I trattati tra Roma e Cartagine (parte II)

Gli avventurieri latini o sabini, come Valerio Publicola che, a capo dei loro suodales, che presero il potere a Roma approfittando delle faide interne tra Tarquini, in fondo, avevano un obiettivo politico abbastanza semplice: controllare le vie commerciali tra l’Etruria e la Campania, in modo da arricchirsi taglieggiando i mercanti.

Il problema è che il vuoto di potere provocato dalla cacciata della dinastia etrusca, provocò la rottura degli equilibri di potere nel Lazio: le popolazioni dell’interno, gli ernici, gli equi e volsci, cominciarono a migrare verso la pianura e la coste. Avendo un’economia di tipo pastorale, i loro interessi confliggevano drammaticamente con quelli degli agricoltori latini. Di conseguenza, i Valerio Publicola, invece che arricchirsi, dovettero combattere per la loro sopravvivenza politica e fisica. Probabilmente la continua necessità di risorse umane ed economiche per fronteggiare questo stato di guerra permanente, li costrinse a cedere progressivamente potere e rappresentanza all’assemblea dei notabili locali, il Senato, portando alla progressivo sviluppo della Repubblica Romana.

Effetto collaterale di questo stato di guerra permanente, è che la via terrestre tra l’Etruria e la Campania diventava sempre meno praticabile, rendendo quella marittima sempre più strategica. Per dominarla, nel 474 a.C. gli etruschi decisero di estendere il loro controllo alla città campana di Cuma: a tale scopo, prepararono un assalto combinato da terra e dal mare.

I Cumani, però scoprirono le intenzioni etrusche e chiesero aiuto a Ierone I, tiranno di Siracusa, il quale, nel tentativo di imporre il predominio greco nel Tirreno, inviò in soccorso della città la sua intera flotta. Così, proprio quando gli Etruschi stavano iniziando l’operazione di accerchiamento da terra e dal mare spuntò,inattesa, la flotta da guerra siciliota, composta da moderne triremi, che gettò nello scompiglio le navi etrusche che furono costrette a invertire la rotta e a dirigersi contro il nemico.

Lo scontro probabilmente avvenne in mare aperto presso il vicino capo Miseno dove, ai piedi della scogliera alta 160 metri a picco sul mare, si accese una sanguinosa battaglia con un corpo a corpo tra navi che penalizzava fortemente i legni etruschi, più agili ma meno potenti e veloci delle triere greche. I Siracusani affondarono e catturarono numerose navi, costringendo alla fuga le poche superstiti.L’esercito di terra, intimorito e scoraggiato, tolse l’assedio a Cuma e tornò in patria.

La battaglia cambiò gli equilibri geopolitici del Tirreno: le città etrusche subiranno l’embargo da parte della flotta siracusana che ne occuperà gli scali commerciali e ne razzierà ciclicamente i tesori nei templi. Come reazione, l’élite etrusca iniziò quel processo di conversione economica che la portò da essere un’aristocrazia di commercianti ad un’aristocrazia latifondista.

Ovviamente, tutto ciò non poteva non avere impatti su Cartagine e su Roma: la prima vedendo a rischio il suo predominio sul Tirreno, si impelagò sempre di più nella politica siciliana, nel tentativo prima di isolare, poi di conquistare Siracusa. Ovviamente, questo provocò un disimpegno punico nel Lazio.

A Roma, la crisi della tradizionali vie commerciali provocò una crisi economica senza precedenti: la riconversione dall’agricoltura, analoga a quella delle città etrusche, ebbe però due effetti collaterali. Il primo, la politica espansionistica, dovuta sua alla fame di terra, sia alla necessità di impedire che i vicini trasformassero i campi latini in pascoli. Il secondo, la nascita della questione sociale, che sarà una costante nella storia politica della Repubblica, incentrata sulla ridistribuzione delle terre conquistate, se a favore dei ceti dominanti o dei contadini.

Le mutarono ulteriormente intorno al 380 a.C. sempre per colpa dei siracusani. Dioniso I, il tiranno della città, aveva intrapreso un’ambiziosa politica di potenza, incentrata su tre pilastri: cacciare i Cartaginesi dalla Sicilia, imporre il suo dominio su tutte le città della Magna Grecia, colonizzare l’Adriatico, in un modo da controllo totale sulle rotte che portavano il grano padano verso la madrepatria greca. Per raggiungere quest’ultimo obiettivo e per avere a disposizione una riserva inesauribile di mercenari, Dioniso si era alleato con i Celti, i quali però erano impegnati in un duello mortale con Roma.

E a quanto pare, i Siracusani non si fecero scrupoli nell’aiutare i loro alleati. Così narra Tito Livio

I Galli … andavan vagando per i campi e le spiagge marine, tutto devastando: ma il mare era infestato dalle flotte dei Greci, come pure il litorale d’Anzio, le spiagge di Laurento e le foci del Tevere …II console … assume senza sorteggio il comando della guerra gallica e dà ordine al pretore di difendere tutto il litorale, tenendone lontani i Greci. …II console, …ricevuto poi l’ordine dal senato di assumere il comando dellag uerra marittima [“bellum maritimum”], si congiunge con le truppe del Pretore. … Camillo non ebbe possibilità di compiere imprese notevoli contro i Greci: mediocri combattenti in terra, come i Romani in mare. Infine, tenuti lontani dalle spiagge, non potendo rifornirsi nemmeno di acqua nonché di tutto il resto indispensabile alla vita, abbandonaronol’Italia. A quale popolo, a quale nazione appartenesse quella flotta non sipuò stabilire con certezza. Io credo che si trattasse di tirannelli siciliani

Di conseguenza, applicando l’antico assioma

“Il nemico del mio nemico è mio amico”

Cartaginesi e Romani ripresero i loro rapporti diplomatici, che portarono alla stipula di un nuovo trattato nel 348 a.C. il cui testo era assai simile al precedente, quasi a testimoniare, da parte della diplomazia punica, l’utilizzo di formule standard

A queste condizioni ci sia amicizia tra i Romani e gli alleati dei Romani e i popoli dei Cartaginesi, dei Tirii e degli Uticensi e i loro alleati. I Romani non facciano bottino, né commercino, né fondino città al di là del promontorio Bello, di Mastia, di Tarseo. Qualora i Cartaginesi prendano nel Lazio una città non soggetta ai Romani tengano i beni e le persone e consegnino la città. Qualora i Cartaginesi catturino qualcuno di quelli con cui i Romani hanno accordi di pace scritti, ma che non sono a loro sottomessi, non lo sbarchino nei porti dei Romani; qualora poi un Romano metta mano su chi è stato sbarcato, sia lasciato libero. I Romani, allo stesso modo, non facciano ciò. Se un Romano prende acqua o provviste non commetta torti ai danni di nessuno di quelli con cui i Cartaginesi sono in pace e amicizia. Un Cartaginese, allo stesso modo, non faccia ciò. Altrimenti non si vendichi privatamente: se qualcuno lo fa che l’offesa sia pubblica. In Sardegna e in Libia nessun romano commerci o fondi città e non vi rimanga più di quanto occorra per imbarcare provviste o riparare la nave. Se vi sarà stato spinto dalla tempesta, si allontani da quelle regioni entro cinque giorni. Nella parte della Sicilia soggetta ai Cartaginesi e a Cartagine, ogni Romano può agire e commerciare in piena libertà, con parità di diritti coi cittadini. Un Cartaginese faccia lo stesso a Roma.

Per prima cosa, limitavano l’area di penetrazione marittiva e commerciale dei Romani nel Mediterraneo Occidentale. Al contempo, riconosceva la preminenza di Roma nel Lazio: per di più per citare Mommsen

I Cartaginesi, con questo trattato commerciale concluso con Roma, si obbligavano a non recare alcun danno ai Latini che si trovavano sotto il dominio romano e in particolare alle città costiere di Ardea, Antium, Circei e Terracina; se poi una delle città latine si fosse staccata dalla lega romana, era data facoltà ai Punici di attaccarla; e nel caso l’avessero espugnata, era stabilito che non dovessero raderla al suolo, ma consegnarla ai Romani. Da ciò si comprende con quali modi Roma avesse saputo tutelare le sue città, ed a quale pericolo si esponesse una città che avesse osato sottrarsi al dominio del suo protettore.

Successivamente, si regolavano le questione legate alla pirateria, che in teoria entrambi gli alleati dovevano compiere ai danni dei Siracusani, ma, si sa, in mare è facile confondere le navi. I Cartaginesi, nel caso avessero catturato nelle loro razzie alleati dei Romani, si impegnavano a non venderli come schiavi nei porti del Lazio: nel caso si fosse verificata tale evenienza, il prigioniero sarebbe stato liberato e consegnato ai Romani. Ovviamente sarebbe valso anche il contrario.

Al contempo, i pirati latini non avrebbero dovuto scaccheggiare i territori degli alleati di Cartagine. In caso fosse avvenuto questo imprevisto, Roma si impegnava a rimborsare i danni. Lo stesso avrebbe fatto Cartagine, nel caso che a fare casini fossero stati i suoi, di pirati.

Le limitazioni sul commercio in Sardegna e in Libia, in realtà, più che a danneggiare i Romani, era finalizzato a imporre una sorta di embargo ai locali, nella speranza che il monopolio punico dei commerci mettesse un freno alla loro propensione alla ribellione e all’evasione fiscali, impedendo che potessero al contempo acquistare armi da terze parti.

In compenso, veniva garantito pieno accesso ai commercianti romani ai principali mercati del Mediterraneo Occidentale, Cartagine e Palermo

Il Museo della Ceramica di Castelli

Altre volte ho accennato alle ceramiche di Castelli, che, per secoli hanno costituto un’eccellenza per l’Abruzzo e per l’Italia: la terza grande collezione, oltre all’Acerbo e alla Paparella Treccia Devlet, vi è ovviamente quella conservata nello stesso comune abruzzese. Il museo, a causa degli effetti del terremoto de l’Aquila ospitato provvisoriamente nel Palazzo Municipale dell’Artigianato, ha sede dal 1984 all’interno del Convento dei Frati Minori Osservanti, che si trova sopra il paese, con un bellissimo Chiostro affrescato, all’inizio del secondo decennio del 1700, dai fratelli Ubaldo (1669-1731) e Natale Ricci (1677-1754), ai quali sono attribuite anche le cinque tele che ornano gli altari della annessa chiesa, dedicata alla Madonna di Costantinopoli. Affreschi che rappresentano su 21 lunettoni episodi della vita di Maria, ed ogni lunetta è intercalata da medaglioni raffiguranti volti di Santi e Beate che hanno dedicato la loro vita all’opera religiosa. Il convento è stato in funzione sino al 1866, poi a seguito della legge sull’incameramento dei beni ecclesiastici, divenne un deposito, per poi essere nel 1905 la prima sede dell’Istituto statale d’Arte F.A.Grue.

Il nucleo originario delle collezioni appartiene alla “Raccolta civica”, promosso da Giancarlo Polidori negli anni 1930-1940, quando era direttore della Scuola d’arte, via via arricchito da importanti depositi di enti pubblici (regione Abruzzo e Museo nazionale d’Abruzzo) e di collezionisti privati (Fuschi e Nardini) e dalle acquisizioni effettuate periodicamente, grazie anche alle donazioni di generosi estimatori.

Il museo, di fatto, è una porzione di un più ampio Parco della Ceramica: nelle vicinanze, infatti, si trova la Chiesa di San Donato,che risale all’incirca intorno alla fine del XV secolo e che fu edificata al posto di una precedente e semplicissima chiesetta di campagna : la peculiarità di questo edificio è il soffitto totalmente coperto di mattoni in maiolica, ed i mattoni originali di questo soffitto che rappresentano per lo più figure maschili, femminili, animali e stemmi di casati sono conservati nel museo.

Un’altra struttura che è un’importante testimonianza di questa tradizione è quella che ospita l’Istituto Statale d’Arte per la Ceramica “F.A.Grue”, dove è possibile ammirare il bellissimo e monumentale presepe che è stato creato negli anni ’70 e che si compone di circa sessanta statue realizzate a grandezza naturale. Il presepe è stato concretizzato nel decennio tra il 1965 ed il 1975 dallo stesso Istituto che aveva perfino organizzato delle attività didattiche concentrate sul tema natalizio che vedeva collaborare professori e studenti. Affianca il presepe la ”Raccolta Internazionale di Ceramica Moderna” che ospita incantevoli opere di più di trecento artisti di diversa nazionalità o provenienza.

Al piano terra, con gli strumenti originali provenienti dalle antiche botteghe, sono stati ricostruiti i diversi cicli lavorativi per la produzione della maiolica, documentando, oltre alle fasi correnti della foggiatura, della smaltatura e della pittura anche quelle eseguite artigianalmente fino alla metà del secolo scorso, come la produzione della creta e degli smalti, e che oggi sono affidate ad industrie di livello nazionale ed internazionale. È esposto anche un modello del forno a respiro, di invenzione castellana, alimentato a legna, oggi soppiantato dai forni elettrici ed a metano.

