Il Parco Sottomarino di Baia (Parte I)

Come accennato altre volte, si può fare la battuta che a Baia ci sono più cose da vedere sotto l’acquae che sulla terra. Tutto è ovviamente effetto del bradisismo, che ha portato la la di costa di età romana ad una profondità di 10 m sotto il livello del mare. Tale movimento tellurico, estremamente veloce, per gli standard geologici, è dovuto alle variazioni di volume di una camera magmatica vicina alla superficie che si svuota e si riempie, o anche a variazioni di calore che influiscono sul volume dell’acqua contenuta nel sottosuolo molto poroso.

I primi indizi dell’esistenza della città sommersa saltarono fuori negli anni Venti, grazie ai primi rinvenimenti e recuperi casuali in occasione dei dragaggi nelle acque del porto per l’ampliamento della banchina, a cura del Real Genio Civile, ma sono nel 1956, grazie alle foto aeree scattate dal pilota (e sub) militare Raimondo Bucher, si ebbe un’idea di massima della planimetria dell’area, cosa che portò alle prime ricerche da parte di Nino Lamboglia e Amedeo Maiuri, che portarono tra il 1959 ed il 1960 alla redazione della prima carta archeologica, grazie alle prime esplorazioni subacquee.

Il 1969 segnò due tappe importanti per l’archeologia subacquea e la tutela dell’area di Baia. La prima, causale, con l’affioramento davanti Punta Epitaffio, a seguito di una mareggiata, di due sculture di grande qualità che furono riconosciute come “Ulisse e compagno con l’otre”, ancora al loro posto nell’abside di un edificio rettangolare. La seconda tappa fù l’accordo tra il soprintendente di Napoli Alfonso De Francis ed il Direttore dell’Orfanotrofio militare, ospitato nel Castello di Baia, di destinare parte di questo complesso a sede del museo archeologico dei Campi Flegrei. Nonostante molta risonanza nemmeno queste due importanti tappe riuscirono a raggiungere un seguito immediato, dato che solo nel 1980 avvenne il primo scavo subacqueo effettuato direttamente da archeologi.

Nel 1984 finalmente fu consegnato alla soprintendenza il Castello di Baia ed avviato un progetto di restauro per interventi funzionali: venne istituito un locale ufficio archeologico, un primo laboratorio di restauro, di depositi archeologici. Nello stesso periodo riprendeva il rilevamento della città sommersa di Baia.

Attività che portò alla progressiva tutela dell’area: nel 1987 fu posto il vincolo archeologico della fascia marina dei 500 mt dell’intero ambito flegreo con il divieto di alterare lo stato dei luoghi. Tra il 1994 ed il 1998 vennnero emanate specifiche ordinanze dalla capitaneria di porto per regolamentare il transito delle motonavi commerciali. Nel 1998 la la soprintendenza prese in consegna lo specchio d’acqua della sponda settentrionale. Nel 1999 fu realizzato il primo percorso di visita per subacquei. Nel 2000 a causa di un grave danneggiamento provocato da un traghetto incagliatosi nel fondale, fu sospesa definitivamente l’attività del porto commerciale. Il 7 agosto 2002 fu istituito il parco archeologico sommerso di Baia equiparato ad area marina protetta. La gestione provvisoria del parco sommerso è stata affidata alla Soprintendenza per i beni archeologici di Napoli e Caserta.

I sub, cosa possono visitare, nelle loro immersioni? Il primo sito, alquanto affascinante, è la secca delle fumose, costituto da piloni, colonizzati da alghe e coralli, che si ergono tra fumarole, colonne di bolle gassose di origine vulcanica che si sprigionano dal fondale, e depositi di zolfo. I piloni facevano parte delle strutture a protezione del Portus Iulius, fatto costruire da Agrippa

facendo penetrare il mare nei laghi Lucrino e Averno

secondo quanto racconta quel pettegolo di Svetonio, come base navale contro Sesto Pompeo, il figlio di Pompeo Magno, che per sfuggire alle liste di proscrizione compilate da Ottaviano, Antonio e Lepido, reclutò una flotta composta da esuli, da ex schiavi e pirati, e nel 42 a.C. occupò la Sicilia, la Sardegna e la Corsica, dandosi alla pirateria, impedendo l’arrivo di rifornimenti a Roma.

