La chiesa di San Sebastiano a Porta Carbone

Nei pressi del sito della distrutta Porta Carbone alla Cala vi è, quasi sconosciuto, un gioiello della Palermo barocca, la chiesa di San Sebastiano, dalla vita, come dire, assai travagliata. La sua prima citazione documentale risale infatti al 1482, quando a Messina si scatenò una tremenda epidemia di peste; gli abitanti di Palermo fecero voto di dedicare una chiesa al santo protettore dalle pestilenza. Dato che la città panormita scampò il pericolo, non solo fu costruita tale chiesa, a spese del Senato, ma ne fu anche affidata la gestione alla Confraternita di San Sebastiano.

I lavori procedettero, per gli standard locali, molto celermente, tanto che nel 1496 la chiesa era completata: chiesa di cui purtroppo non abbiamo alcuna idea dell’aspetto che avesse, poiché nel 1516, a causa della costruzione dei nuovi bastioni, che costrinse a buttare giù tutti e a ricostruire un nuovo edificio, che fu ampliato, in direzione del mare, nel 1562.

Lavori che furono fatti alquanto a muzzo, dato che nel 1588 una relazione tecnica firmata da Vincenzo Gagini accusava una cattiva posa in opera degli architravi, fregi e cornici collocati sopra le colonne: il noto marmoraro luganese Antonio d’Aprile, in quel tempo attivo anche nel cantiere di palazzo Reale, era tenuto infatti a rifare il lavoro «perché quelli non sunno a la misura della ragioni corintia». Gagini aveva notato la scarsa qualità delle colonne se una di quelle da poco messe in opera si trovava già «scotta» e, pertanto, da sostituire perché «non po’ regiri piso di fabrica di supra».

Le carenze di carattere statico erano tali da obbligare all’apertura di un nuovo cantiere per recuperare e ristrutturare la chiesa, lavoro svolto tra il 1619 e il 1621 dal capomastro Pietro Carnemolla e dal suo team di collaboratori Antonio Bracco, Antonio Campora e Giovanni D’Avanzato. Gli interventi riguardavano il corpo delle navate e prevedevano il consolidamento del terreno attraverso palificate, la ricomposizione degli archi delle navate sulle colonne originali (con i relativi capitelli eseguiti dal maestro Jacopo Gagini), l’inserimento contestuale di alti basamenti in pietra calcarea e, soprattutto, di una fitta orditura metallica.

Nel Settecento, da una parte la chiesa fu oggetto di grandi lavori di decorazione, dall’altra ospitò parte degli arredi sacri della vicina Chiesa di San Giacomo la Marina, che aveva grossi problemi di statica. Nel 1800, però, cominciò la decadenza: la Confraternita di San Sebastiano fu sciolta e i suoi beni furono assegnati all’ente che gestiva gli ospedali di Palermo. Ciò portò rapidamente alla chiusura della chiesa, che fu riaperta solo nel 1862, priva degli arredi sacri; da quel momento in poi, vivacchiò sino al 1915, quando, allo scoppiò della Grande Guerra, fu trasformata in un deposito di grano per conto della Croce Rossa. Identica sorte toccata a numerosi altri luoghi di culto palermitani come la Chiesa di San Nicola da Tolentino adibita a deposito di derrate alimentari.

Nel 1935, divenne poi uno dei magazzini della Sovrintendenza, fungendo da deposito per opere d’arte, per essere danneggiata dai bombardamenti angloamericani del 15 febbraio e 22 marzo 1943. I danni maggiori furono subiti dal prospetto, dai muri perimetrali, dalle volte della tribuna e dal transetto. Distrutti gli infissi, i tetti a causa di una bomba caduta sull’edificio adiacente addossato al lato nord della tribuna.

Grazie al cielo, a differenza di altre chiese vicine, San Sebastiano si salvò dalla demolizione: furono murati gli infissi e la chiesa mantenne l’uso come magazzino. Nel 2006, In occasione dell’iniziativa «Palermo apre le porte», dopo il restauro della facciata, l’interno è reso agibile e il luogo inserito nel circuito del patrimonio monumentale fruibile al pubblico.

Il progetto della facciata di gusto rinascimentale e di fattura gaginesca è in pietra di Solanto. È caratterizzato da eleganti volute e elementi architettonici inquadrati da lesene propri del nuovo stile barocco opera di Antonio Muttone. I portali sono sormontati da finestre ed edicole chiuse da grate. Un oculo si apre al centro del secondo ordine, sotto il frontone di chiusura.

Il portale barocco è sormontato da timpano curvo e spezzato, all’interno è collocato uno stemma a scudo raffigurante San Sebastiano incorniciato da volute che avvolgono due erme e sormontate da un putto alato. L’opera è attribuita allo scultore Gaspare Guercio al pari dell’altro raffigurante i simboli del martirio (fregio adottato dalla Confraternita) che orna il portale destro.

Entrando nella chiesa, per citare un articolo di Ilaria Guccione, il primo artista documentato nel 1692 è Giacomo Serpotta, che realizza dei “quatroni” in stucco, nelle cappelle di S. Stefano, della SS. Annunciata, di S. Onofrio e del Crocifisso e nel 1693 è pagato “per havere fatto gli archi di tutti li quattro cappelle et altri servizzi”.