In due sale, poi, si possono ammirare la donazione del maestro Giorgio Saturni, trenta opere che costituiscono una importante testimonianza della sua attività artistica dalla metà del Novecento all’inizio del nuovo secolo, ed una significativa raccolta delle opere che artisti contemporanei, come Artias, Fieschi, Marotta, Mingotti, e Palmieri hanno lasciato dopo le mostre organizzate nei locali del museo.

Al piano superiore sono invece esposte le collezioni antiche in un percorso espositivo che si svolge in ordine cronologico. La prima sala è dedicata ai frammenti di scavo raccolti sul territorio castellano e una piccola testimonianza di piastrelle da pavimento e da rivestimento di epoche diverse a testimonianza di una produzione svoltasi costantemente anche se diretta ad una cerchia piuttosto ristretta, visti i pochi ritrovamenti.

Nella seconda sala sono esposti due piatti medioevali di ceramica ingobbiata graffita recuperati nella grotta di Sant’Angelo, in provincia di Teramo e un boccale frammentato appartenente alle produzioni della prima metà del ‘500. essa è dominata dai circa 200 mattoni provenienti dalla primitiva “cona cinquecentesca” di San Donato e si possono ammirare solo presso il museo di Castelli, e che sono messi a diretto raffronto con i due vasi farmaceutici della tipologia Orsini-Colonna, posseduti dal Museo, a testimonianza delle analogie stilistiche che hanno consentito, negli anni ottanta del secolo scorso, di attribuire alle manifatture della bottega Pompei questa importantissima produzione cinquecentesca. Si tratta di un corredo farmaceutico la cui produzione era assegnata di volta in volta, ai più noti centri italiani di produzione ceramica fino a quando non furono reperiti frammenti di scavo nella discarica della fabbrica dei Pompei che misero termine alla disputa. I vasi superstiti sono oggetto di un ricercato collezionismo fin dall’ottocento e sono presenti in tutti i più importanti musei del mondo: Louvre, British, Metropolitan, Ermitage, Bargello, Palazzo Venezia, Floridiana, per citarne alcuni.

Nella stessa sala è esposta, inoltre, la Madonna che allatta il Bambino, di Orazio Pompei che reca la datazione più antica della ceramica castellana (1551) rubata negli anni 70 dalla sala consigliare del Comune di Castelli dove era esposta, ritrovata sul mercato antiquario dal nucleo di tutela del patrimonio artistico, all’inizio degli anni ’90, purtroppo rotta e manomessa in modo irreversibile, e di recente restaurata, per riportarla al primitivo splendore (la data, purtroppo, è stata modificata in 1550). Il periodo a cavallo fra il cinquecento ed il seicento, in cui domina lo stile compendiario- una pittura semplice di sintesi come denuncia lo stesso nome, nei toni languidi del giallo, dell’arancio, del verde e del blu, della tavolozza castellana non ancora arricchita dal bruno di manganese- è documentato da un pannello, che ricompone un campione del soffitto seicentesco di San Donato (1615-1617), ancora in sito, realizzato con i mattoni non ricollocati sul soffitto dopo il restauro del 1969-70, dai mattoni incompleti già appartenuti al soffitto stesso dal Paliotto di Colledoro e dal Panello con l’Arcangelo Gabriele da una serie di piatti da pompa, che venivano utilizzati per ornare le case nobiliari, da contenitori farmaceutici e targhe devozionali.

L’Istoriato castellano, un genere di pittura che ha caratterizzato le produzioni castellane dalla prima metà del Seicento fino alla fine del Settecento, l’epoca d’oro della maiolica castellana quando, invece, gli altri centri ceramici erano caratterizzati da una generale decadenza, è documentato da una serie di opere di pittori appartenuti alle varie dinastie di maiolicari, che si tramandavano il mestiere di padre in figlio: i Grue, i Gentili, i Cappelletti, i De Martinis ed i Fuina; sono definiti pittori perché le loro opere sono vere e proprie opere pittoriche spesso rielaborate con originalità dalla cosiddetta grande pittura ed utilizzate per adornare le case della nobiltà locale ma anche di quella nazionale ed internazionale.

Nel corridoio intorno al chiostro è esposta una selezione degli “spolveri” settecenteschi provenienti dalla fabbriche dei Gentili- sono disegni su carta bucherellati per trasportare il disegno sul supporto ceramico troppo tenero per sopportare il segno della matita-, e un deposito a vista con materiale non incluso nel percorso ordinario.

In una sala e in parte del corridoio, in attesa che sia disponibile l’allestimento espositivo definitivo, sono temporaneamente esposte una qualificata selezione delle circa duecento opere in ceramica di Aligi Sassu (1912-2000) appartenenti alla collezione di Alfredo e Teresita Paglione, donate recentemente al museo, che, con la persistente rappresentazione di cavalli scalpitanti.

L’Ape Bianca

“Ho sempre cercato di educare la mia anima all’orrore per il pregiudizio, forse questo mi basta per definirmi un osservatore ma non mi aspetto niente di buono. Mi piace pensarmi come un collezionista di scarti, tentando di circoscriverne il fenomeno. Sono figli nostri, intendo quegli oggetti-soggetti che si legano al paesaggio e che io fotografo, estraggo dipingo e quindi non dimentico, sia per fare un dispetto alla globalizzazione sia per quel sentimento di riconoscenza, di aspettativa enigmatica, di quell’imperscrutabilità che si rivela a volte come una metafora dell’incertezza del vivere.

Consolidando la propria esperienza nel mondo per tentare di renderla sensata, plausibile, armoniosa, O perlomeno, confortevole.”

Sono le parole di Andrea Di Marco, pittore panormita, che assieme ad Alessandro Bazan, con cui formerà, insieme a Francesco De Grandi e Fulvio di Piazza. Di Piazza, la cosiddetta Scuola di Palermo, una delle fucine di quella che nella seconda metà degli anni Novanta fu definita la “Nuova Figurazione Italiana”. Con il senno di poi, questa etichetta, di Nuova Figurazione, fu forse una forzatura, dato che costituì un enorme calderone in cui si infilò tutto e il contrario di tutto.

Andrea, ad esempio, era innamorato della sua città, dei suoi contrasti e delle sue stratificazione e più che sfondo a storie altrui, la considerava un personaggio vivo, con i suoi sogni, speranze e malumori: per cui, la sua pittura, beffarda, malinconica e ubriaca di luce, cominciò a concentrarsi sugli scorci del centro storico, con la sua miseria e nobiltà, popolandoli di infiniti oggetti, spesso abbandonati o feriti dal tempo, che diventano ambigue metafore della condizione umana.

Il più famoso di questi era la “lapa”, l’Ape Piaggio, per in non palermitani, il tanto bistrattato e sbeffeggiato motocarro, che vuoi o non vuoi, ci fa compagnia dal 1948. Un accrocco a tre ruote, senza dubbio alcuno: ma anche simbolo di un’Italia che invece di lamentarsi e piagnucolare non si arrende, che si rimbocca le maniche, che coniuga ingegno e arte d’arrangiarsi. Cose di cui, in questi giorni di pandemia, ci sarebbe tanto, tanto bisogno.

E la “lapa” è, nonostante la sua veneranda età, uno dei numi tutelari del centro storico di Palermo: la troviamo nei mercati, stracarica di ogni cosa che sia possibile vendere, la vediamo correre, parola grossa, per i vicoli, oppure trasformata in una sorta di chiosco ambulante di street food. L’ultima sua trasformazione, è in tuk-tuk, per portare a spasso i turisti: io, da convinto camminatore, non l’ho mai preso, però amici e parenti me ne hanno parlato con entusiasmo.

Nella notte tra giovedì 1 e venerdì 2 novembre del 2012, Andrea fu stroncato da uno shock anafilattico: Per ricordarlo, fu deciso di realizzare nel concreto un suo vecchio sogno: un’installazione proprio dedicata alla “lapa”, inaugurata il 12 luglio 2013 al Molo Sailem della Cala di Palermo, nell’ambito del programma del 389° Festino di Santa Rosalia.

A differenza delle “lape” dei suoi quadri, cariche di colore, quella della Cala è “Bianca”, per renderla meno sensibile alle condizioni atmosferiche e allo scorrere del Tempo, cosa che però, spesso e volentieri, la resa vittima della maleducazione e del vandalismo.

In ogni modo, questo monumento è diventato un simbolo della città. Tanti turisti, pur non conoscendone la storia, passeggiando per la Cala, la guardano, la fotografano, le regalano un sorriso, allontanandosi con il cuore più leggero… In fondo, proprio ciò che voleva Andrea…

Le Terme di Baia (Parte III)

Continuando la nostra visita a Baia, ci trasferiamo al nucleo o terme di Sosandra, che prende il nome da una statua raffigurante Afrodite, copia romana di un originale greco del V sec. a.C. attribuito allo scultore Calamide, che, secondo la tradizione, nello scolpirla usò come modella Aspasia, l’amante di Pericle. Il complesso si estende su un’area rettangolare inquadrata tra due rampe situate lungo i lati nord e sud; l’insieme strutturale evidenzia una disposizione a terrazze, che seguono la morfologia del pendio e degradano verso il mare, con un gioco architettonico di porticati e di corridoi anulari di notevole effetto scenografico.

Nella terrazza superiore vi è una serie di stanze a uso residenziale, tra cui spicca un ambiente a volta, pavimentato con un bel mosaico policromo a pannelli figurati, accanto al quale fu rinvenuta e recuperata una statua di Mercurio. La terrazza mediana, invece racchiude un piccolo Teatro-Ninfeo con una vasca circolare, alimentata dall’acquedotto del crinale, al centro dell’orchestra: è un edificio che andava di moda nelle ville marittime e che serviva per rappresentazioni mimiche, di miti e favole erotiche e per recitazioni e audizioni musicali.

In quest’area è ancora possibile ammirare i resti del pavimento in mosaico. Una composizione formata da tessere nei colori del bianco, nero insieme a rosso in varie tonalità, violetto e giallo. L’esterno del disegno ha una prima fascia composta da forme geometriche accostate insieme, ad un’altra, con un motivo a treccia. Nella parte centrale invece, sono raffigurate maschere teatrali.

L’inferiore, infine, era formata da una grande piscina quadrangolare racchiusa da grandi arcate che formavano il portico intorno al bacino. La piscina, alimentata da una fonte sulfurea che ancora scaturisce dal piede della collina, era un’utile natatio per immersioni. Intorno alla vasca, cui si accedeva con scalette di discesa, erano distribuite delle stanze sormontate da arcate decorate a stucco.

A cosa serviva questo complesso? In realtà, è complicato a dirsi, dato che a quanto pare, nella sua lunga storia cambiò diverse volte destinazione d’uso. Nel I secolo a.C. dovrebbe essere stata una domus privata, di un ricco senatore o cavaliere, che fu sequestrata ai tempi di Nerone e trasformata nell’ebeterion (luogo destinato ai giovani), destinato al riposo e allo svago dei soldati di stanza a Miseno. Ebeterion che, nel II secolo d.C. fu a sua volta trasformato in un’ hospitalia, ossia in una albergo di lusso dell’epoca, destinato ai clienti delle Terme.

I cosiddetti templi di Diana, Venere e Mercurio in realtà non lo sono mai stati ma la loro imponenza e il loro aspetto apparentemente isolato aveva fatto pensare a edifici sacri, collegati a queste divinità solo per piccoli, o inesistenti, indizi trovati nelle decorazioni delle loro pareti. In verità, si tratta di tre diversi stabilimenti termali costruiti, a distanza di un secolo l’uno dall’altro, per sfruttare sempre più intensamente le risorse idrominerali del sottosuolo: oltre a grandi vasche per immersioni, numerosi sono i condotti scavati direttamente nel terreno per captare le risalita di vapori bollenti per riscaldare le saune. La ricerca di queste fonti naturali di calore ci spiega in parte la disposizione disordinata di questi edifici, che tuttavia deriva anche da un altro fattore: prima di questi grandi impianti lo spazio era già stato occupato da grandi ville, costruite una a fianco all’altra già uno o due secoli prima

Cominciamo dal Tempio di Mercurio, la cui pianta complessiva è di difficile comprensione, sia per il bradisismo, sia per il fatto che sia nato dall’aggregazione di almeno tre nuclei strutturali edificati in epoche diverse. Il più antico è il settentrionale, risalente ai tempi di Giulio Cesare, di probabile destinazione termale, in parte allagati: da uno di questi locali proviene la testa di Apollo dell’Omphalos, copia romana in marmo di un originale greco in bronzo.

Dall’ampio piazzale scoperto si entra poi in una grande sala e da questa si raggiunge il Tempio di Mercurio vero e proprio, o Tempio dell’Eco, per l’effetto acustico, una grandiosa aula circolare resa suggestiva dalla presenza dell’acqua che, per effetto del bradisismo, raggiunge l’imposta della volta. Interpretato come frigidarium (sala per i bagni freddi), natatio (piscina coperta) o come un laconicum, una sorta di sauna dell’antica Roma, adibita ai bagni di sudore mediante aria calda secca, ha un ruolo importantissimo nella storia dell’architettura: a quanto oggi si conosce si tratta del più antico esempio di copertura emisferica di ampie dimensioni realizzato in cementizio, realizzato sfruttando la pozzolana, il cui nome, ricordiamolo deriva dal latino (pulvis) Puteolāna, ossia polvere di Pozzuoli.

