Il Parco Sottomarino di Baia (Parte II)

Tornando a parlare della Baia sommersa dalle acque, la cosiddetta villa dei Pisoni era nota in origine grazie alla fotografie aeree, d’altronde come tutte le altre strutture sommerse costiere. Il padre dell’archeologia subacquea, Nino Lamboglia, la evidenziò e la posizionò, alla fine degli anni ’60, a circa 150 mt. a sud-est al largo di Punta Epitaffio.

Per avere un rilievo grafico e topografico di dettaglio, bisogna aspettare alla fine degli anni ’80, grazie ad un gruppo di volontari del Centro Campano di Archeologia Subacquea, il quale individuò anche una fistula plumbea con il bollo di Lucio Pisone, padre di Gaio che permise di identificare le rovine con uno dei luoghi citati da Tacito negli Annales.

Gaio Pisone, infatti, radunò un gruppo di circa 41 persone, tra cui senatori, cavalieri, militari e letterati, allo scopo di eliminare l’imperatore Nerone. Nel 65 il gruppo si riunì a Baia, proprio in quella villa, e lì stabilirono che, durante i giochi dedicati a Nerone al Circo Massimo, il console designato Plauzio Laterano si sarebbe dovuto gettare ai piedi dell’imperatore da supplice, accoltellandolo durante l’azione; gli altri complici sarebbero intervenuti in seguito, in modo che avvenisse un’esecuzione plateale, al pari dei grandi spettacoli popolari che lo stesso Nerone era uso organizzare. Morto l’Imperatore, Gaio Pisone sarebbe stato proclamato nuovo princeps dalla Guardia Pretoriana, grazie all’appoggio di Fenio Rufo (forse il vero capo della congiura), allora Prefetto del Pretorio congiuntamente a Tigellino, del tribuno militare Subrio Flavio e del centurione Sulpicio Aspro.

Un giorno la liberta Epicari, per tentare di attirare alla causa l’ufficiale della marina Volusio Proculo, deluso dal non aver ricevuto da Nerone le gratificazioni che si aspettava, gli fece capire che si stava preparando un complotto contro l’imperatore. Proculo, tuttavia, denunciò Epicari, che venne arrestata, ma la congiura non fu scoperta perché la liberta non aveva rivelato a nessuno i nomi dei congiurati e perché mancavano altri testimoni; Nerone, diffidente, la lasciò comunque in prigione. La congiura venne scoperta allorché uno schiavo al servizio del congiurato Scevino, Milico, corse agli Orti Serviliani a denunciare il proprio padrone che, avendogli ordinato di affilargli il pugnale e di preparargli bendaggi (per eventuali ferite ricevute nel corso dell’azione), lo aveva insospettito. Intuito che vi era una complicità tra Scevino e Natale, ed essendo entrambi amici di Pisone, i due vennero interrogati separatamente: Natale confessò subito, indicando tra i congiurati Pisone e Seneca. Fu l’inizio della scoperta della congiura, che diede adito, per ordine di Nerone, ad una serie di processi sommari, esecuzioni e suicidi

Le morti più eroiche sono senza dubbio quelle di Subrio Flavo e Sulpicio Aspro: il primo, alla domanda di Nerone sul perché avesse deciso di tradirlo, rispose

“Ti odiavo. Nessun soldato ti è stato fedele più di me, finché hai meritato di essere amato; ho cominciato a odiarti da quando sei diventato assassino di tua madre e di tua moglie e auriga e istrione e incendiario”

e al riguardo Tacito commenta:

“Non risulta che, in quella congiura, abbiano dovuto ascoltare nulla di più pesante le orecchie di Nerone, il quale, se era pronto a commettere crimini, non era abituato a sentirsi imputare i gesti compiuti”

Aspro, invece, alla stessa domanda rispose con fermezza che era l’unico modo per fermare le infamie di cui si era macchiato Nerone.

