Pirro Ligorio e San Pietro

Da lungo tempo gli storici dell’architettura, e non solo, continuano a chiedersi con che forme e per mezzo di quali soluzioni architettoniche Michelangelo avrebbe concluso la Basilica Vaticana, se la sua vita fosse stata ancor più lunga da permettergli di farlo. A chi non si occupi attivamente della storia dell’edificio tale domanda potrà sembrare a prima vista un’oziosa ricerca destinata a costruire ipotesi impossibili da verificare.

Eppure, dopo la morte di Michelangelo, per i contemporanei tale interrogativo era generato dall’esigenza concreta di poter continuare a costruire speditamente secondo i suoi progetti. Restavano allora certamente grandi interrogativi aperti, come la definizione della curvatura da assegnare alla sezione della cupola e il disegno della nuova facciata, in evidente contrasto con i resti della navata costantiniana.

Il primo ad affrontare questi problemi fu il diretto successore di Michelangelo alla direzione del cantiere Vaticano, Pirro Ligorio, noto a più per Villa d’Este a Tivoli. Pirro, pochi lo sanno, era nobile di famiglia, nacque a Napoli probabilmente nel 1512; stranamente, invece che dedicarsi alle attività tipiche dei nobili dell’epoca, il mestiere delle armi o il cortigiano, si appassionò alla pittura, tanto che, nel 1534, dove si dedicò, per usare un termine moderno alla street art. Altra cosa che molti infatti ignorano, specie tra i presunti grandi artisti esquilini, è che la facciate dei palazzi romani in pieno Rinascimento, non fossero scialbe, ma ricche di fantasiosi affreschi a monocromo, che non anno nulla da invidiare ai nostri attuali murales.

Secondo la testimonianza del Baglione, Pirro decorò numerosi palazzi tra via del Corso e Campo Marzio, “la facciata incontro alle Convertite” e “un’altra dal canto dell’istesse Convertite[…] Sono di sua mano l’opere delle facciate in Campo Marzo[…] Un’altra à piè della salita di S. Silvestro di monte Cavallo”. Il biografo prosegue poi ricordando il palazzo Caetani all’Orso, vicino piazza Fiammetta.

Il successo ottenuto lo portò a partecipare assieme a Jacopino del Conte, Francesco Salviati a uno de principali cicli pittorici del Manierismo romano, la vita del Battista nell’Oratorio di San Giovanni Decollato: Pirro dipinse due affreschi, la Danza di Salomè e la Decollazione del Battista, dal gusto enfatico e dall’architettura che ricorda una quinta teatrale, con la sperimentazione prospettica e le citazioni dell’Antico. Nonostante questi effetti speciali, molto lodati dai contemporanei, gli affreschi sfigurano dinanzi l’onirica Deposizione della Croce di Jacopino del Conte.

Ora, se una cosa non mancava nella Roma dell’epoca, erano i pittori: dinanzi alla spietata concorrenza, come vedremo poi, Pirro era troppo signore per pugnalare alla schiena il prossimo, decise di mutare pelle, trasformandosi in archeologo. Ora, per gli standard dell’epoca, Pirro era di una modernità sconcertante: applicò un abbozzo di metodo stratigrafico e di centuriazione, per tenere traccia nei suoi appunti del luogo esatto del ritrovamento dei reperti, si interessò, oltre che ai capolavori, anche alle testimonianze della vita materiale e nelle ricostruzioni, si impegnò nel confronto delle fonti. Non solo, come gli umanisti dell’epoca, si rapportò con le fonti classiche, ma le confrontò con le rovine e con le testimonianze numismatiche.

Lavoro che lo portò al servizio del cardinale Ippolito d’Este e alla stesura della sua opera opera Delle antichità di Roma, composta da 10 volumi manoscritti, una sorta di enciclopedia archeologica in cui vengono riportati monumenti antichi, epigrafi, vite di uomini illustri, monete, che diede a Pirro una fama straordinaria, tanto da entrare al servizio di papa Pio IV.

Il suo primo incarico fu il casino privato del papa, nei giardini vaticani, ispirati a palazzo Dell’Aquila di Raffaello, con la sua ricca decorazione della facciata. Il casino è composta da due distinti edifici che occupano le estremità dell’asse maggiore di un piazzale ellittico cui si accede attraverso due portali ad arco, ed ha la facciata riccamente decorata da rilievi in stucco e sculture, che ispireranno quella di Palazzo Spada.

