San Vincenzo in Prato

Pochissimo nota, anche agli stessi milanesi, è la basilica paleocristiana di San Vincenzo in Prato, nei pressi della Darsena, nei pressi de Le Biciclette, locale in cui, grazie a un amico che all’epoca faceva il DJ, ho trascorso uno sproposito di serate meneghine.

In origine, il luogo in cui sorge era probabilmente un nemeton, un bosco sacro dei celti, in cui i druidi compivano i loro riti e sacrifici: all’epoca augustea, con lo sviluppo urbano di Mediolanum, il nemeton fu “civilizzato”, con la costruzione di un sacello dedicato probabilmente a Giove. Con il tempo, questo santuario suburbano fu affiancato da un cimitero, progressivamente cristianizzato, tanto che ai tempi di Ambrogio fu associato a Vincenzo, diacono aragonese martirizzato sotto Diocleziano, tra l’altro protettore di Lisbona e con un particolare simpatia per i corvi.

Tanto era diffusa la devozione a tale martire nella Mediolanum imperiale, che lo stesso Agostino gli dedicò alcuni sermoni. Nel 770, l’ultimo re longobardo, Desiderio, costruì una cappellina circolare, forse dedicata alla Vergine. L’epiteto “in Prato”, fu acquisito perché sita nel podere detto Prata, di proprietà del vescovo Odelperto, che nel gennaio dell’806 lo concesse ad Arigauso, abate del monastero di Sant’Ambrogio, in virtù dei suoi servigi, a patto che tornasse nelle mani della curia milanese alla sua morte. Arigauso, per aggirare tale clausola, decise di fondare un monastero benedettino adiacente alla cappella, che comprendeva sia un ospizio per i pellegrini, sia un ospedale.

Per cercare di guadagnare qualcosa in più con le donazioni e le elemosine, i frati affermarono, nel 859 di avere ritrovato nel vecchio cimitero paleocristiano, prima le reliquie di Vincenzo, poi, facendosi prendere la mano, di Quirino e Nicomede. Ora, come dire, sappiamo che diedero fondo alla loro fantasia, perchè, bene o male, sappiamo dove furono sepolti i tre martiri: Vincenzo a Valencia, per poi avere il corpo spostato qua e la per la Spagna, Quirino in Pannonia, Nicomede a Santa Prassede, all’Esquilino. Per cui, i tre, Mediolanum non l’avevano vista neppure da lontano.

Però, i pellegrini dell’epoca credettero alla storia e cominciarono a frequentare in massa la cappella di Desiderio: per sfruttare al meglio il business, i benedettini cambiarono la dedica alla chiesa, attribuendola proprio a Vincenzo e intrapresero grandi lavori di ristrutturazione. Per ottenere qualche fondo in più, intorno all’anno 1000 dissero, sfidando l’ira dei comaschi, di avere trovato anche le reliquie di Abbondio… Qualcuno evidentemente ci cascò, dato che l’edificio venne restaurato e riedificato tra il IX e XI secolo perché oramai cadente, mantenendo però le antiche forme. Nel 1386 l’abate Beno dei Petroni di Bernareggio fece riparare e decorare la chiesa. La crisi cominciò i primi anni del 1500 quando a causa della guerra con la Francia, il chiostro venne militarmente occupato e il complesso sacro adibito a caserma.

Nel 1520 il monastero fu soppresso e trasformato in commenda: nel 1598 divenne poi una parrocchia, il che portò alla costruzione del campanile barocco. Nel 1729 la chiesa fu restaurata e imbiancata nuovamente, e vennero collocati all’interno dipinti di Giuseppe Ripamonti e Pietro Maggi. Nel 1787 la parrocchia fu abolita e due anni dopo, a causa delle leggi ecclesiastiche promulgate da Giuseppe II, la chiesa sconsacrata, per diventare una caserma, una stalla, magazzino.

Il suo destinò cambiò radicalmente grazie a un personaggio assai bizzarro, Francesco Bossi, che, nel maggio 1799 chiese all’amministrazione meneghina l’autorizzazione ad installare una fabbrica di acido solforico e di altri prodotti chimici. Dati le complesse vicende legate alla guerra tra Napoleone e la Seconda Coalizione, Francesco dovette aspettare un paio d’anni, per vedere realizzato il suo sogno: la prima fabbrica chimica italiana nel 1801, nell’area dell’allora convento di San Girolamo, dalle parti di Porta Vercellina, lungo il “naviglio Morto” oggi via Carducci.

Oltre all’acido solforico, Bossi produceva anche acido cloridrico, acido nitrico, cloruro di ammonio, solfati di sodio, di potassio, di magnesio e di rame. L’acido nitrico era, fra l’altro, usato per la preparazione delle lastre per la stampa delle monete da parte della Zecca.

Ben presto i fumi e i miasmi della produzione all’interno della chiesa sconsacrata di San Girolamo si fecero sentire, provocando la protesta degli abitanti della zona e dei gendarmi, ospitati nello stesso convento. Tanto che il 13 giugno 1802 fu emessa un’ordinanza che obbligava Francesco a smettere subito la produzione. Nel novembre dello stesso sfortunato anno 1802, pieno di debiti, dovette cedere la sua quota nell’impresa al socio Luciano Diotto e a Michele Fornara, il tizio che aveva progettato e realizzato al tornio tutto il macchinario. I tre soci litigarono per qualche tempo e Francesco uscì definitivamente di scena proprio nel momento in cui, nonostante l’inquinamento, gli affari cominciavano ad andare meglio.