La conservazione pressoché integrale della volta a cupola, costituita da grosse pietre tufacee a foggia cuneiforme, e le caratteristiche strutturali delle pareti in opus reticulatum a tessere e degli archi, caratterizzati anch’essi da tufo lavorato a cuneo, ne consentono infatti la datazione all’epoca di Augusto. La parte dritta della parete circostante, era rivestita con lastre di marmo, e ciò si comprende dai numerosi fori simmetrici vedibili nei quali venivano infisse staffe di piombo per tenerle ancorate; la parte interna della cupola invece, era decorata a mosaico (ne restano alcune tracce).

La sua struttura di forma emisferica con un’apertura di un occhio circolare sulla sommità della volta lo rendono una sorta di modello del Pantheon, ovviamente di dimensioni inferiori: il diametro della sala è circa pari metà di quello dell’edificio dell’Urbe.

Infine, il nucleo meridionale di questo quartiere, realizzato in età Severiana, è composto da sale fastose sia per opera architettonica che per apparati decorativi. Probabilmente tutti questi edifici facevano parte del Palatium di Alessandro Severo, che forse si estendeva fino al mare.

Il settore detto di Venere deve invece il nome ad eruditi del Settecento che definivano “Stanze di Venere” alcuni ambienti del livello inferiore del complesso, caratterizzati da raffinate decorazioni in stucco sulle volte. Esso comprende tre nuclei edilizi di diversa epoca, posti su tre livelli differenti.

L’ingresso al complesso avviene dal livello inferiore, ai piedi della grande rampa est-ovest che lo separa dalle terme di “Sosandra”, entrando in uno spazio scoperto, forse un antico giardino od una piscina. Questo livello presenta due diversi nuclei costruttivi, entrambi disposti secondo un asse nord-ovest/sud-est e dunque orientati diversamente rispetto ai livelli superiori, il nucleo più a nord è costituito da una serie di ambienti e da una prima terme, databili al più tardi all’età augustea, ad esso si affianca il nucleo sud, costituito da un successivo impianto termale di età adrianea.

L’aspetto attuale della zona mostra a nord una serie di ambienti pavimentati a mosaico e riccamente decorati (un piccolo peristilio, sale ad esedra per triclini estivi). Gli originali ambienti termali ad ovest vennero successivamente trasformati in cisterne ed in vani di servizio, tra cui un interessante esempio di cucina che conserva ancora il banco di cottura e le vasche per l’acqua . Il lato sud è invece occupato dal vasto complesso termale di età adrianea che si sovrappose a strutture più antiche mantenendone l’orientamento. Qui l’insieme architettonico si articola intorno all’aula absidata centrale, affiancata da due ampie sale a , croce greca e fronteggiata da una serie di ambienti. Interessante è la presenza di affreschi con stile e divinità egizie, a testimonianza del clima multiculturale di Baiai. Si riconosce il dio psicopompo Anubi, con la testa di sciacallo, che aveva il compito di trasportare le anime nell’aldilà.

Il secondo livello invece, è quello che ha creato più confusione causa una complicata serie d’interventi e modifiche murarie. A sinistra vi sono undici stanze con volta a botte che danno, tramite pochi gradini, su un corridoio che delimita, sul lato destro, i resti di quindici stanze. Gli ambienti di sinistra, in un primo momento, furono identificati come bagni ma, non essendovi resti di strutture termali, oggi sono considerati magazzini per lo stoccaggio di attrezzature del complesso termale. Qualcuno ha frainteso il termine magazzino con quello di negozio; osservando attentamente la struttura muraria del corridoio, ci si accorge però che questo era coperto dal terrazzamento superiore, che si estendeva e copriva la serie di stanze situate sulla destra. I predetti locali pertanto, venivano a trovarsi praticamente al buio o perlopiù con scarsissima luminosità, e pare poco verosimile che degli esercizi commerciali operassero in tale condizione.

Tale aspetto tuttavia, ha portato a considerare questi ambienti come lupanari (case per la prostituzione) riservati ai marinai della Classis Misenensis, ma è difficile immaginare che tali luoghi fossero arredati con un semplice intonaco bianco e pavimento in cocciopesto. Questi di solito, erano finemente decorati in rosso pompeiano con affreschi dedicati a Venere.

L’ultimo livello è costituito da complesso termale difficilmente riconoscibile per il crollo delle strutture poste all’estremità est della terrazza, che poggiava sugli ambienti del sottostante livello intermedio. In tale area furono rinvenute in momenti diversi due statue raffiguranti i Dioscuri.

Il livello intermedio di questo complesso fungeva anche da sostruzione per le Piccole Terme, realizzate per un numero ristretto di ricchi visitatori. Queste in origine facevano in origine parte di una villa tardo-repubblicana, e furono poi integrate con altri ambienti termali, di cui si riconoscono il calidarium ed il tepidarium, quando l’edificio assunse una funzione pubblica. Uno di questi nuovi ambienti fu proprio un “laconicum” realizzato con pavimento a “suspensurae” (pilastrini di terracotta che sorreggevano un secondo pavimento rialzato e amovibile) che permetteva le esalazioni di vapore caldo dal basso ed in modo uniforme.

In alto è presente un foro circolare che in origine aveva una funzione termodinamica: tappato tratteneva il vapore caldo realizzando lo scopo del locale, alla rimozione del coperchio invece, essendo l’aria calda molto più leggera di quella fredda, esso ne defluiva rapidamente.

Esterni al complesso archeologico, vi sono due imponenti edifici, i cosiddetti Templi di Venere e di Diana. Il primo, isolato tra l’attuale strada che attraversa Baia e le strutture del suo porto, questo edificio dal diametro di oltre 25 metri doveva essere la sala più importante di un più ampio complesso di cui si sono persi gran parte dei vani. Ma la sua mole, anche se oggi in parte interrata, ha da sempre incuriosito viaggiatori ed architetti, come Palladio, che l’hanno voluta disegnare, attratti dalle soluzione ardite che la caratterizzano in numerosi aspetti: la sua pianta ottagonale all’esterno, circolare all’interno, la sua cupola detta “ad ombrello”, per la forma dei diversi spicchi che la formano, la composizione stessa della cupola, formata da materiali sempre più leggeri per ridurre il carico nelle parti più a rischio, come al centro, poi comunque crollato.

Ma anche le nicchie aperte sulla sala centrale, che a loro volta davano accesso ad altre ancora più articolare piccole sale: pur mancando degli scavi che abbiano raggiunto gli antichi pavimenti, si pensa che queste fossero delle vasche di grandi terme, in continuità con gli altri complessi scavati nel golfo di Baia. Tutti gli ambienti dovevano essere rivestiti con lastre di marmo e la decorazione della cupola era composta da un mosaico, di cui conserviamo piccolissime tracce. Il committente, viste le caratteristiche tecniche messe in atto, sembra essere lo stesso imperatore Adriano, considerate soprattutto le numerose similitudini con alcuni edifici da lui voluti nella sua villa di Tivoli.

Il progetto edilizio di questo complesso ha senza dubbio superato le sperimentazioni visibili, ad esempio, nelle vicine terme di Mercurio: le finestre hanno ora raggiunto dimensioni notevoli e, al contrario, i pilastri esterni per reggere i carichi delle volte hanno spessori minimi, a dimostrazione che siamo di fronte ad un edificio della piena maturità dell’architettura romana. Sotto certi aspetti, può considerarsi come il precursore delle architetture dell’epoca tetrarchica e costantiniana, come ad esempio il Tempietto di Minerva Medica all’Esquilino.

Lo stesso può dirsi del Tempio di Diana, separato dal complesso principale dalla “Ferrovia Cumana”, che unisce i Campi Flegrei al centro di Napoli; il suo nome deriva nasce solo per il ritrovamento nell’area di un rilievo in marmo con raffigurati una serie di animali, uno dei pochissimi elementi noti di quella che doveva essere una decorazione raffinata che rivestiva pareti e soffitti.

Il Tempio di Diana consiste in un grande ambiente che per la pianta ottagonale all’esterno, circolare all’interno, per la distribuzione alterna di nicchie absidate e rettangolari, simile al piano inferiore dell’altra più grande rotonda del Tempio di Apollo sul Lago d’Averno; otto grandi finestre, delle quali cinque ancora conservate, si aprono al di sopra delle nicchie absidate.

Il monumento appare interrato fino al di sotto del piano delle finestre e distrutto in tutta la sua parte anteriore.L’analogia con le altre sale circolari di Baia fa supporre che il Tempio di Diana fosse un grande sudatorio o una grande piscina di raccolta di acque termali. Quest’ultima ipotesi sembra essere avvalorata dal fatto che la sala si trovi addossata al fianco della collina per meglio intercettare il flusso delle sorgenti. Gli altri edifici intorno semisepolti e poco riconoscibili, facevano parte dell’impianto termale di cui il Tempio di Diana veniva ad essere la parte essenziale e più cospicua.

Sono mancati infatti scavi sistematici che permettessero di capire lo sviluppo del complesso: nonostante ciò, l’analisi delle murature visibili permette di considerare l’edificio come l’ultimo dei grandi complessi termali di Baia, costruito probabilmente intorno al III secolo d.C. Da questa considerazione gli studiosi hanno ipotizzato un possibile collegamento con il già citato palazzo che l’imperatore Alessandro Severo, come ci racconta la sua biografia nell’Historia Augusta, fece costruire per la madre Giulia Mamea.

San Giovanni in Conca

In mezzo a Piazza Missori c’è un rudere spesso ignorato dal passante frettoloso: eppure si tratta di un frammento importante della storia di Milano. Si tratta infatti dei resti dell’antica basilica paleocristiana di San Giovanni in Conca.

L’area, una palude nel periodo celtico, fu bonificata ai tempi di Mediolanum, per essere trasformata in epoca tardo antica in quartiere residenziale di lusso: dove sorgeva la chiesa, vi era la domus di un importante e ricco funzionario della corte imperiale, come testimoniato dal ritrovamento di un mosaico policromo pavimentale, ora conservato al Civico Museo Archeologico, uno dei pochissimi esempi milanesi con motivi figurati

Databile al III secolo d.C., il mosaico rappresenta entro uno schema geometrico a meandro riquadri con animali, tra i quali è completamente conservata la figura di una pantera. Allo stesso edificio doveva appartenere una cisterna in laterizi (larga 6,70 metri) rivestita da cocciopesto impermeabilizzante e alimentata da condutture in piombo. Tra V e VI secolo d.C. l’area cambiò destinazione d’uso, diventando un nuovo importante polo religioso e funerario: sulle precedenti abitazioni sorse, infatti, una chiesa ad aula unica absidata (17 x 35 metri) senza suddivisioni interne, le cui pareti laterali erano all’esterno modulate da arcate cieche come nella basilica di San Simpliciano, larghe 3 m circa, sostenute da pilastri rettangolari molto sporgenti.

Degli ornati della basilica si conserva esclusivamente un frammento di pavimento in opus sectile a esagoni neri e triangoli bianchi. Attorno alla chiesa si sviluppò anche una necropoli, di cui furono rinvenute diverse tombe. Fra queste, è degna di nota una sepoltura in cassa lapidea affrescata, uno dei rarissimi esempi di pittura paleocristiana conservati a Milano. Datata in base alle caratteristiche stilistiche tra V e VI secolo d.C., essa era addossata alla parete destra esterna della chiesa; oggi è conservata nel Museo d’Arte Antica del Castello Sforzesco di Milano.

Sempre sul fianco destro della chiesa sono stati rinvenuti i resti di un sacello funerario, interpretato anche come martyrium di San Castriziano, terzo vescovo di Milano, a cui è attribuita la costruzione della prima chiesa di Milano nell’hortus Philippi, situato nella zona dell’attuale basilica di Sant’ Ambrogio.

La chiesa continuò a essere utilizzata anche nel periodo longobardo, come testimonia un altro reperto conservato al Castello Sforzesco, la lastra tombale del nobile longobardo Aldo, parente del duca di Trento Evino, cognato della regina Teodolinda, convertito dall’arianesimo al cattolicesimo. Il pezzo si presenta caratterizzato da un’orlatura che originariamente doveva essere intarsiata con pietre e paste vitree colorate. Al centro, invece, una croce latina incavata spartiva lo specchio epigrafico in quattro settori.

La denominazione della chiesa ad concham è presente già nel testamento di Ansperto (879) e allude probabilmente alla leggera depressione del terreno in quella zona. Intorno al 1100 fu realizzata la splendida cripta, ancora esistente sotto il piano stradale; con ogni probabilità in quest’epoca che si operò la suddivisione a tre navate dell’antica aula rispettata nel suo perimetro, così come la ricostruzione dell’abside non mutò la posizione e l’andamento originari. Devastata dal Barbarossa nel 1162, nella seconda metà del Duecento la chiesa venne restaurata e riconfigurata, ispirandosi ai modelli delle chiese delle grandi abbazie dell’epoca.

I sostegni erano cilindrici per le prime quattro campate e cruciformi, con semicolonne in senso longitudinale, i due successivi prima della campata di coro unitaria e dell’abside, rialzata. La navata era coperta a capriate, mentre le campate laterali rettangolari erano voltate a crociera. I pilastri compositi dell’incrocio reggevano una più alta volta a crociera nascosta da un tiburio quadrato.