Velleio Patercolo, così commenta tale decisione

Egli allora, come ho già detto, dopo aver occupato la Sicilia, accogliendo nei ranghi del suo esercito schiavi e fuggiaschi, aveva gonfiato il numero delle sue legioni e, per mezzo di Mena e di Menecrate, liberti paterni, nominati comandanti navali, infestava il mare con atti di brigantaggio e di pirateria e si serviva del bottino per le necessità sue e dell’esercito, senza vergognarsi di molestare con scorrerie piratesche quelle coste che erano state liberate con operazioni militari condotte proprio da suo padre.

Secondo le descrizioni di Cassio Dione e Velleio Patercolo, il porto costiero offriva un naturale rifugio protetto per le navi da guerra oltre ad un ampio cantiere navale interno. Ingenti opere ingegneristiche lo collegavano, infatti, sia al lago di Lucrino, che era molto più vasto all’epoca e fungeva già da rada riparata, sia al lago d’Averno che forniva un approdo sicuro e, grazie ai boschi limitrofi, anche il legname per il cantiere navale. Sotto la direzione dell’architetto Lucio Cocceio Aucto, il canale artificiale, già esistente e lungo 300 metri che collegava i due laghi, venne allargato a 50 metri. Fu, inoltre, creato, presso il porto, uno sbocco per il lago di Lucrino scavando il breve tratto sabbioso che lo separava dal mare.

Portus Iulius possedeva un molo costiero lungo 372 metri ed edificato su archi che poggiavano su quindici piloni quadrangolari. Era difeso da una lunga diga – sulla quale passava la Via Herculea (o Via Herculanea) – che partiva dalla Punta dell’Epitaffio, presso Baia, per giungere fino a Punta Caruso, e che includeva l’ingresso al canale navigabile che conduceva al Lucrino. Il complesso militare era completato dai camminamenti sotterranei commissionati da Agrippa per mettere in comunicazione sicura il lago d’Averno con il porto di Cumae, come viene descritto da Strabone nella sua Geografia. La funzione militare del porto si esaurì una ventina d’anni dopo la costruzione a causa della bassa profondità del lago Lucrino e del parziale insabbiamento con il conseguente trasferimento della flotta a Miseno nel 12 a.C.

Portus Iulius, ampliato con infrastrutture e magazzini, mantenne, tuttavia, per molto tempo (fino al IV secolo) la funzione di porto commerciale, estendendosi verso Pozzuoli con la costruzione di due nuovi sobborghi (vici) cittadini: il vicus Lartidianus e il vicus Annianus. Sui suoi moli ogni anno attraccavano centinaia di navi alessandrine con il grano egiziano e con molti altri prodotti esotici (spezie, vetri, unguenti e tessuti) che giungevano in Italia dalla lontana India, attraverso l’Oceano Indiano, il Mar Rosso, le vie carovaniere del deserto egiziano.

Sotto Nerone fu intrapresa la costruzione di un lunghissimo canale navigabile (fossa Neronis, parzialmente rilevato dalle fotografie aeree) che avrebbe dovuto congiungere Portus Iulius a Roma, per consentire un traffico sicuro dalle tempeste per le navi che rifornivano di grano la capitale. La costruzione del canale fu interrotta alla morte di Nerone e non venne mai completata.

Portus Iulius venne abbandonato nel IV secolo per il progressivo abbassamento della linea di costa causato dal bradisismo. Alla fine del V secolo, secondo Cassiodoro, la diga costiera era già crollata e parte del materiale lapideo della stessa era stato riutilizzato per riparare le mura di Roma. Nei secoli successivi l’arretramento della costa marina produsse la scomparsa del lago di Lucrino e il porto romano venne completamente sommerso.

Il complesso antico si estende per circa 10 ettari ad una profondità variabile da 2,50 a 5 metri circa ed è stata rilevata direttamente solo la parte orientale. Vi si può osservare il tracciato di una via che passa fra i resti di due file parallele di magazzini portuali, con alzati di murature in opera reticolata, intonaci, casseforme lignee, impianti idraulici e poi un edificio più vasto con un orientamento diverso da tutte le altre strutture, disposto obliquamente, nel quale si è voluto riconoscere la domus dell’ammiraglio essendovi ancora dei pavimenti a mosaico.

2 pensieri su “Il Parco Sottomarino di Baia (Parte I)

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