I guai non finirono, nel 1807 il prefetto del Dipartimento dell’Olona (la Repubblica italiana si era nel frattempo trasformata in Regno Italico) fece compiere un ennesimo sopralluogo nella fabbrica di acido solforico, ora della ditta Fornara & C.; ancora una volta venne constatata la nocività delle esalazioni gassose irritanti e il Prefetto ordinò il definitivo trasferimento della fabbrica. Nel 1808, dopo lunghe discussioni, la fabbrica Fornara si trasferì in San Vincenzo in Prato, la nostra chiesa sconsacrata, più appropriata perché all’epoca sorgeva in una zona più aperta e in mezzo ai prati, abbastanza isolata. La chiesa di San Vincenzo venne venduta ai due soci per lire 10.193, che vi portarono il laboratorio chimico. Convertirono il campanile in ciminiera e purtroppo danneggiarono gravemente parti della vecchia struttura e distruggendo gli affreschi quattrocenteschi che ne decoravano l’interno.

Fabbrica il cui interno che forse ispirò un’acquaforte che Luigi Conconi realizzò nel 1880, intitolata la Casa del Mago. Nello stesso anno si ha l’ appello ai milanesi per il recupero della basilica che doveva servire come parrocchia per il nuovo popoloso quartiere di Porta Genova. Da questo momento iniziano le trattative per l’acquisto dell’edificio dalla ditta Candiani e Biffi si protrassero fino al 1884.

Dal 1885 in poi, su sollecitazione delle Commissioni cittadine facenti capo all’Accademia di Belle Arti di Brera, l’architetto Gaetano Landriani, responsabile dei restauri alla vicina Basilica di sant’Ambrogio, la restaurò in modo assai energico, con estese ricostruzioni talvolta arbitrarie (ricostruzione delle absidiole laterali, abbattimento del campanile barocco e sua ricostruzione in puro finto stile romanico) e l’aggiunta di un arredo liturgico alquanto kitsch e delle decorazioni neopaelocristiane opera del pittore Attilio Nicora. Nella seconda metà del secolo XX una successione di interventi degli architetti milanesi Vito e Gustavo Latis ha lavorato sulle pavimentazioni (1962), sul tetto (1973), ha realizzato la riforma degli altari a seguito del Concilio vaticano II con l’eliminazione di alcuni dei rifacimenti ottocenteschi “in stile” tra cui gran parte delle decorazioni pittoriche e gli amboni e balaustre in cemento.

La chiesa,in mattoni a vista e che misura 40 per 20 metri circa, ha tre navate con copertura a capriate, che si riflettono sulla partizione esterna della fronte a spioventi. Questa è caratterizzata da tre portali sovrastanti da lunette cieche, da due grandi finestre nella parte superiore e da un coronamento del timpano riprodotto nell’Ottocento dal motivo autentico che si trova sul retro. L’abside maggiore ed il timpano sovrastante sono originali e costituiscono l’elemento stilisticamente più significativo dell’esterno, ornati da motivi romanici a fornaci ed archetti in cotto.

All’interno le navate sono spartite da colonnati che sostengono, su una serie eterogenea di notevoli capitelli di recupero romani ed altomedievali, nove archi a tutto sesto. Nella parete piena sono inserite due serie di vetrate moderne, che sviluppano i soggetti delle gerarchie angeliche – sulla destra – e della creazione del mondo – sulla sinistra. Le finestre del coro portano tre vetrate ispirate alle parole di apertura del Vangelo di Giovanni.

Nel catino absidale come nei medaglioni tra le arcate, decorazioni pittoriche della fine del secolo scorso. Sull’altar maggiore è collocato l’affresco della Crocifissione detto “Madonna del pianto”, del XV secolo, proveniente dalla chiesetta di San Calocero e attribuito alla scuola degli Zavattari. Chiesa quella di San Calocero, in stile barocco, che fu demolita nel 1951 a causa dei danni riportati dai bombardamenti alleati dell’anno 1943, in cui secondo la tradizione proprio l’affresco portato a San Vincenzo pianse lacrime di sangue tre giorni e tre notti nel 1519. Nella navatella di destra, un altro frammento di affresco portato da S. Calocero, la “Madonna dell’aiuto”; all’inizio di quella di sinistra una colonna romana con capitello corinzio rivestita di mattoni, che sosteneva fino al 1885 la prima campata dell’arcata sinistra. Al di sotto del presbiterio sopraelevato si trova la vasta cripta, coperta da voltine a crociera sorrette da colonnine dotate di bei capitelli: rappresenta uno dei migliori esempi in Lombarida di cripta “ad oratorio” di epoca romanica. L’altare contiene l’urna di pietra con le reliquie dei martiri portate a San Vincenzo tra il IX e l’XI secolo; dietro di esso si trova tuttora un antico pozzo, le cui acque erano ritenute miracolose.

Il battistero ottagonale che si trova all’esterno, sulla sinistra, è opera dell’architetto Paolo Mezzanotte e venne aggiunto nel 1932 con la benedizione del cardinale Schuster: la Pietra santa qui contenuta e facente parte del fonte battesimale, proviene dalla Chiesa di San Nazaro in Pietrasanta, demolita nel 1889 per lasciare spazio alla nuova Via Dante. Questa chiesa era collocata ove sorge ora l’imponente edificio di Casa Broggi, all’angolo fra la via Meravigli, via Santa Maria Segreta e la allora contrada San Nazaro in Pietrasanta (successivamente via Giorgio Giulini e oggi indicativamente via Dante), nelle immediate vicinanze della Piazza Cordusio, nel luogo dove, secondo la tradizione vi era la casa di San Nazario. La Pietra Santa era un resto di una colonna romana, su cui, secondo la tradizione, sarebbe servita di appoggio a Sant’Ambrogio nell’atto di montare a cavallo durante le sue lotte contro gli Ariani

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