La bellissima facciata a capanna, all’epoca affiancata da un campanile alto 24 metri, venne realizzata nel 1200 circa ed era scandita in origine da quattro contrafforti che separavano in tre fasce la facciata. La parte centrale era in marmo chiaro mentre le due fasce laterali erano in cotto.Un ampio rosone traforato in marmo bianco sovrastava il portale centrale ad arco a tutto sesto con lunetta e forti strombature a colonnina laterali. Sopra al rosone si trovava una monofora a nicchia con una scultura al centro, mentre ai lati si aprivano due piccoli rosoni sormontati da due finestre a cielo.

Al centro, vi era una nicchia ospitava il busto di San Giovanni Evangelista, rappresentato nel calderone di olio in cui, secondo la tradizione, lo avrebbe fatto immergere l’imperatore Domiziano, senza che il Santo ne soffrisse. In analogia con questo episodio, sul sagrato della basilica si tenevano -in tempo di siccità- dei tridui di preghiera per invocare l’intercessione divina per la pioggia. I canti e le suppliche, improntate ai principi della magia omeopatica o imitativa, venivano accompagnati da libagioni rituali che servivano ad allontanare gli spettri della siccità, della carestia, della fame e delle pestilenze sempre in agguato. Nei pentoloni, issati sopra dei falò, venivano messe a bollire, al posto del martire, delle vivande con la speranze che canti, preci, aspersioni e spruzzate “brodolose” servissero ad evocare e a catalizzare le forze positive dell’universo trasformandole in pioggia

Presso le Raccolte d’Arte del Castello Sforzesco sono ricoverati gli affreschi strappati dalle pareti interne della chiesa: tra i più antichi rivestono notevole importanza, per l’alta qualità e per la generale scarsità di testimonianze superstiti della pittura milanese degli anni a cavallo fra Due e Trecento, l’Angelo annunciante e la Vergine annunciata, collocati in origine ai lati dell’arcone absidale. Strappati e trasportati su tela da Ottemi Della Rotta intorno alla metà del Novecento, i due affreschi sono caratterizzati da grande eleganza formale, abbondante uso della decorazione “a pastiglia” e ricercata ambientazione spaziale, sia pur con risultati spesso prospetticamente incoerenti. L’anonimo responsabile di queste figure, ravvisabile anche in un’Ultima Cena in S. Agostino a Bergamo, testimonia la diffusione del gusto neoellenistico mediato da modelli veneziani nel clima raffinato della Milano viscontea.

Nel corso del XIV secolo, Bernabò Visconti (1323-1385) trasformò la chiesa in una cappella gentilizia integrandola nella propria dimora fortificata che sorgeva nei pressi dell’edificio religioso. Il palazzo era noto ai milanesi come Ca’ di Can per la passione di Bernabò nei confronti dei cani da caccia. Sembra infatti che ne possedesse ben 5000, per lo più dati in affido alle “cure amorevoli” dei propri sudditi. Se da questi venivano trascurati, i “governatori del cane” venivano condannati a pene molto severe. Recarsi alla Ca’ de Can con la consapevolezza di aver svolto male il proprio compito sembra abbia dato origine all’espressione triviale “lavorare alla cavolo di cane”

Proprio Bernabò provvide a rinnovare la decorazione di San Giovanni, con un ciclo di affreschi con Storie di san Giovanni Evangelista di cui restano al Castello Sforzesco cinque frammenti con figure stanti isolate o raccolte in piccoli gruppi; le scene appaiono delimitate da larghe bande a motivi cosmateschi e girali vegetali a monocromo cui si aggiunge, in basso, un alto zoccolo illusionistico formato da una sequenza di finte scansie marmoree e da sottostanti specchiature, pure in finti marmi colorati; alcuni dei frammenti sono inoltre impreziositi da eleganti fondali architettonici, accuratamente definiti. Questi elementi, uniti alla monumentale ampiezza e solennità delle figure, al plastico modellato dei panneggi, alla morbida definizione dei volti e all’uso di una tavolozza dai toni chiari e luminosi, sembrano collegare l’anonimo Maestro delle Storie di san Giovanni ai migliori esempi pittorici di matrice giottesca della Milano del terzo quarto del Trecento, in particolare ai frammentari affreschi del palazzo Arcivescovile, oltre che al mondo poetico e coloristico di Giusto de’ Menabuoi.

Eccezionale testimonianza del rinnovamento “gotico” di S. Giovanni in Conca è il grandioso, celeberrimo monumento funerario di Bernabò Visconti (oggi al Castello Sforzesco), collocato in origine dietro l’altar maggiore della chiesa. Culmine dell’intera esperienza della scultura campionese, il complesso si compone di due elementi principali: la statua equestre di Bernabò, eseguita prima del 1363, e il sarcofago, sorretto da colonne e decorato sulle fronti da rilievi raffiguranti gli Evangelisti, l’Incoronazione della Vergine, la Crocifissione e la Pietà. Accanto al condottiero sono due rappresentazioni allegoriche della Fortezza e della Sapienza, mentre sul bordo del sarcofago poggiano due angeli reggitorcia (in origine quattro). È opinione diffusa che il solo gruppo equestre, con le figure allegoriche che lo accompagnano, sia da attribuire a Bonino da Campione, mentre i rilievi del sarcofago, più tardi, spetterebbero alla sua bottega. L’opera doveva dunque produrre in origine un effetto di incombente, violenta monumentalità apparendo, rifulgente d’oro e colore, nella buia abside della chiesa per la quale era stata concepita; cavallo e cavaliere hanno una fisicità intensa e ieratica, che conferisce loro grande solennità, come era probabilmente nei desideri dello stesso Bernabò. Stilisticamente l’opera rivela nella sensibilità per i tratti fisionomici del volto e nell’attenzione minuziosa per i dettagli – specie nella resa dell’armatura – la profonda matrice gotica della cultura di Bonino, memore dell’opera del pisano Giovanni di Balduccio (in Sant’ Eustorgio). La cripta accolse infine il monumento funebre della moglie di Bernabò, Regina della Scala, cui si deve la costruzione della chiesa di Santa Maria alla Scala, demolita nella seconda metà del XVIII secolo per far posto al Nuovo Regio Ducal Teatro, più noto come Teatro alla Scala. Il monumento, oggi al Castello Sforzesco, è Del tipo a parete ed è composto da un sarcofago a coperchio piatto sostenuto da robusti pilastrini ottagonali; il fronte della cassa è suddiviso in tre riquadri.

Nel 1531 fu concessa da Francesco II Sforza ai Carmelitani, che la ristrutturarono parzialmente aprendo in seguito alcune cappelle laterali, i costruirono accanto il monastero e alzarono il campanile sino a 42 metri, tanto che in seguito fu utlizzato sia come osservatorio astronomico, sia come centrale metereologica. Nel 1570 il monumento di Bernabò fu spostato da Carlo Borromeo (1538-1584) in una navata laterale, mentre le sue spoglie mortali, seguite in un secondo tempo da quelle della consorte, furono traslate nel XIX secolo nella Chiesa di Sant’Alessandro in Zebedia, mentre un’ultima fase di rinnovamento avvenne in epoca barocca ad opera di Francesco Castelli (1662-68). Giovanni Paolo Lomazzo dipinse la volta dell’abside così come il dipinto al centro del coro, una crocefissione, che oggi si trova in Brera. Altro dipinto oggi conservato in Brera è il Battesimo di cristo opera di Bernardino Lanino, un tempo attribuito a Bernardino Luini

Nel 1782 la soppressione degli ordini religiosi contemplativi imposta da Giuseppe II d’Asburgo ( portò allo scioglimento dell’ordine carmelitano. Nel 1787 a San Giovanni venne tolta la parrocchialità e la chiesa venne soppressa definitivamente nel 1808 passando al Demanio. Spogliata dei mausolei viscontei, fu trasformata in un magazzino

Il 21 novembre 1878 il Regio Governo cedette dietro pagamento l’edificio al Comune di Milano che nel 1877 aveva deliberato di far passare la nuova via Carlo Alberto, oggi via Mazzini, nell’area occupata dalla chiesa. Nel maggio 1879 la Comunità Valdese, autorizzata da una delibera del Consiglio Comunale, acquistava l’antica basilica con l’obbligo di arretrarne la facciata a rettifilo della allora Via Carlo Alberto e di amputarne la parte posteriore affinché l’edificio rimanesse nei confini dell’area assegnata dal Comune. Il progetto di adeguamento fu realizzato dall’architetto Angelo Colla che modificò, arretrandola, la facciata in stile neogotico e la applicò obliquamente al corpo della chiesa, che venne drasticamente accorciata. Una piccola porzione dell’area della vecchia chiesa fu acquistata dall’ellenista ed epigrafista Giovanni Labus.Il nuovo tempio valdese fu inaugurato l’8 maggio 1881; la demolizione del campanile fu decretata nella seduta consigliare del 5 gennaio 1884 e, dopo lunghissime discussioni fra le varie autorità, fu demolito fra il giugno e l’agosto 1884.

Nel secondo dopoguerra presunte “esigenze imprescindibili di viabilità” condannarono definitivamente l’edificio, che fu demolito tra il 1948 e il 1952, per realizzare l’asse viario di via Albricci-piazza Missori. Dell’antica basilica furono salvati e restaurati solo una parte dell’abside e della cripta, mentre la facciata fu ricostruita e applicata al nuovo tempio valdese in via Francesco Sforza.

Di conseguenza rimangono solo “ el dent cariaa”, una una porzione dell’abside, con tre monofore, quella centrale a strombo mistilineo, le laterali a strombo semplice, e parte del coronamento a fornici. Questi ultimi sono sopraccigliati da un fregio di archetti pensili e da una banda conclusiva a dente di sega. Si vedono lungo il perimetro esterno i segni delle immorsature dei contrafforti, dell’estremo meridionale resta una piccola porzione in basso che restituisce una sezione triangolare su lesena.

Al di sotto del piano stradale rimane sostanzialmente integra quella che può essere a giusto titolo considerata la più preziosa cripta romanica milanese insieme a quelle di Santo Sepolcro e di San Vincenzo in Prato . Si tratta di una cripta “a oratorio” che si sviluppa in corrispondenza dell’abside e di una antistante campata di coro rettangolare: quattro file di colonne e due colonnine laterali a ovest scandiscono l’ambiente in sette navatelle coperte da volte a crociera dotate di sottarchi. Le colonne, di varia altezza e larghezza, frutto di riuso, sono prive di basi e reggono capitelli di morfologia differenziata, ove però ricorrono due tipi: uno a foglie angolari lisce rilevate nel bordo da un listello; un secondo tipo corinzio a foglie grasse e crocetta centrale tra i caulicoli, assegnabile agli anni di costruzione della cripta, ma esemplato su una tipologia di VII-IX sec. frequente in area lombarda. Le volte a crociera, pressoché piatte, vengono raccolte lungo il perimetro da pilastri composti da una semicolonna aggregata a una lesena e a un nucleo rettangolare: la semicolonna corrisponde al sottarco, l’elemento intermedio alla nervatura diagonale, molto spigolosa, della volta all’innesto con il sostegno, il nucleo sorregge gli archi di parete. I pilastri si impostano su uno zoccolo continuo di circa 0,85 m di altezza.

Il Complesso Callistiano (Parte III)

Tornando a parlare delle Catacombe di San Callisto, la parte più antica, nominata Cripte di Lucina, è formata da gallerie e cripte in una regione che si trova immediatamente sotto a un grandioso monumento sepolcrale sopraterra, i cui imponenti resti sono ancora esistenti sul fianco della via Appia. Il proprietario si manifesta con questo monumento quale membro di ricca e distinta famiglia. Di fatto si sono trovati parecchi frammenti di sarcofagi del III e IV secolo, le cui iscrizioni rivelano cristiani appartenenti a famiglie senatoriali. Il nome di Lucina è dovuto alla notizia riportata dal Liber Pontificalis nella biografia del Papa Cornelio: “

La beata Lucina con l’aiuto di alcuni ecclesiastici, raccolse di notte le spoglie del Papa Cornelio per deporle in una cripta scavata in un suo podere nel Cimitero di Callisto sulla Via Appia, il 14 settembre

Sepoltura ricordata da una semplice lapide sepolcrale

CORNELIVS · MARTYR ·
EP (iscopus)

ossia

“Cornelio – Martire – Vescovo”.

Le cripte sono formate da due ipogei “alfa” e “beta”, piccole aree sotterranee adibite a sepoltura, contenenti alcuni cubicoli, comunicanti fra loro da gallerie e con l’esterno da due scale. Nel quarto secolo queste cripte vennero congiunte al Cimitero di San Callisto mediante una galleria che permetteva ai pellegrini, che avevano visitato le cripte dei Papi e di Santa Cecilia, di raggiungere direttamente, attraverso la Regione di Papa Milziade, la tomba del papa Cornelio ivi sepolto.

Sulla parete situata a sinistra del sepolcro sono dipinti i santi Sisto II e Ottato. A destra del sepolcro c’è una mensa di forma circolare: serviva per sostenere le lucerne ad olio che ardevano in onore del papa martire. Sulla parte alta della parete, vediamo le figure dei santi Cornelio Papa e Cipriano, vescovo di Cartagine (martire della persecuzione di Valeriano del 258).