Un esempio di grande coraggio riferito dallo stesso Tacito, è la morte di Epicari, suicida pur di non rivelare i nomi dei complici dopo essere stata più volte torturata:

“Fulgido esempio di eroismo, dato da una donna, una liberta, che in un così grande pericolo volle proteggere degli estranei e quasi degli sconosciuti, mentre degli uomini nati liberi, dei cavalieri e dei senatori romani, senza essere sottoposti a tortura, tradivano ognuno le persone più care”

Oltre a Seneca e al poeta Lucano, tra le vittime della repressione imperiale vi fu Petronio Arbitro, autore del Satyricon e personaggio del Quo Vadis. Sempre Tacito, così racconta il suo suicidio

In quei giorni Nerone si era spinto in Campania, e Petronio, spintosi fino a Cuma, venne qui trattenuto. Egli non sopportò di restare oltre sospeso tra la speranza e il timore; non volle tuttavia rinunciare precipitosamente alla vita; si tagliò le vene e poi le fasciò, come il capriccio gli suggeriva, aprendosele poi nuovamente e intrattenendo gli amici su temi non certo severi o tali che potessero acquistargli fama di rigida fermezza. A sua volta li ascoltava dire non teorie sull’immortalità dell’anima o massime di filosofi, ma poesie leggere e versi d’amore. Quanto agli schiavi, ad alcuni fece distribuire doni, ad altri frustate. Andò a pranzo e si assopì, volendo che la sua morte, pur imposta, avesse l’apparenza di un fortuito trapasso. Al testamento non aggiunse, come la maggior parte dei condannati, codicilli adulatori per Nerone o Tigellino e alcun altro potente; fece invece una particolareggiata narrazione delle scandalose nefandezze del principe, citando i nomi dei suoi amanti, delle sue donnacce e la singolarità delle sue perversioni: poi, sigillatolo, lo inviò a Nerone. Spezzò quindi il sigillo, per evitare che servisse a rovinare altre persone.

Tornando alla nostra, sorta agli inizi del I sec. d.C., al seguito del fallimento della congiura, fu incamerata nel demanio imperiale e fu ristrutturata prima al tempo di Vespasiano, poi a quello di Adriano: al termine di tali lavori, il complesso si sviluppava intorno ad una corte centrale a pianta rettangolare di mt 95 x 65 circa, orientata con il lato lungo No-Se, destinata a giardino, mentre tutto il complesso residenziale che contorna la corte con portici, occupa una superficie complessiva di mt. 120 x 160. La villa era fornita di bacini di approdo ed era protetta dai venti di scirocco da una serie di pilae a doppia fila. Come tutte le ville marittime della zona, aveva delle peschiere per l’allevamento del pesce.

Sempre ai Pisoni apparteneva la cosiddetta Villa a Protiro, Le strutture oggi visitabili sono quelle di un ampio giardino quadrangolare delimitato da un portico e da corridoi, una scenografica facciata settentrionale aperta probabilmente su un parco che la separava dal Palazzo di Claudio e da due settori termali oltre a un vasto quartiere marittimo con moli, darsene, peschiere ed ameni padiglioni di soggiorno. L’edificio appartenne inizialmente alla potente famiglia dalla quale provenivano Calpurnia, moglie di Giulio Cesare e senatori, pontefici, proconsoli e consoli; poi, per una serie di complesse vicende ereditarie, entrò in possesso dei Pisoni e quindi del demanio imperiale

Adriano la fece radere al suolo e ricostruire in forme ancora più grandiose, sperimentando nuove soluzioni compositive. Il mosso disegno dei due corridoi absidati lungo il cortile è una delle prime, significative attestazioni di un nuovo genere di architettura che, nei suoi esiti scenografici, precorse il barocco e la facciata verso Punta dell’Epitaffio somigliava singolarmente alle ricchissime fronti dei coevi edifici teatrali. Di particolare interesse è inoltre il vasto bacino occidentale (m 80 x 110) utilizzato come approdo per i natanti di discrete dimensioni e protetto a sud da una doppia fila di piloni.