Da quel momento in poi, oltre a dedicarsi alle fontane di Villa d’Este, lavorò alla facciata di Palazzo Borromeo, al transetto nord di San Giovanni in Laterano, al Palazzo della Sapienza, di cui progettò il cortile e iniziò la sistemazione del Cortile del Belvedere nel quale spicca il Nicchione detto “della Pigna” da lui progettato

E sempre la protezione papale lo portò nel luglio 1564, a cinque mesi dalla morte di Michelangelo, a prendere il suo posto nella prestigiosa carica di architetto della Fabbrica di S. Pietro, il Vignola fu eletto secondo architetto. Nomina che portò a sproposito di polemiche: Pirro fu accusato di essere un grande teorico, ma un mediocre pratico.

A peggiorare la sua posizione, vi era anche i suoi pessimi rapporti con Michelangelo, per cui Pirro provava dei sentimenti contradditori. Difatti, se da un lato lo ammirava e imitava, dall’altro scriverà nel Libro su’i circhi:

«A quelli anchora pare cosa degna di laude quando nell’architettura hanno fatti molti frontispitij l’uno dentro l’altro, chi rotto e chi intero, et metteno tali interrompimenti nelli templi di dio, sulle case private, et ne’ gran palazzi, le quale cose gli antichi usarono nelli sepulchri, sforzandosi tutti a produrre tale sciocchezze, et hanno oltre a questo per variare insino ai membri delle cornici delle corone, degli epistylij di quegli edificij che hanno curati. Li contorni li hanno fatti traspiombare et cadere fuori del perpendicolare infuori, cosa contra la natura delle quadrature et delle discissione delle cose che si fanno ferme stabili.».

Antipatia che lo rese vittima dell’ostracismo da parte di Vasari, che per ripicca non gli dedicò una biografia e che portò Della Porta ad accusarlo di accusa di “falsare del piombo” e di essere uno “sculturetto da cocuzze”

Per prima cosa, Pirro dovette affrontare l’ordinaria amministrazione, completando buona parte del braccio nord del transetto, continuando l’impostazione della cupola e lavorando alla cappella di nordest, nota come cappella gregoriana.

Poi incominciò a introdurre delle variazioni rispetto a quanto previsto da Michelangelo: con l’aiuto del Vignola, modificò l’aspetto delle cupole minori, accentuandone lo slancio verticale, il che fa pensare che come Sangallo avesse intuito la questione della forma catenaria, e modificò il progetto dell’attico.

Infine decise di affrontare due problemi cruciali: il primo cosa fare dei resti dell’antica basilica costantiniana. Ora, Pirro propose di buttarli giù e riprendendo l’idea di tutti i progetti antecedenti a Michelangelo, di costruire al suo posto una grande navata. Insomma, quello che farà Maderno. Il secondo, cercare di sanare il complesso sistemi di tangenti, corruzione e preventivi gonfiati che aveva messo in piedi il suo precedessore, cosa che lo portò a uno scontro con quella che potremma chiamare ironicamente “setta michelangiolesca”, l’insieme di capomastri, fornitori e appaltatori che si riempivano le tasche con quella gestione.

Pirro, purtroppo per lui, non aveva né il carattere, né il carisma, nè la propensione all’intrigo di Michelangelo: per cui, a causa di una calunnia di Della Porta, che l’accusò di aver rubato delle antichità presenti nelle fabbriche da lui presiedute e di avere frodato la Camera Apostolica,fu imprigionato nel carcere di Tor di Nona per 22 giorni.

Benché fosse prosciolto dalle accuse, Pirro fu licenziato dal cantiere di San Pietro ed ebbe due contentini: la direzione del cantiere del Palazzo della Minerva, la sede dell’Inquisizione e la tomba di Paolo IV in Santa Maria sopra Minerva, che portò alla distruzione dell’affresco di Filippino Lippi il Trionfo delle Virtù sui Vizi: tomba che, per l’effetto policromo determinato dall’uso di marmi diversi, verde antico, pietrasanta e broccatello, anticipa il gusto barocco, raggiungendo una grandiosità che la fece apprezzare anche da Vasari il quale, senza fare ovviamente il nome di Pirro, la definì “maravigliosa”.

Tuttavia, amareggiato, Pirro si trasferì a Ferrara, dove tra le tante cose, a causa dei terremoti che colpirono la città tra il 1570 e il 1574, elaborò le prime teorie di architettura antisismica. Nel frattempo Vignola, vista l’esperienza del collega, decise di non toccare nulla né del progetto michelangiolesco, né del malaffare che aveva generato..

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