Le quattro figure sono nimbate, cioè hanno l’aureola intorno al capo; indossano abiti pontificali e con la mano sinistra reggono un libro ornato di pietre preziose (il Vangelo). Al di sopra del sepolcro del papa Cornelio, si trova parte della lapide su cui furono incisi i versi del Papa Damaso, da lui dettati a ricordo della costruzione della scala che conduce alla cripta e dell’apertura di un doppio lucernario. Il Papa rileva di aver compiuto i lavori spinto dalla propria sollecitudine per i sepolcri dei martiri, e invita i fedeli a pregare per lui, infermo e assillato da tante preoccupazioni

Ai piedi della scala di Damaso vi è una cripta formata da due stanze, la cui volta e le cui pareti sono sontuosamente dipinte, con temi classici della pittura paleocristiana, che richiamano il tema della Risurrezione: le vicende di Giona, Daniele nella fossa dei leoni, due figure del Buon Pastore, con altrettanti oranti velate, il battesimo di Cristo nel Giordano. Qui si trovano anche i famosissimi pesci eucaristici: due pesci dinanzi a ciascuno dei quali è collocato un cesto contenente pani, con un bicchiere colmo di vino rosso, a simboleggiare l’eucarestia.

Una cripta più grande, non lontana dalla scala primitiva d’ingresso, fu destinata sotto il primo o secondo successore di Callisto, ad essere la tomba dei vescovi di Roma. Cripta scoperta da Giovanni Battista de Rossi nel 1854, e definito da lui “il piccolo Vaticano, il monumento centrale di tutte le necropoli cristiane”.

Di forma rettangolare, questa cripta conteneva 4 nicchie per sarcofagi e sei loculi per lato; in tutto 16 sepolture, più una tomba monumentale sulla parete di fondo. Vi furono sepolti 9 Papi e 8 Vescovi del 3º secolo. Alle pareti sono fissate le lapidi originali, spezzate e incomplete, di 5 papi. I loro nomi sono scritti in greco, secondo l’uso ufficiale della Chiesa del tempo. Su 4 lapidi, accanto al nome del pontefice, c’è la qualifica di epì(scopos) = vescovo, perché era il capo della Chiesa di Roma; e su due lapidi c’è la sigla, cioè l’abbreviazione MTR = Martire.

Lapidi che ricordano i seguenti papi: Ponziano, morto in esilio in Sardegna, condannato ai lavori forzati nelle miniere, Antérote, dal pontificato brevissimo, 43 giorni, Fabiano, che riorganizzò la chiesa di Roma, fatto uccidere da Decio, Lucio, morto in esilio a Civitavecchia, Eutichiano, l’ultimo a essere sepolto nella cripta, Sisto II, definito da San Cipriano “sacerdote buono e pacifico”, che fu ucciso dai soldati di Valentiniano proprio dentro questa catacomba.

Gli altri papi qui sepolti sono Stefano I (254-257), San Dionisio (259-268) e San Felice I(269-274), di cui però non si sono rinvenute le lapidi.Nel IV secolo il papa San Damaso, pio cultore dei Martiri, trasformò la cripta in luogo di culto. Vi fece collocare un altare, di cui si conserva ora soltanto l’antico basamento in marmo. Vennero aperti nel soffitto due lucernari e furono collocate le colonne, che reggevano un architrave da cui pendevano lampade e croci in onore dei Martiri. Molto interessante dal punto di vista storico è la lapide originale che ancora in gran parte si conserva davanti alla tomba del papa Sisto II, incisa sul marmo dal calligrafo Furio Dionisio Filocalo su commissione di papa Damaso, che compose una poesia in esametri per celebrare i martiri e i fedeli sepolti nella cripta e in tutto il cimitero.

Se lo cerchi, sappi che qui riposa unita una schiera di Beati.
I sepolcri venerandi conservano i corpi dei Santi,
ma la reggia del cielo ha rapito per sé le anime elette.
Qui i compagni di Sisto
che innalzano i trofei vinti al nemico.
Qui il gruppo degli anziani che custodisce gli altari di Cristo.
qui il Vescovo che visse nella lunga pace;
qui i santi confessori inviati dalla Grecia;
qui giovani e ragazzi e i vecchi
con i loro casti discendenti,
che preferirono conservare la loro purezza verginale.
Qui, anch’io, Damaso, lo confesso, avrei voluto essere sepolto,
ma ebbe timore di disturbare le ceneri sante dei Beati

Da uno stretto passaggio che si apre a sinistra della parete di fondo della Cripta dei Papi si accede alla Cripta di Santa Cecilia, dove nella parete in basso, si apre una grande nicchia nella quale venne collocato il sarcofago contenente il corpo di Cecilia, che vi rimase fino all’821 quando il papa San Pasquale I lo fece trasportare in Trastevere nella basilica a lei dedicata.

La statua, ivi posta, è una copia della celebre statua di Stefano Maderno (1566-1636), scolpita nel 1599, quando fu fatta la ricognizione della salma. Essa venne trovata nella posizione riprodotta dallo scultore. Il Maderno ha voluto anche mettere in risalto il taglio della spada sul collo e la posizione delle dita: tre aperte nella mano destra e un dito aperto nella sinistra. Stando alla tradizione, la santa volle indicare la sua fede nell’Unità e nella Trinità di Dio.La cripta era stata abbellita con mosaici e pitture, risalente al IX secolo, le ultime prima dell’abbandono della Catacomba.

Sul fianco di una galleria principale di questa regione stanno, una accanto all’altra, sei cripte, i cubicoli dei sacramenti, di cui cinque hanno conservato ancora le pitture originali: il loro nome deriva dal fatto che, accanto alle scene di Isacco, del profeta Giona, della risurrezione di Lazzaro, del Buon Pastore, sono presenti alcune rappresentazioni che si riferiscono al Battesimo e all’Eucarestia, sia direttamente, sia in forma simbolica.

Il battesimo è infatti ricordato dal miracolo di Mosè che fece sgorgare acqua dalle rocce del deserto o dalla rappresentazione del dialogo del Cristo con la Samaritana al pozzo di Giacobbe; mentre l’Eucarestia trova la sua simbolica espressione nel banchetto di sette persone, dove le vivande sono rappresentate dal pane e dai pesci.

Al termine della galleria dei Cubicoli dei Sacramenti inizia la scala dei Martiri, che fu scavata intorno alla metà del secondo secolo e conserva ancora alcuni gradini dell’epoca. Viene detta “scala dei Martiri”, perché attraverso di essa passarono i papi sepolti nella vicinissima cripta. Secondo una tradizione anche il giovane Tarcisio scendeva da questa scala, quando veniva a pregare sulle tombe dei martiri oppure a prendere l’Eucaristia per portarla ai cristiani nelle carceri o nelle famiglie durante un periodo di persecuzioni.

Attraverso un varco aperto nella parete di fondo del cubicolo A1 si penetra nella regione detta di San Milziade. La regione fu scavata nella seconda metà del terzo secolo e contiene molti cubicoli ed arcosoli, anche lungo le gallerie. La prima galleria che si percorre si presenta spaziosa. Essa veniva continuamente usata nel periodo delle visite ai sepolcri dei martiri, perché costituiva il passaggio obbligato degli antichi pellegrini dalle cripte dei Papi e di Santa Cecilia al sepolcro del papa martire San Cornelio nelle cripte di Lucina.

Sulla parete di sinistra, all’inizio della galleria, sono visibili alcuni simboli: la colomba, due monogrammi, il pesce, l’ancora, l’uccellino che va a dissetarsi ad un vaso. Sull’angolo della prima galleria a sinistra ci sono due lapidi riguardanti sacerdoti “Julianus presbyter” e “Presbyter in pace” (Giuliano sacerdote e Sacerdote in pace).

Subito dopo un incrocio di gallerie con ampio lucernario, a destra in alto si scorge una suggestiva lapide della fenice radiata e nimbata, cioè con i raggi e l’aureola intorno al capo, simbolo della Risurrezione; sopra un arcosolio vi è la piccola lapide di Irene, una bambina rappresentata come orante nella pace del cielo, simboleggiata dalla colomba

Un po’ più avanti, sulla sinistra, c’è la cripta del Refrigerio, che serviva per le riunioni di preghiera e per i riti del refrigerio, cioè la commemorazione annuale dei defunti. All’interno si conserva il coperchio di un sarcofago monumentale e per la forma di tetto a tegole, dette coppi, la cripta venne chiamata, al tempo del de Rossi, la cripta del coppo. Di fronte si apre il cubicolo delle 4 Stagioni, che simboleggiano la continuità della vita.

In un’altra regione della catacomba di San Callisto che risale alla prima metà del terzo secolo e che fu utilizzata sino ai primi anni del quarto secolo, vi è la cripta dei martiri Calocero e Partenio; nelle vicinanze vi sono le tombe e i papi Caio, con un’iscrizione, ed Eusebio, deceduto in Sicilia dove era stato esiliato da Massenzio e traslato a Roma durante il pontificato di Milziade; su una copia in marmo della fine del IV secolo (di cui ci sono sul lato opposto i frammenti originali) si legge un’iscrizione damasiana con il ricordo dello scisma suscitato da Eraclio per la questione dei lapsi.

La cripta di san Caio spicca per le sue proporzioni: poteva infatti contenere più di sessanta persone. Fu progettata fin dall’origine così vasta per favorire le riunioni comunitarie. Attraverso l’ampio lucernario, situato nella galleria, venivano assicurate alla cripta la luce e la sufficiente aerazione. La decorazione è molto sobria; le pareti furono rivestite di un semplice strato di stucco bianco.

Nelle pareti laterali si trovano molti loculi, ma solo tre nella parete di fondo. Il loculo di mezzo, di proporzioni considerevoli, è la tomba principale e più importante di tutta la cripta. In essa si conservano i frammenti dell’iscrizione greca del papa Gaio:

“Deposizione del vescovo Gaio il 22 aprile”

Nella cripta troviamo varie iscrizioni greche e latine, purtroppo quasi tutte frammentarie, e anche dei graffiti. Uno di essi dice: “Signore, aiuta il tuo servo Beniamino”. In un’epigrafe è scritto: “In pace lo spirito di Silvano. Amen”. Anche il pavimento è pieno di tombe. Sulle pareti della cripta i graffiti riportano i nomi di tre vescovi africani, venuti a pregare sulla tomba del loro connazionale Sant’Ottato, probabilmente sepolto in questa cripta.

Non lontano dalla cripta dei santi Calocero e Partenio si trova anche una camera sepolcrale doppia del diacono Severo, che contiene un’iscrizione ritmica (non posteriore al 304) dove il vescovo di Roma Marcellino viene chiamato per la prima volta papa e viene professata la fede nella resurrezione finale.

Una camera che sta di fronte mostra ancora sopra il grande arco della tomba ( arcosolium ) nel muro di fondo il Paradiso dipinto con grande ricchezza a forma di giardino, in mezzo al quale sono le rappresentazioni di sei defunti indicati con il loro nome; cinque di essi stanno come oranti, in attitudine di preghiera nella gioia celeste.

La continuazione della lunga galleria cimiteriale, presso la quale si trovano queste cripte, mise la regione in comunicazione con una terza regione della necropoli callistiana, creata nella prima metà del IV secolo, con scala propria, verso ovest del nucleo centrale, e sviluppata secondo un piano regolare. Sono rimarchevoli in questa regione alcune cripte di forma rotonda, coperte con cupola, sostenuta da pilastri poggiati alle pareti, il tutto scavato nella roccia; in una di queste vi è la famosa rappresentazione del Buon Pastore.

Dopo la metà del IV secolo fu aggiunta una quarta grande regione cimiteriale, con nuova scala per discendere nel sotterraneo. Anche qui noi troviamo un ricco sviluppo dell’architettura sotterranea nella disposizione delle cripte. Tra le pitture conservate nella seconda, terza e quarta regione della catacomba citiamo quella dell’adorazione dei Re Magi, della moltiplicazione dei pani, del miracolo delle nozze di Cana, rarissimo nella pittura cimiteriale, e di scene dell’Antico Testamento, come la liberazione di Susanna o i tre giovani nella fornace.

Tra le numerose iscrizioni, delle quali molte di grande importanza, ritrovate nel cimitero, alcune sono decorate con rappresentazioni rare in questo genere di monumenti. Cosi l’epitaffio greco di Rufina Irene, posta sotto il testo il segno della croce. O la lastra che chiudeva la tomba di un defunto Faustinianum è munita dell’ancora cruciforme, sotto la quale giace un agnello, che ha presso di sé la colomba col ramoscello d’ulivo.

Le ultime fiammate di Michelangelo

Passata la buriana, i lavori di San Pietro ripresero di gran lena, anche perché Michelangelo si era impuntato nel volere realizzare in tempi da record calotta dell’abside meridionale, nella cosiddetta Cappella del Re, la cui armatura è già iniziata alla fine del 1556.

Il motivo era semplice: essendo la prima calotta absidale realizzata nella Basilica, avrebbe imposto un modello a cui, volente o nolente, gli architetti che sarebbero venuti dopo di lui si sarebbero dovuti attenere. Michelangelo decise quindi di costruire la calotta interamente in conci squadrati di travertino, avviando un’opera oltre che costosa anche impegnativa, dato che la tecnica è inusitata non solo a Roma, ma in tutta Italia.

