Il parco sottomarino di Baia (Parte III)

Il nostro viaggio nella Baia subacquea termina in un luogo di straordinario fascino, il Ninfeo di Punta Epitaffio, fatto realizzare dall’imperatore Claudio, protagonista, tra l’altro, di un mio romanzo di prossima pubblicazione. Era il 1956 quando il capitano Burcher notò, grazie a condizioni meteo particolari, l’esistenza di reticoli ordinati sotto le acque; il che fece pensare sin da subito che potessero esserci degli importanti resti architettonici.

La conferma, però, si ebbe nel 1969, quando a seguito di una tempesta, un pescatore locale segnalò alla Sovraintendenza la presenza di Ad emergere per prima fu la figura di Ulisse e, subito dopo, quella con l’otre caprino, che fu Baios, eroe eponimo di Baia e nocchiero del Laerziade. Il geografo greco Strabone asserisce che nei pressi del porto di Baia si trovava una statua di Baios. Molto tempo prima, nel III secolo a.C., Licofrone di Calcide nel poema “Alessandra” vi colloca la tomba. Le due statue si trovavano ancora in situ, all’interno di un’abside, negli spazi in cui furono poste nei primi anni del I secolo d.C. e ad una distanza di 6,40 metri l’una dall’altra.

Nel 1981, dopo questo primo fortuito e straordinario ritrovamento, l’archeologo Andreae iniziò la prima campagna di scavo archeologico sottomarino, riportando alla luce altre statue e numerosi reperti fittili di notevole interesse storico. Nell’autunno inoltrato del 1982, completata l’esplorazione ed il rilevamento del sito, non restava altro da fare che preservare lo scavo dai predatori e da eventuali atti di vandalismo, coprendolo con lastre di cemento e reti metalliche.

Oltre ad Ulisse e Baios furono recuperate altre sculture: due statue del dio greco Dionisos, una statua stupenda dell’imperatrice Antonia Minore e una copia ritratto di una bambina dall’apparente età di 6-8 anni. L’indagine di scavo subacqueo mise in luce una grande sala rettangolare absidata (un tempo coperta a volta) – lunga m. 18 e larga m. 9,50 – allestita in maniera tale da costituire un triclinio acquatico che offrisse frescura. L’intero impianto, con il letto da mensa (triclinio) in marmo a forma di ferro di cavallo, aveva l’aspetto di uno stibadium (sala da pranzo) uguale a quello descritto da Plinio per la sua villa. Lo stibadium o sala triclinare acquatica, era composto da letti conviviali che poggiavano su un’ampia banchina marmorea; questa era posta tra una canaletta di scarico che cingeva le pareti della grande vasca centrale e quelle laterali. Dalle cronache dell’epoca e dallo scavo del manufatto, si ha conferma che il Ninfeo aveva una vasca centrale colma d’acqua e che al suo interno veniva posto in movimento un ingegno che immetteva acqua verso un canale che costeggiava le nicchie delle statue e sulla superficie dell’acqua navigavano piccole barchette ricolme del cibo offerto ai commensali dalle quali questi, distesi sui triclini, si servivano a piacere. Da alcune statue, poste nelle nicchie dei lati lunghi del ninfeo e da quella di Baios situata nell’abside, zampillava acqua, grazie a tubicini di piombo inseriti nel marmo.

Gli scavi hanno evidenziato come il ninfeo fosse frequentato sino alla tarda antichità, quandi spogliato dei marmi policromi e di alcune statue. Il definitivo abbandono e il conseguente inabissamento del ninfeo, con il relativo crollo della volta, è da imputare ad una virulenta recrudescenza del fenomeno di subsidenza avvenuto nel IV secolo d.C.

Claudio, decorò la sua sala da pranzo con un complesso ciclo iconografico, incentrato sullo scontro tra Ulisse e Polifemo, tema che, oltre ad andare di moda all’epoca, basti pensare alla decorazione della villa di Sperlonga di Tiberio, che aveva una tripliche valenza simbolica.