Lo spezzone urbanistico prossimo al canale vede la sua emergenza più importante in una villa allungata per circa 120 metri sul fronte stradale. Preceduta da una fila di botteghe, la villa consta di due parti, una termale ed una residenziale, separate da un bacino rettangolare in comunicazione col mare ed ornato da statue, una delle quali (del tipo dell’Afrodite dei Giardini di Alcamene) è stata recentemente recuperata.

L’ingresso a protiro era inquadrato da due lunghi sedili in muratura, oltrepassato il vestibolo (sul quale si affaccia l’ambiente dell'”ostiarius” o portinaio), si giunge nell’atrio dalle pareti rivestite di marmo, similmente agli ambienti adiacenti che, in diversi casi, erano pavimentati in mosaico. In un vano nell’angolo nord-orientale dell’atrio, è tuttora visibile un mosaico in bianco e nero ornato da una trama di esagoni.

A sud dell’atrio si apre una vasta aula absidata (l’emiciclo sul fondo è ampio ben 10,37 m.), probabilmente estranea al progetto iniziale e simile, anche per il ricco rivestimento in grandi lastre marmoree, alle aule tardo-imperiali delle ricche “domus” ostiensi.

Il canale d’accesso al Lago Baiano merita una visita, non fosse altro che per la sua suggestiva imponenza. Oggi è quasi completamente insabbiato e giace tra gli 8 e i 6 metri di profondità. I due muraglioni che lo delimitano sono in opera cementizia spessa mediamente 8 metri: si può seguirli in tutta la loro lunghezza di circa 230 metri, fino alle testate occidentali arrotondate e in più punti si possono riconoscere i fori lasciati dai pali delle cassaforme entro le quali, forse agli inizi dell’età imperiale, si effettuò l’enorme gettata.

Se nel prossimo post dedicato al parco subacqueo approfondirò la questione del Palazzo di Claudio, una sua componente è proprio davanti al Castello Aragonese: si tratta una peschiera,allevamento di acquacoltura di epoca, decorata con un portico anulare.

Davanti a Bacoli vi è poi un’altra struttura, che gli eruditi settecenteschi identificavano a torto con il tempio di Ercole: si tratta invece di un’altra villa, proceduta una ampia banchina in opera cementizia, priva di paramento, con un piano di calpestio costituito da scheggioni di tufo irregolari ma ben allettati secondo un piano orizzontale. Il fronte nord-ovest si presenta nella fascia inferiore concavo per attutire la forza del mare e proteggere dalle ondate la sommità della banchina, e conserva, non più in situ, un anello d’ormeggio a riprova che la struttura, in antico si protendeva in mare, oltre a costituire il basamento per la villa soprastante, forniva anche possibilità di ancoraggio. Il che da una prova concreta della testimonianza d’Orazio, che parlava della continua fatica degli uomini a Baia, impegnati a strappare la terra al mare.

Sopra questa platea, leggermente arretrati verso Sud, sono presenti numerosi resti di strutture murarie in laterizio in pessimo stato di conservazione e di difficile lettura in tutto il settore nord dell’ area edificata in quanto parzialmente ricoperti dal loro stesso crollo. Il grado di leggibilità dell’impianto migliora nell’area centrale dell’edificio, dove è stato possibile individuare, per la presenza di ambienti riscaldati, parte di un impianto termale.

Si può facilmente riconoscere un vasto ambiente rettangolare, con le pareti articolate in nicchie di cui due presentano un passaggio ad arco verso est . Il centro della stanza è occupato da un’altra struttura rettangolare, realizzata in blocchetti di tufo, con pavimento in cocciopesto forse identificabile con una vasca.