Per realizzare tale idea nel concreto, nel cantiere furono impiegati uno sproposito di uomini: nella settimana 6-12 febbraio lavorano 72 uomini (25 scalpellini, 17 muratori e 30 manovali) per una spesa totale di 92.22 scudi, in aumento rispetto ai 61.22½ scudi della settimana precedente (30 gennaio-5 febbraio). Nella settimana successiva (13-19 febbraio) il numero dei lavoranti salirà a 81 (26 scalpellini, 17 muratori e 38 manovali) per una spesa totale di 98.88 scudi.

Il 5-6 marzo vengono effettuati pagamenti per 400 tavole di “albuccio”; il 6-12 marzo si eseguono 30 tiri (un numero piuttosto elevato) a 7 baiocchi

“a tirar’ sopra le pietre aconcie, et li legnami alla Capella del Re”

e il 13-19 marzo altri 9 sollevamenti. Infine nel periodo tra il 20 marzo-2 aprile è fornita una spranga di ferro

“per l’architrave alla finestra della Capella dil Re”

Questa attività però ricevette un improvviso stop, per una sorta di tangentopoli dell’epoca: Sebastiano Malenotti, amico e uomo di fiducia di Michelangelo, il cui incarico consisteva nel verificare la qualità dei materiali ed effettuare misure e stime, fu preso con le mani nel sacco mentre falsificava i conti del cantiere, sottraendo parte dei fondi.

Le “setta sangallesca”, consapevole che buona parte di quei soldi finisse nelle capienti tasche di Michelangelo, fece rinchiudere il buon Sebastiano nella Corte Savella, il peggiore carcere della Roma dell’epoca, nella speranza che il nostro uomo confessasse.

La Corte Savella, per i pochi che non lo sanno, dato che è famosa per le vicende di Beatrice Cenci, è stato un tribunale e carcere romano affidato alla cura della famiglia Savelli sin dal 1375 nella loro carica di Marescialli di Santa Romana Chiesa e custodi del conclave, competente a giudicare cause criminali per delitti comuni di varia natura, compiuti dai laici della famiglia pontificia, e che divideva la sua giurisdizione in Roma con quello di Tor di Nona, con diritto di infliggere la pena capitale che veniva eseguita o presso il carcere stesso, altrimenti a piazza Padella presso la chiesa di San Nicolò degli Incoronati detto anche de Furcis (presso l’attuale testata di ponte Giuseppe Mazzini) per la presenza stabile del patibolo, o a piazza di Ponte attuale piazza di ponte Sant’Angelo.

Nonostante le torture, Sebastiano mantenne la bocca chiusa e non fece il nome di Michelangelo: il 3 aprile nell’aula di corte Savella “in ginocchione” dichiarò di essere l’unico colpevole e “con le braccia in croce” chiese clemenza ai deputati. Solo grazie all’intercessione di Michelangelo, Sebastiano ottenne la grazia, venendo solo licenziato e ricevendo lo stipendio di aprile.

L’otto maggio Sebastiano una lettera dai toni molti affettuosi a Michelangelo per
informarlo del proprio ritorno a Firenze:

“non vi dirò altro, restando al solito servitor vostro, se bene io non sto più in Roma”

Però, per giustificare la sua cacciata da Roma, Sebastiano sparse a Firenze la voce che i lavori nel cantiere di San Pietro erano pressoché fermi. Voce che arrivò anche alle orecchie del granduca Cosimo I, che ovviamente ne approfittò per tentare di richiamare in patria Michelangelo.

L’artista rispose che anche volendo, non avrebbe potuto farlo: era successo un immane casino, tale che

“se si potessi morire di verg[og]nia e dolore, io non sarei vivo”

No, non lo avevano beccato con il sorcio in bocca, mentre intascava le tangenti dei fornitori… Semplicemente, la calotta absidale della Cappella del Re stava miseramente crollando. Cosa era successo?

Michelangelo voleva che il travertino venisse utilizzato in modo che dal basso la calotta si percepisse come se fosse stata scolpita in un unico blocco: era quindi necessario che i singoli conci di pietra venissero tagliati e accostati perfettamente. Ma a questa difficoltà si aggiunse il fatto che la calotta era composta da tre gusci la cui curvatura non era costante, ma variava a ogni corso.

Nonostante Michelangelo avesse realizzato un modello in scala 1:30, le istruzioni non furono sufficientemente chiare per il capomastro, Giovan Battista Bizzi, altro uomo di fiducia dell’artista, che utilizzò una sola centina per ciascun guscio, così si verificò il problema che, mano a mano che la costruzione saliva, i gusci non combaciavano più con i costoloni e la chiusura verso la chiave diventava impossibile.

Dato che Michelangelo aveva fatto fuoco e fiamme per averlo a suo fianco, non scaricò tutte le colpe sul suo collaboratore: in almeno due occasioni affermò che l’errore si era verificato anche perché, ormai vecchio, non si sentiva più in grado di andare in cantiere a verificare che si seguissero le sue istruzioni. Per cui, tra i pernacchioni della “setta sangallesca”, la calotta fu smantellata e ricostruita, stavolta senza problemi.

In questo stesso periodo proseguiva anche la costruzione dell’emiciclo nord e del tamburo, mentre tra il 1558 e il 1561 Michelangelo fece realizzare il grande modello ligneo della cupola, successivamente modificato, ma che si conserva tutt’oggi.

Infine, tra la fine del 1560 e la primavera dell’anno successivo si iniziarono gli scavi per le fondazioni delle cappelle angolari rivolte verso nord: si cominciò da quella poi detta di San Michele (nord-ovest) e, nell’aprile 1562, si lavorava al “fondamento novo che si fa verso palazzo” per la futura cappella Gregoriana (nord-est).

Però, visto il precedente della Cappella del Re, il Papa, preoccupato per la cupola e per il peggiorare delle condizioni di salute del fiorentino, decise nel 1564 di affiancare a Michelangelo un architetto, come dire, un poco più esperto di statica e scienze delle costruzioni: per non irritare l’artista, fu scelto Daniele da Volterra, sì, il famigerato Brachettone, l’uomo che mise le mutande al Giudizio Universale della Cappella Sistina, suo grande amico.

I funzionari della Fabbrica di San Pietro si inalberarono, evidenziando come Daniele capiva di architettura come io di sanscrito: sotto la minaccia di sciopero generale, il Papa sostituì Daniele con un candidato proposto dalla “setta sangallesca”, Nanni di Baccio Bigio, il quale ovviamente, doveva anche mettere freno alle ruberie di Michelangelo.

Il quale, inutile dirlo, mangiò la foglia e facendo fuoco e fiamme, minacciando di abbandonare il cantiere e Nanni di Baccio Bigio, fu costretto a lasciare il posto dopo appena un mese. Michelangelo non si godé il successo, morendo poco dopo.

Il confronto tra lo stato dei lavori alla morte di Michelangelo e la situazione attuale evidenzia come la strategia dell’architetto fosse andata tutto sommato a buon fine e le parti dell’edificio da lui “vincolate” non subirono, nei decenni successivi, cambiamenti troppo significativi. L’unico settore che fu sottoposto a uno stravolgimento totale era proprio quello che Michelangelo non aveva seriamente preso in considerazione, cioè il braccio orientale con la facciata della basilica.

I trattati tra Roma e Cartagine (Parte I)

Il tentativo di Pirro di trovare un accomodamento con la maggioranza del Senato, che portasse a un compromesso sulle rispettive aree di influenza, entrò in crisi a causa del terzo incomodo: Cartagine. Ora, il re dell’Epiro, con la sua solita lucidità strategica, era convinto che gli interessi delle due città fossero contrapposti. Per cui riteneva quasi impossibile un accordo tra loro: come sappiamo bene, il futuro gli darà ragione, però, all’epoca Roma e Cartagine avevano rapporti diplomatici consolidati da secoli.

Infatti, il primo trattato, fu secondo la tradizione, fu stipulato alla caduta di Tarquinio il Superbo, che Varrone datava al 509 a.C. e Polibio posticipava al 480 a.C. Trattato che già in tempi antichi aveva provocato decine di polemiche tra gli annalisti e storici romani: Livio, pur ritenendolo autentico, non si pronunciava sulla sua data della sua firma. Invece Diodoro Siculo ne negava addirittura l’esistenza.

Se gli antichi si scannavano sulla vicende, possiamo pensare noi moderni… Però, due indizi fanno propendere per la sua autenticità. La prima, la testimonianza di Polibio che afferma come il testo latino originale fosse in una lingua talmente arcaica da essere capita solo dai più esperti e con una certa difficoltà, a riprova della sua antichità.

La seconda è nel retroterra geopolitico, che si sposa perfettamente con quanto sappiamo della fine dell’epoca dei Tarquini. Il trattato infatti, dice

A queste condizioni ci sia amicizia fra i Romani e gli alleati dei Romani e i Cartaginesi e gli alleati dei Cartaginesi: né i Romani né gli alleati dei Romani navighino al di là del promontorio Bello, a meno che non vi siano costretti da una tempesta o da nemici. Qualora uno vi sia trasportato a forza, non gli sia permesso di comprare né prendere nulla tranne quanto gli occorre per riparare l’imbarcazione o per compiere sacrifici, e si allontani entro cinque giorni. A quelli che giungono per commercio non sia possibile portare a termine nessuna transazione se non in presenza di un araldo o di un cancelliere. Quanto sia venduto alla presenza di costoro, se venduto in Libia o in Sardegna sia dovuto al venditore sotto la garanzia dello stato. Qualora un Romano giunga in Sicilia, nella parte controllata dai Cartaginesi, siano uguali tutti i diritti dei Romani. I Cartaginesi non commettano torti ai danni degli abitanti di Ardea, Anzio, Laurento, Circei, Terracina, né di alcun altro dei Latini, quanti sono soggetti; nel caso che quelli non soggetti si tengano lontani dalle loro città: ciò che prendano, restituiscano ai Romani intatto. Non costruiscano fortezze nel Lazio. Qualora penetrino da nemici nella regione, non passino la notte nella regione.

Ora, la Roma di Servio Tullio e dei Tarquini era ben inserita nella geopolitica etrusca, finalizzata alla collaborazione con Cartagine, per tenere lontani i greci dal Tirreno, in modo da avere il monopolio dei commerci tra Mediterraneo e mondo celtico. Collaborazione che oltre a portare alla Battaglia di Alalia, fece fondare empori punici in diversi città dell’area di influenza tirrenica, come Preneste e Caere e portò alla colonizzazione etrusca della Corsica. Poprio ad Alalia è stato trovato un frammento di kylix attica, con sopra inciso il nome gentilizio Klaute, il romano Claudius.

Di conseguenza, vi erano rapporti molto stretti tra l’isola e l’Urbe, testimoniati anche da un racconto di Teofrasto, il quale narra come una volte i i Romani inviassero venticinque navi sulle coste della Corsica coll’intenzione di fondarvi una città e che esse ebbero lacerate le vele dagli alberi folti e giganteschi che inselvatichivano ovunque gli orli dei golfi e nei porti nei quali entravano.

Intorno al 510 a.C., però le cose cambiarono: le faide interne alla famiglia dei Tarquini provocarono il progressivo collasso del loro sistema di potere, di cui approfittarono Porsenna di Chiusi e il tiranno greco di Cuma Aristodemo. Il primo voleva imporre il suo controllo sulle vie commerciali che univano l’Etruria Magna Grecia. Il secondo voleva fare arretrare la sfera d’influenza etrusca verso nord, sostituendovi Cuma come potenza dominante nel Latius Vetus. Se a Cartagine poco importava delle vicende interne degli etruschi, i Lucumoni in fondo andavano e venivano, la mossa di Aristodemo, che rischiava di alterare gli equilibri consolidati nel Tirreno, la preoccupò alquanto.

Per cui, lanciò una sorta di campagna di indirect rules per espandere la sua influenza sull’Etruria Tirrenica: probabilmente, a Cere, città tradizionalmente filogreca, appoggiò il colpo di stato che portò al potere Thefarie Velianas, come forse indicato dalle lamine di Pyrgi e stipulò un accordo con il Tarquinio che era sopravvissuto alla faida tra parenti e che, per rimanere, attaccato al potere, cedeva sempre più potere ai capi clan più ricchi.

Trattato che non doveva differire da quello firmato con altri lucumoni: data la pessima e fondata fama degli etruschi come pirati, venivano posti una serie di paletti allo sbarco sulle coste tunisine. Poteva avvenire solo in casi di emergenza e in tempo limitato o per commerciale, sotto stretta sorveglianza. Lievemente diversa era la situazione in Libia e Sardegna, che erano una sorta di Far West dell’epoca. Il controllo statale era una sorta di assicurazione, che garantiva ai mercanti romani il pagamento della transazione anche nel caso, che doveva verificarsi spesso, di compratore inadempiente.

