatore Nerva per avere istruzioni; l’imperatore, brevemente, rispose “usane”. Nuovamente interpellato dal perplesso Erode, Nerva rispose addirittura “e tu abusane”; ma chi usò l’immensa ricchezza fu invece Erode Attico figlio, che diventò famoso costruendo grandiose opere pubbliche, soprattutto in Asia minore e ad Atene, dove ancora oggi si ammirano lo stadio delle Olimpiadi e l’Odeon sotto l’Acropoli; inoltre si debbono a lui lavori a Canosa di Puglia e naturalmente a Roma.

Dato che piove sempre sul bagnato, Erode non pago dei suoi beni, sposò l’ancor più ricca Annia Regilla. tra l’altro parente della moglie di Antonino il Pio, Faustina, sì, proprio quella del tempio nel Foro Romano. Anna morì in Grecia nel 160 mentre era incinta ed Erode fu accusato di aver fatto assassinare da un suo liberto. Trascinato in giudizio dal cognato Annio Attilio Bradua ne uscì prosciolto da ogni accusa – probabilmente anche grazie all’intervento dello stesso Marco Aurelio – ma l’opinione pubblica continuò a ritenerlo colpevole, accusandolo di avere corrotto i giudici, anche perché Erode non faceva nulla per nascondere la passione che provava per Polideuce, il giovane figlio di un suo liberto.

Proprio Marco Aurelio diede il consiglio al suo maestro di salvaguardare le apparenze, il quale, come dire, si fece prendere la mano, dandosi a esagerate manifestazioni di lutto: fece dipingere di nero tutta la casa, regalò i gioielli della moglie ai templi degli dei, ed in suo onore ristrutturò tutto il fondo, a cui diede il nome di Pago Triopio in ricordo del famoso santuario che Demetra, dea delle messi, aveva nella città di Cnido in Asia minore (l’odierna Turchia). Egli volle in questo modo porre la sua proprietà al di sopra dei comuni interessi umani.

Nello stesso tempo la parola Triopio richiamava il nome di Triopas, re di Tessaglia, che secondo la leggenda aveva osato tagliare la legna del bosco sacro a Demetra, e per questo era stato da lei punito con una fame insaziabile che lo aveva portato alla morte. Forse, nelle intenzioni di Erode, tale ricordo doveva tenere lontani dal fondo i malintenzionati che si fossero avvicinati per rubare o per recare danno alla sua proprietà.

Il Pago Tropio si estendeva nella zona compresa tra la chiesa del Quo Vadis e via dell’Almone. Grazie a cinque epigrafi qui trovate, dette appunto “iscrizioni triopee”, abbiamo un’idea abbastanza precisa sull’origine e sull’organizzazione del comprensorio.

Le prime due iscrizioni, su grandi colonne di marmo cipollino (ora al Museo Nazionale di Napoli), riportano:

“Non è permesso ad alcuno di portarle via dal Triopio, che è situato al terzo [miglio] della via Appia, nel possedimento di Erode. Chi le rimuoverà non ne riceverà certo vantaggio. Ne è testimone la dea infernale (Hecate) e le colonne che sono dono a Cerere e a Proserpina e agli dei Mani e [a Regilla].”

Altre due iscrizioni (oggi al Louvre), scolpite su cippi di marmo pentelico, contengono un lungo panegirico in versi, composto da Marcello Sideta, il medico della corte imperiale, che si era autoconvinto di essere un grande poeta… Per dare lustro al suo genio, mi limito a citare l’incipit del suo capolavoro

Venite qui a questo tempio, donne tiberine, a portare offerte sacrificali
intorno alla statua di Regilla. Ella discende dagli Eneidi molto ricchi, inclito
sangue di Anchise e di Afrodite dell’Ida, si sposò tuttavia a Maratona. La
onorano le dee celesti, la nuova Demetra e la vecchia Demetra. A loro è dedicata
l’effigie sacra della donna dalla bella cintura. Ella dimora con le eroine sulle
isole dei beati, dove Cronos regna

Una copia delle due colonne con cotale testo poetico si trova a villa Borghese.

Nella quinta iscrizione, su una colonna di marmo collocata originariamente all’ingresso del Triopio e ora ai Musei Capitolini, è scritto, in latino e in greco:

“Annia Regilla, moglie di Erode Attico, luce della casa, alla quale appartennero questi beni”.

Le iscrizioni ci descrivono campi di grano, olivi, vigne, prati, addirittura la stazione di polizia, il campo sacro a Nemesi e Minerva, il parco, il villaggio colonico (che era dalle parti di Cecilia Metella) e, nel luogo in cui successivamente fu costruito il Palazzo di Massenzio, la villa residenziale. Soprattutto è citato un tempio dedicato a Cerere (la dea romana corrispondente alla Demetra dei Greci) e a Faustina (moglie dell’imperatore Antonino Pio, da poco morta e quindi divinizzata), al cui interno Erode collocò la statua della moglie; il tempio, tuttora esistente, va identificato nella chiesa di Sant’Urbano, di cui parlerò in futuro

La valle, pur suddivisa in diversi appezzamenti, continuò ad essere coltivata fino agli inizi del XV secolo, quando l’insalubrità del fondovalle, il timore di briganti e di invasori, ed il generale progressivo spopolamento della campagna romana, determinarono l’abbandono delle attività agricole. Nel 1547 i Caffarelli entrarono in possesso della tenuta acquistandone i terreni da diversi proprietari e bonificarono la valle ridando slancio all’agricoltura e costruendo il casale detto della Vaccareccia. Così il Pago Tropio divenne la nostra Caffarella

Nel 1695 la tenuta fu venduta ai Pallavicini e nel 1816 venne infine rilevata dai Torlonia che la bonificarono per l’ultima volta restaurando e ampliando la rete idrica.

2 pensieri su “Il Pago Tropio

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