Il genius loci, Baios, che doveva essere posizionata su un podio in finta roccia alla sinistra di Ulisse, disposta in secondo piano e più in alto, fungeva sia da spettatore allo scontro tra istinto e ragione, barbarie e civiltà, sia tra un tiranno, capace di togliere la vita a capriccio, pessima abitudine di Tiberio e di Caligola, e un uomo che dissimulando le sue capacità e fingendosi sciocco, riuscì a salvarsi la vita, ossia lo stesso Tiberio.

Inoltre, Ulisse era padre di Telegono, mitico fondatore di Tuscolo e antenato della gens Claudia, che così dimostrava di avere altrettanto valore e dignità della Iulia, discendente da Enea e da Venere. Questa sorta di cronaca familiare continuava nel resto del triclinium. Il lato sinistro era dedicato al passato, con le statue di Augusto, di Livia Drusilla, la bisbetica nonna di Claudio, Druso Maggiore, suo padre, nelle vesti di condottiero, e di sua madre Antonia minore, figlia di Marco Antonio (figlio a sua volta di Giulia Antonia, cugina di secondo grado di Gaio Giulio Cesare) e Ottavia (sorella di Augusto, figlia di Gaio Ottavio e Azia, figlia Marco Azio Balbo e della sorella di Gaio Giulio Cesare, Giulia minore… Lo so, gli alberi genealogici dell’epoca fanno impallidire quelli dei Forrester).

Con un pizzico di perfidia, Claudio, quando ci si metteva, ne era capacissimo, Antonia minore era rappresentata come Venus Genitrix, cioè come personificazione di quella Venere che la Gens Julia onorava come progenitrice. Il lato destro, invece era dedicato al futuro.

Per prima cosa, vi erano due statue di Dioniso, per ricordare sia le bisbocce che si svolgevano nel triclinium, sia la vittoria di Ulisse su Polifemo, sia per mostrare la profonda ambiguità del dio. La prima statua rappresentava Dioniso in compagnia del suo animale sacro, la pantera, rielaborando il modello prassitelico dell’Apollo Sauroktonos, l’Apollo che uccide la lucertola.

Il giovane dio si mostra con i capelli annodati dietro la nuca ed è nudo al cospetto dell’animale a lui fedele. Nella mano sinistra, probabilmente, reggeva un tirso (bastone nodoso e contorto sormontato da un viluppo d’edera) posizionato obliquamente tra i due piedi, mentre nella mano destra abbassata, un Kantharos (contenitore usato per bere con alto collo svasato).

Il felino, posizionato tra il drappo e la gamba destra del dio, è accovacciato sulle zampe posteriori, solleva la zampa anteriore sinistra e volge in alto il capo per guardare il suo padrone (l’animale e il dio si fissano). La pantera porta al collo un tralcio di vite, formato da foglie e grappoli d’uva pendenti, annodato sul davanti. Essa mostra la bocca spalancata da cui fuoriesce la lingua, pronta a carpire le gocce del vino che Dionisos, volutamente, lascia cadere dalla coppa.

Secondo tale iconografia, Dioniso è il dio sciamanico dell’ebbrezza e dal caos, il conquistatore dell’India, il protettore di Marco Antonio, che sognava di imitare Alessandro Magno; a sua volta, rappresentato come Apollo, protettore di Augusto, rappresentava la fine della rivalità tra i due triumviri, di fatto rappresentata da Claudio.

L’altro Dioniso, con la corona d’edera, è Liber Pater, il dio aborigeno della fertilità dei campi, eroe civilizzatore e garante della prosperità dei romani: il ruolo insomma che Claudio voleva assumere come governante.

Vi erano infine le statue di due bambini: escludendo i due figli avuti con Elia Petina, perché messi da parte dopo la caduta di Seiano, probabilmente i due dovrebbero essero Britannico e Ottavia, figli di Messalina per cui la decorazione del ninfeo risalirebbe attorno al 46 d.C.

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