Dato che le transazioni commerciali nelle porzione punica della Sicilia erano assai meno problematiche, questa garanzia statale non era presente e i romani a Zyz, la nostra Palermo, che era uno dei principali hub commerciale dell’impero punico, avevano gli stessi diritti e doveri dei punici. Per cui, in qualche modo, mercanti romani, a bordo di navi, dovevano giungere in quelle zone…

Inoltre, i Cartaginesi riconoscevano il Lazio come appartenente alla sfera di influenza dei romani: non avrebbe occupato territori o fondato colonie. Non avrebbe attaccato i territori sotto il controllo diretto o indiretto dell’Urbe, con particolare attenzione alla città costiere. Addirittura, se per qualche strano motivo, Cartagine avesse conquistato una città latina che non era sotto il controllo di Roma, l’avrebbe dovuta cedere all’alleata.

In cambio, il Tarquinio, probabilmente, avrebbe dovuto rompere qualsiasi rapporto politico con l’ambizioso Aristodemo e i suoi alleati della Magna Grecia. Di fatto Cartagine rinunciando ad altro che ad azioni belliche entro un piccolo territorio (il Lazio), dove comunque non aveva interessi, manteneva le mani libere per le azioni contro i Greci e gli bloccava la possibilità di avanzare a Nord.

Accordo che però in crisi nelle due generazioni successive: i Tarquini furono cacciati da Valerio Publicola, una sorta di capitano di ventura sabino, che divenne una sorta di tyrannos alla greca, cosa che fece da catalizzatore alla nascita della Repubblica, che non si sentò vincolato al trattato con Cartagine. Al contempo, la sconfitta etrusca nella battaglia di Cuma, l’egemonia etrusca nel Tirreno settentrionale crollò, mettendo anche in crisi gli interessi marittimi dell’Urbe.

L’antico porto di Atri

Può sembrare strano, ma Atri, nell’antichità romana e nel Medioevo, era un importante polo marittimo dell’Adriatico. Il suo antico porto sorge sulla costa tra Silvi Marina e Pineto, nelle acque antistanti la Torre di Cerrano, a meno di un chilometro dalla battigia, su un fondale sabbioso tra 5 e 15 metri.

Il primo a citarlo è Stabone nella Geografia, che scrive de

il torrente Matrinus, che scorre dalla città di Atri, con l’omonimo porto

usando il termine epìneion, parola che indica un piccolo porto dotato di arsenale, di magazzini per lo stoccaggio delle merci e di moli. Ora, benchè ci sia un dibattito alquanto acceso tra eruditi locali sull’identificazione del Matrinus, tutte le ipotesi evidenziano come il porto fosse a poche miglia dalla colonia romana di Hatria.

Il tanto spernacchiato su Facebook Plinio il vecchio, invece cita dell’importanza del vino di Atri trasportato in anfore di produzione locale verso l’Oriente, Grecia e Egitto, senza tralasciare la direttrice Aquileia – regioni danubiane.

Porto quindi che da una parte aveva un’importanza strategica nella viabilità romana, sorgendo in prossimità della via Cecilia e della via Valeria Claudia, diramazioni della Salaria che collegavano Roma con l’Adriatico passando per Amiternum (Aquila) che servivano anche da supporto alla transumanza, dall’altra intrecciava importanti traffici con le Puglie, commerciando cereali, con la Dalmazia dove si esportava ceramica e con il Mediterraneo centrale da e per dove, grazie alle sottili e resistenti anfore atriane, si esportavano e importavano, prodotti di ogni genere.

Commercio che evidenziato anche delle icone impresse sulle antiche monete atriane ed in particolare, in quella dell’oncia e del triunce dove rispettivamente l’ancora e il pesce ricordano gli stretti rapporti tra la città e la costa.

La successiva citazione risale invece alla Tabula Peutingeriana, un’antica carta che mostra le principale vie romane: gli scavi archeologici ci hanno permesso di avere un’idea abbastanza chiara dell’area in epoca tardo antica, con la presenza di una villa romana e sulla sinistra orografica della Villa Sancti Martini cum porticello.

Nell’epoca alto medievale, intorno al IX il porto fu ceduto all’abbazia di Montecassino, che lo cita più volte nei suoi documenti contabili, come pertinenza del monastero di Santa Maria ad Maurinum

cella S.Mariae ad Maurinum cum portu ed foce de Gomano

Il vecchio porto romano, però, cominciò progressivamente a insabbiarsi tra il fra XI e XII secolo, tanto che nel 1251 Atri ricevette dal Cardinale Pietro Capocci, tra gli altri privilegi, quello di costruire un nuovo porto; concessione confermata nel 1255 da Papa Alessandro IV con l’indicazione in Penna Cerrani, sulla Punta del Cerrano, lievemente spostato rispetto alla precedente posizione.

Durante il regno di Carlo II d’Angiò appare per la prima volta una “vecchia torre” in Penna Cerrani la cui ricostruzione, con una disposizione del 1287, reiterata nel 1293 e 1294, viene posta a carico anche degli abitanti di Silvi e Montepagano, che avrebbero poi tratto beneficio dalla possibilità di ricoverare le navi e di commerciare; analoghi ordini furono emessi nel 1310 e nel 1352.

Nel 1303 fu terminata la Cattedrale di Atri, costruita con grandi blocchi di pietra d’Istria che verosimilmente passarono per il nuovo porto di Cerrano. La rigogliosa attività commerciale è ribadita anche nella testimonianza del 1319 di esenzione a pagare il dazio di uscita alle navi atriane che caricavano grano e orzo dal porto di Manfredonia per trasportarle ad Atri che probabilmente si presentava consunta e stremata dalle numerose guerre intestine. Poco più tardi, tra il 1347 e il 1352, a causa dei saccheggi e distruzioni operate dalle compagnie di ventura capitanate da Frate Moriale, si ripresentò la necessità di chiedere nuovamente dei finanziamenti utili al restauro dello scalo.

Così la regina Giovanna I e il re Luigi di Taranto concessero alla città una parte della gabella regia sul porto. Nel 1362 gli Atriani firmarono una convenzione con i teramani per l’utilizzo del Porto di Cerrano a svantaggio di quello di San Flaviano a Giulianova, convenzione accordata dalla regina Giovanna I nonostante i “chiassosi” ricorsi delle genti giuliesi.

Nel 1388 gli introiti del porto furono destinati al suo restauro per volere del re Ladislao di Durazzo e della regina madre e reggente Margherita di Durazzo; analoghi provvedimenti furono presi più volte nel tempo, allo scopo di mantenere il porto in efficienza. Nel 1419 fu rinnovata ad Atri l’autorizzazione a riscuotere un pedaggio destinato anche alla custodia del Castello e Porto di Cerrano.

Il porto di Cerrano fu incendiato e devastato nel 1447 da una potente flotta comandata da Andrea Loredan inviata dalla Repubblica di Venezia, in guerra con Alfonso d’Aragona, per distruggere i porti dell’Adriatico. Per sanare i danni, il comune di Atri stipulò nel 1450 un contratto di locazione e mantenimento del porto, delle case e dei magazzini, delle stalle e dell’esclusiva di pescare nelle acque antistanti con Giacomo del Lupo, da cui sappiamo come sulla “punta di Cerrano” vi fosse

la casa de lo Palaczo che sta sopra de lo porto dotata di una grande stalla

ossia una sorta di albergo per mercanti e viaggiatori e come i veneziani bruciassero due case con accanto una torre di difesa, le cui mura subirono gravi danni come pure vari magazzini e pertinenze. Giacomo del Lupo, però, non riuscì a rimettere in efficienza il porto, così gli Atriani chiesero e ottennero da Ferdinando I, ben 300 ducati annui per il restauro del porto e delle strutture. Nonostante l’impegno degli atriani, nel 1468 gli stessi chiesero al re

”…che atteso lo porto di Cerrano per la fortuna del mare a breve mancherà e minaccia ruina gli conceda ad essa università riedificarlo in altro luogo idoneo secondo il parere della detta università sul territorio e distretto per il litorale della detta città dovunque…”:

Nel 1481 il porto è elencato tra i possedimenti ereditati da Andrea Matteo III Acquaviva ma alla fine del secolo non rimaneva molto,

«Item ha lo castello de lo porto de Cerrano cum casamenta dentro et sbaglio (cortile) cum terrino de fora de le mura cum prato ce tomuli uno appresso le case de l’ecclesia de Sancto Nicola da di lati et da pedi lo lito de la marina et da capo la strada de la salara et altri fini»

Il porto di Cerrano ormai non era più utilizzabile dalle navi, così il 14 settembre 1513 il procuratore dell’Università Bartolomeo di Cola Sorricchio lo cedette, insieme ai diritti esclusivi di pesca ed approdo, ad una società formata da quattro persone, da Giacomo di Cicerone (Sanguedolce), Francesco Firmani, Girolamo Antonelli e Prudenzio Massarotti.

Nel 1516 il comune di Atri decise di abbandonare definitivamente il diroccato e rinterrato porto di Cerrano per costruire un approdo più piccolo presso la marina di Calvano e, il 9 novembre 1518, acquistò

«una mezza tomolata di terreno in contrada Calvano vicino al lido del mare per il prezzo di ducati sedici a ragione di carlini undici per ogni ducato».

Calvano, ancorché dotato di osteria, albergo per il riposo dei viandanti e di una grande stalla, non fu mai un porto vero e proprio ma rimase un modesto approdo per i barconi che facevano la spola lungo la costa o si spingevano fino all’altra sponda dell’Adriatico. In seguito quel poco che rimaneva a detta di nel 1627 subì le conseguenze di un terremoto che provocò il distacco del versante collinare.

Nel 1753 cominciarono però i primi scavi per identificare il porto romano, compiuti da Nicola Sorricchio, il quale ritrovò

” quadrilatero di doppie mura ad opera signina, che si internava in un montante di terreno compatto malagevole a rimuoversi per cui lo scavo fu arrestato”.

Un’idea chiara del porto romano l’abbiamo però dal 1982, grazie alle ricerche subacquee di Piergiorgio Data, eseguite a oltre 500 metri dalla costas che documentarono la presenza di grandi pietre a spigolo vivo, lastroni di pietra d’Istria ad “L” rovesciata (2x4x4 metri), le stesse utilizzate per la costruzione della Cattedrale di Atri, grandi costruzioni murarie in mattoni, canaletta in calcare (simile alle tre presenti nella cripta della Cisterna-Basilica di Atri), scalini, bitte ed ormeggi, disposti secondo una certa impostazione urbanistica, alla profondità di 4,7 e 11 metri.

Il tutto era realizzato tramite il metodo della “cassaforma” citato anche da Vitrurio

C’é una specie di sabbia che, naturalmente, possiede straordinarie qualità. … Se mescolata con calce e caementa (pietrisco), indurisce altrettanto bene sott’acqua come nelle ordinarie costruzioni.

Per realizzarlo, gli antichi romani procedevano così nel punto stabilito si affondavano e bloccavano con sicurezza le casseforme tenute insieme da montanti di quercia e tiranti trasversali, dopo aver pulito e livellato il fondale all’interno si gettava la malta mischiata al pietrame e il calcestruzzo a diretto contatto col legno. Al momento in cui si versava l’opera cementizia la cassaforma era allagata dall’acqua, ma ne superava il livello per essere poi tolta. Nei resti delle strutture sommerse del porto di Atri si possono vedere i segni dell’intelaiatura lignea attraverso dei fori nel cemento.

Castello a Mare

Uno dei monumenti arabo normanni meno noti, poco valorizzati e diciamolo pure assai iellati, è il Castello a Mare a Palermo, che sorgeva nella parte meridionale dell’originaria breve penisola che separava la Cala dal Porto nuovo, nell’area oggi parzialmente occupata dal molo trapezoidale. La sua origine, come confermato dai recenti scavi archeologi che hanno ritrovato al suo interno una necropoli islamica, risale ai tempi di Balarm, per essere poi ristrutturato dopo la conquista normanna, come ricordato dal buon Fazello nelle sue storie

La rocca vecchia, che si chiama Castel da mare, perché tre parti di esso sono percorse dal mare, fu fatto da vecchi per la guardia del porto, ma i Saracini ci fecero sopra una moschea in onor di Maometto, i quali, essendo vinti, cacciati da Roberto il Guiscardo e da Ruggero suo fratello, fu poi restaurata come si scrive negli annali dei Siciliani, e nella vita di Ruggero

Ovviamente, oltre che per difendere il porto, che ricordiamolo, all’epoca coincideva con la Cala, assai più estesa di oggi, gli emiri costruirono questa fortezza per tenera a bada la turbolenta popolazione locale, le cui rivolte erano assai frequenti: funzione, più di difesa dai nemici interni che da quelli esterni, fu accentuata proprio dagli Altavilla

Abbiamo una chiara idea di che aspetto avesse la fortezze all’epoca, grazie a una miniatura del 1195, contenuta nel Libbre a honorem Augusti di Pietro da Eboli, noto anche come De rebus Siculis carmen, un poemetto celebrativo della conquista sveva della Sicilia. Nella miniatura, Palermo è rappresentato tramite quelli che all’epoca erano considerati i suoi edifici principali: la Cattedrale, il Palazzo Reale e il Castrum maris, il nostro Castello a Mare, raffigurato in basso a destra, all’imboccatura della Cala, caratterizzato dalla presenza di tre torri, poste sullo stesso piano, con macchine da lancio sulle loro sommità.