Lungo il muro perimetrale della sala la presenza di alcuni tubuli, di tegole mammate e di un pavimento in bipedali fanno supporre l’esistenza di un vano ipocausto al di sotto dell’attuale quota di fondo; è inoltre probabile che anche il corridoio che corre intorno alla vasca, troppo stretto per essere transitabile, fosse adibito ad ipocausto e in tal caso ci troveremmo di fronte ad una doppia intercapedine per il riscaldamento della vasca centrale (calida piscina).

Il piano di calpestio doveva essere quindi ad una quota maggiore di circa 70/90 cm rispetto all’attuale livello di fondo e le pareti rivestite da una concamerazione, in tal caso i due archi situati nelle nicchie orientali e posti in parte al di sotto del pavimento, sarebbero stati adibiti al passaggio dell’aria calda.

L’ambiente successivo si presenta a pianta circolare e conserva lungo tutto il suo perimetro salvo che in corrispondenza dell’entrata, una doppia muratura in laterizio che delimita un canale coperto da bipedali e cementizio, con la doppia funzione di via di scarico per acque reflue e di sedile-gradino per i frequentatori delle terme. Questo tipo di planimetria è abbastanza consueto nei percorsi termali, ma per il momento non sono stati individuati dati certi sulla presenza di un vano ipocausto e quindi per individuare la funzione dell’ambiente.

Ad Ovest di questo complesso sono presenti altri ambienti dei quali per il momento non conosciamo la funzione, ma che, per le tracce di suspensurae in uno di essi, probabilmente fanno sempre parte delle terme. Numerose altre strutture, non ancora indagate, sparse per tutta la sommità della banchina, completano questo settore, che costituisce probabilmente la c.d. pars triaritirna di una villa costiera.

Dalla zona termale parte una serie di arcate in laterizio, che giunge fin quasi ai piedi del promontorio; la successione delle arcate segue un ritmo metrico ben preciso alternandosi archi di sette metri e mezzo con archi di due metri e mezzo. L’asse longitudinale della struttura è a sua volta attraversato da un passaggio voltato.

Gli archi hanno l’estradosso piatto con attualmente il calcestruzzo a vista, mentre all’interno delle volte si conserva in alcuni tratti uno spesso strato di cocciopesto. Il forte insabbiamento che ha portato il livello di fondo all’altezza delle reni degli archi non permette di stabilire l’altezza originaria della struttura né tantomeno di verificare se si sia conservato un piano pavimentale.

Sembra comunque più plausibile ipotizzare l’estradosso delle volte come “percorso ufficiale” considerando che questa quota quasi coincide con quelle dei pavimenti delle sale termali; inoltre sono state privilegiate le arcate che si aprono verso mare, con il probabile scopo di creare una quinta scenografica per la baia, rispetto al passaggio lungo l’asse longitudinale che risulta piuttosto angusto.

La villa probabilmente apparteneva all’oratore Quinto Ortensio Ortalo, rivale e grande amico di Cicerone, che aveva scelto il luogo per la sua passione per l’itticultura, tanto che l’Arpinate, per prenderlo in giro, l’aveva soprannominato Tritone e Incantatore di Pesci.

Ortensio Ortalo, criticato per l’eccessiva eleganza nel vestire dai suoi detrattori, che per questo motivo arrivarono anche a chiamarlo con il nome, Dionisia, di una nota danzatrice dell’epoca, come dire, si era anche autoconvinto di essere un grande poeta: era talmente insopportabile in tale pretesa, che persino Catullo, altro suo grande amico, era arrivato a non reggerlo più

Alla sua morte la villa passò in eredità al figlio, al quale venne espropriata, per motivi politici, dai triumviri, entrando così a far parte del patrimonio di Antonia, figlia di Antonio ed Ottavia, per arrivare poi, per linea ereditaria, fino a Nerone, diventando il luogo dove l’imperatore progettò l’assassinio della madre Agrippina.

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