La volta della navata centrale presenta una ripartizione geometrica articolata e scandita da figurazioni imitanti cartigli e sculture in stucco, eseguiti dall’architetto Andrea Palma è del 1705. La sua attività di quadraturista risulta documentata già nel 1689, quando esegue lavori di “prospettiva” e “finti stucchi” per la chiesa del Noviziato dei Gesuiti e nel 1703, quando gli vengono richieste pitture di “sala e galleria”negli ambienti adiacenti l’Unione dei Musici di Santa Cecilia.

Il 29 maggio 1705 il Palma si obbliga – a partire dal primo giugno ed entro fine settembre – a

“pingere e architettare tutti li dammusi, con il piedi di detti dammusi, (…) e tutti li finestri con sei faccioli dentro e di fuori della Ven(erabil)e Real confraternita di S. Sebastiano la Marina di questa città, cioè il dammuso della nave con suo timpagno con lasciarci il loco delle storie secondo il disegno”.

Sono sue anche le quadrature della volta dell’abside e delle cappelle del transetto, intitolate a S.Sebastiano (a sinistra) e all’Immacolata Concezione. Il 18 dicembre dello stesso anno, la commessa fu assegnata al pittore genovese Domenico Maria Calvarino, si desume che “l’adornato e architettura” della volta della navata era stato ultimato, mentre Palma stava ancora lavorando alle quadrature del presbiterio.

Calvarino dipinse una Invocazione di San Sebastiano con i santi Rosalia e Rocco, al cospetto del Padre Eterno e dell’Immacolata. Nel 1740 Olivio Sozzi lavora ai sottarchi della cupola e ai peducci raffiguranti i quattro Evangelisti (uno dei quali perduto). Il leone (attributo di S. Marco), riproposto negli stessi anni nell’allegoria della Fortezza (Palazzo Drago, 1745), è chiaramente derivato da quello affrescato da Corrado Giaquinto nella chiesa romana di San Nicola dei Lorenesi (1733).

Il Sozzi nel 1747 si impegna a dipingere nelle cappelle del transetto due quadroni per cappella e due “nicchie ovule” e “altre figure di chiaro ed oscuro”. La cappella dell’Immacolata Concezioneconserva solo in parte gli affreschi del Sozzi: una lacunosa Natività della Vergine è compositivamente affine ad un dipinto di identico soggetto realizzato dal Giaquinto.

Tra il 1758 e il 1759 le architetture dipinte dal Palma subiscono dei rifacimenti: Gaspare Fumagalli e Gaspare Giattino, “pittori”, sono pagati “per il partito dell’architettura di pittura da essi fatto nuovamente nel detto Cappellone”. Ai loro nomi è associato quello di Gaspare Cavarretta per un ulteriore pagamento, “per loro mercede di alcuni travagli straordinari fatti per la pittura dell’architettura nuovamente fatta in detto cappellone oltre della loro obbligazione”. Si tratta delle finte architetture realizzate per incorniciare i due quadroni a fresco che Vito D’Anna dipinse nello stesso anno.

Queste quadrature – rispetto a quelle del 1705 – sono caratterizzate da un maggiore senso scenografico che finge una prima cornice dorata per i quadroni, circondata poi da una seconda cornice marmorea, affiancata da due angeli anch’essi monocromi a fingere di essere statue: come cioè se si fingesse uno spazio entro cui è posta la cornice dell’affresco. Ma esiste ancora un terzo piano illusorio che vede sopra le volute di marmo panneggi con puttini che fingono di essere veri, e che introducono ad un altro ambiente che lascia intravedere arcate sormontate da balaustre, come se lo spazio della chiesa continuasse dietro la pittura.

Gaspare Cavarretta realizzò anche la cornice del crocifisso nel cappellone dipingendola

“di color di pietra (…) con diversi mani di vernici”.

Una delle due scene di soggetto veterotestamentario affrescate dal D’Anna, è firmata e datata al 1759. Si tratta di Sansone che distrugge il tempio dei Filistei, che fa da pendant a Mosè e il serpente di bronzo, soggetti che prefigurano entrambi Cristo. Il lavoro, affidatogli il 22 giugno 1759 per un compenso di 50 onze, risulta compiuto il 25 settembre, quando si concludono i pagamenti con un incremento di 5 onze, poiché l’artista aveva pagato di tasca sua per fare “scorciare et intonicare con rina di fiume” le pareti da affrescare.

Secondo una fonte ottocentesca, il D’Anna avrebbe già precedentemente lavorato in chiesa, coadiuvando il suocero O. Sozzi ammalato, per non far perdere l’intonaco fresco “nella cappella della Concezione ove dovea dipingere la Purità in misura più del vero”. Il Rettore, rimasto soddisfatto dal lavoro del pittore lo avrebbe invitato a continuare e “in questo modo Vito D’Anna dipinse quella chiesa”.

Difatti nella già citata cappella della Concezione è ancora leggibile, anche se non più integra, un’allegoria di tale soggetto, di grandi dimensioni, realizzata a monocromo. Essa, insieme alla bellissima figura del Dio Padre affrescata nella nicchia è da ascriversi al catalogo del D’Anna per la notevole qualità del disegno e le forti affinità stilistiche con opere certe. Questa attribuzione permette di restringere ragionevolmente i termini cronologici del suo soggiorno romano, sulla cui brevità le fonti sono concordi.

Il pittore, ritornato a Palermo da Acireale nel 1744, dovette entrare presto in contatto col Sozzi del quale poi sposò nel febbraio 1745 la figlia. Ed è in lavori affidati ufficialmente al suocero che si possono scorgere le prime tracce dell’attività palermitana del D’Anna, il cui primo incarico ufficiale finora documentato è datato al 22 maggio 1750

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