Il Castello a mare era quindi un complesso difensivo articolato, forse circondato da mura, a guardia dell’antico portus Panormi, difeso da una lunga catena tesa tra il castello e una torre isolata posta sul versante nord-est della Cala, dove poi sorgerà il Forte della Garrita. Oltre a questa raffigurazione approssimata, esistono documenti attestanti l’esistenza di una moschea araba, trasformata in Chiesa dai Normanni e da questi dedicata san Giovanni Battista.

Nel 1178, questa chiesa fu affidata da Guglielmo II di Sicilia concede il tempio ai monaci dell’Ordine cistercense del monastero di Santo Spirito, che, nelle adiacenze, vi costruirono un ospedale, che funzionò per diversi secoli, sino al 1516, quando fu aggregato all’Ospedale Grande e Nuovo. Rimanendo così la chiesa orfana, fu affidata alla Confraternita di San Giovanni dei Napoletani, che fungeva da associazione di categoria dei mercanti e degli impiegati partenopei presenti a Palermo. Assegnazione che durò pochissimo, dato che nel 1526, per la modernizzazione della fortezza la chiesa fu demolita.

Così nel 1527 i Rettori della Confraternita di San Giovanni Battista la Nazione Napoletana, ottennero dalla Regia Gran Corte l’assegnazione di due magazzini presso il vecchio porto della Cala per costruirvi la loro nuova chiesa, la nostra San Giovanni dei Napoletani, che merita una visita per gli stucchi dei Serpotta, compresi, probabilmente, alcuni di Giacomo.

Un’altra antica chiesa, sempre di epoca normanna, era inserita nelle fabbriche della fortezza: si tratta di San Pietro della Bagnara, fondata al tempo di Roberto il Guiscardo da Nicolò Paratalassita figlio di Leone, guardiano del porto di Palermo, come testimoniato da un’epigrafe in lingua greca, a riprova dell’origine del fondatore. Epigrafe che assume notevole importanza in quanto è l’unico testimonianza storica esistente a Palermo della presenza in città del Guiscardo e della moglie Sichelgaita.

Chiesa che ha preso questo nome dal fatto che nell’ottobre del 1117 il conte Ruggero, futuro re Ruggero II di Sicilia, in visita a Bagnara per presiedere alla dedicazione della chiesa di Santa Maria della Gloria appartenente all’Ordine dei Canonici Regolari di Sant’Agostino, concesse una serie di beni e terreni a quel monastero. Gualtiero Offamilio arcivescovo di Palermo, in conformità ai voleri del conte, assegnò la chiesa come «hospitio» e «grancia» all’abbazia di Bagnara affinché i frati calabri possano alloggiare durante i soggiorni a Palermo: punto d’appoggio che fu sfruttato da tutti gli abitanti della città calabra, compresi i Florio, sino alla sua demolizione del 1834.

Sempre adiacente a Castello a Mare vi era la chiesa di Piedigrotta, distrutta dai bombardamenti anglo americani… Ma in questo caso, lascio la parola al buon Luigi Natoli e alla sua Guida di Palermo e suoi dintorni del 1891

A piè della Fortezza e sulla banchina della Cala sorge la piccola Chiesa di Piedigrotta, edificata nel secolo XVI e così detta per una piccola grotta che resta ora chiusa in una cappella. In questa chiesa si conserva appeso ex voto il grande fanale a forma d’aquila, che illuminava la poppa della galera capitana di Sicilia alla battaglia di Capo Corvo, vinta da Ottavio d’Aragona, ammiraglio palermitano, sopra i turchi nel 1613.

Tornando al nostro Castello a Mare, nel 1333, durante la guerra del Vespro, le galee di Roberto d’Angiò tentarono di occuparlo, per poi procedere alla riconquista di Palermo: tentativo che però fallì. . Fino al 1337 fu la residenza preferita del sovrano Federico III di Sicilia, che decise di adibire parte della struttura a prigione: ovviamente i costi di tale ristrutturazione furono a carico dei palermitani.

Sino al tentativo secessionista dei nobili siciliani, il cosiddetto Giuramento di Castronuovo, Castello a Mare fu sede dei tribunali della giustizia ordinaria, secondo il privilegio concesso da Federico III di Sicilia: con la caduta dei Chiaromonte, i leader della ribellione, questi tribunali furono trasferiti nel loro palazzo palermitano.

Sotto la reggenza di Bianca di Navarra nel 1417, la fortezza fu modernizzata con la costruzione di un fossato, la porta e gli accessi furono dotati di barbacane e poste grate e sbarre alle finestre e fu ristrutturato il tetto, dando finalmente risposta alle continue lamentele della guarnigione, che si lamentava di come vi piovesse dentro. Per evitare un ammutinamento, a quanto pare a Castello a Mare la qualità della vita per i soldati era pessima, Alfonso d’Aragona fece ampliare nel 1445 i magazzini d’approvvigionamento di cereali e legname e fece costruire i locali per la macinatura del grano.

Nel 1496 Ferdinando il Cattolico fece costruire, davanti al Castello, un corpo d’ingresso, consistente in due basse torri esagonali, divise da un muro nel quale era aperta la porta. In seguito, sempre per iniziativa del sovrano cattolico, fu costruito un torrione circolare,sulla sinistra del corpo d’ingresso.

Tra il 1516 e il 1522, la situazione a Palermo divenne assai complicata: ci fu la rivolta autonomista del 1516, il cui programma politico era riconducibile agli slogan meno tasse, cariche amministrative ai siciliani e Inquisizione fuori dalle balle, quella repubblicana di Gianluca Squarcialupo del 1517 e quella filo francese dei fratelli Imperatore del 1522. Insomma, per i viceré non tirava una bella aria, per cui, a scanso di equivoci, si trasferirono provvisoriamente a Castello a Mare.

Al contempo, Carlo V finanziò nuovi lavori di ristrutturazione: furono costruiti infatti, tutt’attorno alla cerchia muraria, i bastioni del Castello a mare, grandi masse compatte di muratura e terra, atte ad assorbire l’azione dinamica svolta dalle batterie poste sopra. Inoltre, per rendere consona la fortezza alle presenza dei viceré, il Castello a Mare, fu costruito il cosiddetto “palazzetto regio”, in stile rinascimentale, arredato con preziose opere d’arte, fra cui due magnifici arieti di bronzo, capolavoro greco del III secolo, ammirati da Goethe, uno dei quali ci è rimasto, conservato al Museo Salinas.
.
Il castello divenne sede siciliana del Tribunale dell’Inquisizione tra il 1553 e il 1601, istituzione introdotta in Sicilia fin dal 1487 da Ferdinando II d’Aragona: il trasloco dei domenicani avvenne a causa di un’esplosione che provocò oltre duecento vittime e che fu interpretata come segno divino sulla necessità di cambiare aria. Così racconta l’evento un testimone dell’epoca

Il 19 d’agosto, ad ore quindici circa. A Castellammare di questa città di Palermo incappò fuoco a due dammusi di polveri; ed essendo vicino le carceri, tutte le scacciao. E morsiro anco diversi soldati e donne dentro il Castello, avendo fatto due botti straordinari, che si sentirono per diverse terre. S’aprirono pel tal terremoto diverse case ed ecclesie, avendo lasciato alcuni padri il sacrificio della messa per paura. E gli uomini che si trovavano si mettevano nei sacchi, tanto erano capoliati e pestati dalle pietre. Si trovavano diversi pezzi d’uomini per infino nelle noare fuori la porta di San Giorgio; e in mezzo la marina una testetta uccise uno zingaro; e tanto fu il fumo che oscurò il sole. E pure innalzò tanto polverazzo e scaglie, che piovve per la città per lo spazio di un miserere terra abbrugnata. Si trovarono dopo, a capo di tre cinque e sette giorni, uomini vivi sotto terra… mentre stavano scavando li morti. L’ill.mo monsignor Paramo inquisitore stava in detto castello; e stette male, curandosi in lo convento di S. Domenico…era viceré il conte d’Olivares, castellano di Salazar

Nel disastro morì anche il poeta monrealese Antonio Veneziano, detenuto nelle prigioni di Castello a Mare, per avere appeno un cartello satirico contro il vicerè nella nostra piazza dei Bologni: poco prima dell’esplosione, era stato torturato con sette tratti di corda.

Di seguito, invece una descrizione di come apparira la fortezza nel 1615

Il Castello ha un robustissimo bastione, sopra il porto, fornito di una assai bella artiglieria; segue una cortina e, dopo, un baluardo, e poi un grosso torrione, ed un bastione sotto il torrione tutti ben forniti di artiglieria ove si fanno le debite guardie sentinelle. Il Castello fin qui è tutto circondato dal mare ma girando verso tramontana, segue un bellissimo bastione, che guarda verso il porto grande, e da ponente guarda la città, e anco fornito di grossissima artiglieria … questo bastione… ha nel mezzo un grosso torrione, per ove per due lunghi ponti di legno, per il fosso, si entra nel predetto Castellammare; e s’alzano per l’entrata con catene questi due gran ponti.

Ha il Castello una amplissima piazza, con un gran maschio nel mezzo, nel qual vi è una altissima antenna, ove si albera lo stendardo reale. Ha questo maschio assai belli pezzi di colombrine, che salutano da lungi circa quattro miglia.

Vi sono dentro belli edifici, e per il castellano, e per i signori inquisitori che ivi prima stavano, ese ne uscirono quando successe l’incendio del Castello. Ha per guardia circa quaranta soldati … vi era prima la carcere … che si dismise per detto incendio … nel quale circa 600 carcerati se ne volarono per l’aere.. .vi sono carceri segreti ma crudelissime…

Si noti come in questa descrizione siano citati i due grandi baluardi a punta di lancia, San Giorgio e San Pasquale, situati sul fronte sud-occidentale della fortezza rivolto verso la città, fatti costruire all’epoca di Filippo II. Nel 1658 per la nascita del figlio di Filippo IV di Spagna, l’erede al trono Prospero Filippo, gran parte dei proventi regalati per le fasce dell’infante, furono destinati per migliorie alle strutture, evento commemorato da stele marmoree.

Il Castello a Mare sarebbe stato ancora protagonista di molte vicende e battaglie, memorabili quella del 4 luglio 1718 fra i savoiardi, asserragliati dentro, e spagnoli. Nel 1722, sulla piazza antistante fu installata la statua di San Giovanni Nepomuceno,realizzata da Tommaso Maria Napoli, ora nella cappella eponima della chiesa di San Giacomo dei Militari. Il terremoto del 1730 provocò alcuni danni alla fortezza, che furono rapidamente riparati. Altre battaglie ebbero Castello a Mare come protagonista, tra cui quella combattute tra Austriaci e Borbonici, che terminarono con la resa della guarnigione austriaca del forte, il 12 settembre 1734.

Nel 1860 la fortezza identificata dalla popolazione quale simbolo del potere borbonico, fu assaltata e demolita in alcune sue parti: Garibaldi entrato a Palermo, il 25 giugno ne ordinò la distruzione. Dopo l’unità d’Italia ciò che era stato risparmiato venne adibito a caserma militare, mantenendo questo ruolo fino al 1922, anno in cui, su decisione del governo fascista si consumò uno dei più assurdi scempi urbanistici della storia palermitana.

Per ordine del prefetto Mori, il nemico numero uno della Mafia, Castello a Mare fu quasi completamente distrutto dalla S.A.I.M.A. ( Società Anonima Italia Mac Artur) allo scopo di attuare una razionale sistemazione del nuovo porto della città, il cui pontile trapezoidale e le banchine furono in gran parte costruiti con i 300.000 metri cubi di materiali provenienti dalla demolizione della storica fortezza.

A nulla servirono gli accorati appelli del Soprintendente ai Monumenti della Sicilia Francesco Valenti e di altri illustri intellettuali dell’epoca, dall’ingegnere Ernesto Basile, al direttore del Museo Nazionale professor Ettore Gabrici: alla fine furono risparmiati solo il maschio arabo-normanno, la torre cilindrica e il corpo d’ingresso aragonese.

La Torre Mastra è ubicata quasi nel baricentro dell’intera area del molo Trapezoidale. E’ costituita dall’edificio quadrangolare e da una zona di rispetto perimetrale. La seconda zona archeologica, quella che contiene le strutture superstiti del fronte di sud-ovest, è molto più vasta della prima ed è perimetrata dalla via Barillai, dalla via F. Patti e dal mercato ittico. L’impianto planimetrico generale di quest’ultimo insieme di edifici, fossati, ecc. è piuttosto eterogeneo ma razionale rispetto ai concetti della prima fase storica delle difese in relazione alle armi da fuoco.

Si può sintetizzare così: l’asse portante è il muro di cinta al quale si innestano, in sporgenza verso l’esterno, diversi corpi di fabbrica: l’ingresso con il primo ponte; la falsabraga ed il rivellino pentagonale; il secondo ponte; ad ovest il baluardo San Pietro ed il baluardo San Giorgio. Il primo circolare, il secondo a punta di lancia. Ed il primo si trova all’interno del secondo. Il fossato perimetra tutto questo insieme, dall’esterno, ed è delimitato dal muro di controscarpa sul quale si sviluppano la via di controscarpa e le spianate (riporti artificiali in terra con andamento inclinato e perimetro che riflette quello dei fossati).