La cupola di Della Porta

Diciamola tutta: anche il buon Vignola, pur impegnato a non rompere le uova nel paniere alla “setta michelangiolesca”, per non fare la fine di Pirro Ligorio, si era reso conto che qualcosa, nel progetto della cupola del Buonarroti, non quadrava. In realtà, più che concentrarsi sulla questione della “catenaria”, l’architetto era assai preoccupato della questione calotte, ritenute troppo esili e indipendenti; per cui propose più volte di unirle, oppure di aggiungere dei presidi statici per aumentarne la massa dei rinfianchi e dei contrasti.

Tutte le sue riflessioni lo portarono al progetto del 1569, i cui si vedela cupola michelangiolesca più o meno nelle forme del modello 1558-61, ma con il primo terzo riempito di muratura: in tal modo Vignola ritenava, a torto di riuscire a tenerla in piedi, dato che si era autoconvinto, nonostante la statica e i pareri empirici dei suoi muratori, che una che una volta spingesse solo al di sopra al primo terzo.

In più il piede della cupola pieno avrebbe costituito un sicuro appoggio per l’armatura lignea necessaria a voltare il tratto superiore, riducendone sollecitazioni e permettendo di contenere costi e tempi. Però, grazie al cielo, seguendo il principio del

Primum vivere, deinde philosofare

Vignola evitò di tradurre in realtà il suo progetto. Il compito di mettere in piedi questa benedetta cupola toccò a un trio improbabile, data che le loro differenze caratteriali avrebbero fatto impallidire quelle tra Giulio II, Bramante e Giuliano da Sangallo: si tratta di Sisto V, er papa tosto, il mite e pacato Giacomo Della Porta e il paziente Domenico Fontana, che passò un quinquennio a mediare tra i due.

Sisto V, sul cui caratteraccio sono nate leggende di ogni tipo, non sopportava per nulla Giacomo, ritenendolo un poco tonto e dalla personalità sbiadita. Avrebbe voluto tutt’altro architetto, ma il nostro eroe aveva tre assi nella manica non da poco: era di fatto cresciuto nel cantiere Vaticano ed era ben voluto da tutte le maestranze, di cui conosceva vita morte e miracoli e con cui condivideva le fatiche quotidiane.

Giacomo era il primo ad entrare nel cantiere e l’ultimo ad uscire e non aveva problemi a pranzare assieme ai suoi muratori. Per cui, qualsiasi sua epurazione, avrebbe provocato uno sciopero generale: benché Sisto V ritenesse la decapitazione il modo migliore per trattare con i sindacalisti dell’epoca, non poteva mica fare fuori tutti i muratori di Roma.

Il secondo asso, era la grande competenza tecnica che Giacomo aveva nel progettare cupole: negli anni precedenti ne aveva erette almeno quattro, ognuna capace di porre specifiche sfide strutturali: Santa Maria in Scala Coeli, Santa Maria de’ Monti, il Gesù e la lanterna della Cappella Gregoriana.

Infine, era l’ultimo dei Bonarotae alumni, perché aveva sopportato con estrema forza d’animo il caratteraccio di Michelangelo, per cui, si poteva supporre che avesse idee abbastanza chiare su cosa fosse passato nella testa del fiorentino, per tenere in piedi la cupola.

Per cui a malincuore, Sisto V dovette confermarlo nel suo ruolo. Poi, dovette trovare un modo per garantirgli una sufficiente quantità di fondi per terminare l’opera: per cui, per tenere sotto controllo le spese, creò un organismo autonomo rispetto alla Fabbrica di San Pietro, finalizato alla costruzione della Cupola, con risorse indipendenti e fornite con regolarità dalla Camera Apostolica.

Giacomo, in compenso, dovette mettere freno alle intemperanze papali: dati che tutto sopportava nella vita, tranne che gli incompetenti mettessero bocca nel suo lavoro, Sisto V spesso e volentieri si prese un’abbondante dose, ricambiata, di insulti.

Domenico, oltre che a mediare tra quei due sciroccati, mise a disposizione due cose: la grande abilità come direttore dei lavori, in pratiche mise fine al sistema di tangenti, corruzione e ruberie messo in piedi da Michelangelo, e il suo straordinario genio nel costruire macchine di ogni genere e risma, che semplificarono enormemente la vita ai muratori.

Giacomo, per tenere in piedi questa stramaledetta cupola, partì ovviamente dal progetto del 1561, introducendo però una serie di modifiche strutturali, che la resero un’opera ben diversa da quella michelangiolesca.

Per prima cosa, si rese conto della boiata delle due calotte troppo leggere ed equivalenti: per cui affida il ruolo portante alla calotta, aumentandone lo spessore a 7 ½ palmi (168 cm), assottigliando di contro quella esterna, ridotta a soli 3 ½ palmi (78 cm). Poi recepisce l’idea del Vignola, ma non a scopo statico, ma come appoggio della sua grande idea: i 6 speroni interni che uniscono le due calotte sino al serraglio. Infine, Giacomo tornò alla forma della catenaria, con il sesto acuto. Si racconta, che per disegnare tale progetto, l’architetto utilizzò il pavimento della basilica di San Paolo fuori le Mura, il modo da invocare la protezione divina.

Poi decise di dedicarsi alla scelta dei materiali: le vele delle due calotte e gli speroni sono in laterizio, con mattoni ordinari sistemati in letti concentrici senza nessun particolare artificio; le costole interne sono invece in travertino, e probabilmente collaboranti e incernierate con piombo fuso;; quelle esterne, iniziate anch’esse in travertino, verranno poi murate in massima parte in mattoni sopra la calotta superiore già costruita. Infine, l’utilizzo del ferro: Giacomo applicò ben a ben sette cerchiature metalliche, di cui una al primo terzo pieno, tre alle due calotte (forse tutte alla calotta interna), una al serraglio, due alla cupoletta della lanterna, per contenere le spinte trasversali esercitate dalla volta

I lavori della cupola, che coinvolsero sono a 600 muratori, iniziarono il 15 luglio 1588 e grazie a Domenico Fontana, proseguirono a marce forzate. Terminata a dicembre la trabeazione del tamburo (lasciata sospesa vent’anni prima da Vignola), Della Porta voltò il primo terzo pieno della cupola tra il febbraio e il giugno-luglio 1589, poi le due calotte sino al maggio 1590, e quasi tutta la lanterna tra giugno e settembre seguenti. La morte di Sisto V portò il taglio del finanziamento, così che i lavori proseguiranno con lentezza, tanto che la copertura in piombo sarà completata nel 1606. Come termine dei lavori murari si può tuttavia assumere l’issamento della croce in bronzo sulla cuspide della lanterna, eseguito il 18 novembre 1593, festa della dedicazione della basilica Vaticana.

Ora, tutte le modifiche introdotte da Giacomo, paradossalmente, dovendo affrontare sfide analoghe, avvicinarono l’organismo della Cupola di San Pietro a quello del Duomo di Firenze: così, per i paradossi della Storia, furono attribuiti a Michelangelo, che come raccontato, pensava a tutt’altro. Così la fama di un uomo mite, pacato, straordinario architetto e strutturalista, fu così, ingiustamente, misconosciuta.

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