Basilica di San Sebastiano

Ai tempi della tarda Repubblica, la valle ad catacumbas, chiamata così per le cave di tufo presenti, cambiò progressivamente destinazione d’uso: le attività estrattive, non più remunerative, a causa della concorrenza di quelle del Gianicolo, di Monteverde e dell’Aniene, che erano facilitate nel trasporto, furono abbandonate e l’area venne utilizzare per le sepolture, anche a seguito della trasformazione residenziale dell’antico cimitero del Campus Esquilinus.

Così, nel I secolo, furono eseguiti una serie di lavori di terrazzamento della pendice settentrionale della valle: sui nuovi spazi così ottenuti furono eseguiti una serie di piccoli colombari e un grande edificio, la così detta Villa Grande, che fino a pochi anni fa, si ipotizzava destinato a uso previdenziale.

E’ probabile, invece, che servisse come spazio dedicato alle celebrazioni funebri dei proprietari di questi colombari, legati per lo più alla casa imperiali e senza dubbio benestanti: a riprova di questo, vi è il fatto che la Villa Grande, costituita da nove ambienti in opera mista disposti intorno ad un cortile centrale, avesse pareti e pavimenti decorati da ricchi mosaici e affreschi a imitazione dei marmi policromi: tra questi spicca rappresentazione di paesaggio marittimo con porto, su cui si conserva un graffito in lingua greca di difficile interpretazione.

All’inizio del II sec, fu abbandonata la cava di pozzolana adiacente a tale complesso funerario, che fu rapidamente trasformata in un piccolo cimitero sotterraneo dai liberti di Traiano; una cinquantina d’anni dopo, però, le volte di tale cava crollarono all’improvviso, innalzando il livello del terreno. Su questo nuovo spazio disponibile, la cosiddetta piazzola, furono rapidamente costruiti tre nuovi sepolcri monumentali pagani.

Il primo apparteneva a “Marcus Clodius Hermes”, come dichiara l’iscrizione superstite, ed era composto di due camere sovrapposte: ben visibili, sopra la facciata, le tracce di un muretto che costituivano il “solarium”, dove i parenti del defunto si riunivano nell’anniversario della morte del congiunto per consumarvi un pasto leggero in suo onore, una sorta di rinfresco detto “refrigerium”. Il secondo sepolcro, detto “degli Innocentiores”, in quanto proprietà di un collegio funeratico, una sorta di associazione finalizzata a fornire una degna sepoltura ai suoi membri così denominato; infine il terzo, detto “dell’ascia”, per la figura di questo arnese incisa nel timpano del frontone; composto da una rampa d’ingresso e di camera sotterranea con la volta a botte ornata di finissimi stucchi.

La Villa Grande fu così destinata ai servizi funebri di questi mausolei, che nel III secolo, cambiarono di proprietà, acquistati da uno o forse due nuovi collegi funerari. Negli stessi anni, a ovest di questo complesso si sviluppò un cimitero sotterraneo, seguito dall’occupazione secondaria dei vecchi colombari con le tombe a inumazione: per facilitarne l’accesso, fu costruito una sorta di ingresso monumentale, la Villa Piccola, una struttura a due piani con le pareti dipinte con eleganti affreschi con motivi decorativi entro sottili fasce rosse e verdi su fondo bianco

Ad un certo punto, verso la metà del III secolo, l’intera piazzola fu interrata così da creare un terrapieno ad un livello superiore in cui schola collegii, la sede dell’associazione funeraria, con la famosa Triclia, una sala coperta porticata utilizzata per banchetti funebri, con un cortile, una nicchia e una scala che scendeva al pozzo sotterraneo.

Questa scuola in origine, come tutto il resto del cimitero, apparteneva ai pagani in maggioranza legati alla casa imperiale. Sembra che solo nel 258 (in seguito alle persecuzioni di Valeriano) siano venuti qui i cristiani, che in quel tempo non potevano accedere al loro cimitero comunale di San Callisto e alle tombe degli Apostoli sul Vaticano e sulla via Ostiense. Probabilmente, qualche ricco cristiano comprò o affittò la proprietà dal Collegio pagano e vi trasferì le reliquie di Pietro e di Paolo, dando origine alla cosiddetta “Memoria Apostolorum”.

Per la sua ambiguità, bene pagano utilizzato dai cristiani, il luogo trasbordò indenne la persecuzione di Diocleziano. Dagli ultimi dati archeologici, sembrerebbe sempre più probabile che la costruzione della Basilica Apostolorum sia stata ordinata da Massenzio, i cui architetti da una parte inventarono le basiliche circiformi, utili per gestire al meglio l’afflusso dei pellegrini, dall’altra crearono l’associazione tra Palazzo e Basilica ecclesiastica, che sarà replicato a Milano, a Costantinopoli e nel Sessorianum.

Basilica circiforme, quella degli Apostoli, senza dubbio grandiosa: unga 74 metri e larga 31, aveva tre navate divise da pilastri sormontati da archi. La copertura, secondo consuetudine, era affidata a semplici capriate lignee a vista ed il pavimento era completamente lastricato di tombe, come anche le pareti. Numerosi mausolei, a pianta centrale o a struttura basilicale, vennero in seguito costruiti attorno alla chiesa, il più importante dei quali, databile alla fine del IV secolo, di forma irregolare, è quello detto “Platonia”, che la tradizione vuole sia la cripta dove i due apostoli trovarono sepoltura. Per tale motivo papa Damaso lo fece rivestire con lastre di marmo che nel basso latino erano dette “platoniae”: di fatto era un mausoleo privato costruito ad opera di una comunità della Pannonia, dove furono deposte, tra la fine del IV e gli inizi del V secolo, le spoglie del vescovo e martire San Quirino di Siscia.

Secondo il Liber Ponticalis Papa Damaso fece anche erigere nel centro della Basilica una sorta di cenotafio in onore di Pietro e di Paolo, su cui fece incidere una poesia in loro onore.

Bic habitasse prius sanctos cognoscere debes nomina quisq(ue) Petri pariter Pauliq(ue) requiris. Discipulos Oriens misit, quod sponte fatemur; sanguinis ob meritllm Christumq(ue) per astra secuti aetherios petiere sinus regnaque piorum: Roma suos potillis meruit defendere cives. Baec Damasus vestras referat, nova sidera,laudes

ossia in italiano:

Tu che vai cercando i nomi di Pietro e Paolo sappi che i santi dimorarono qui in passato. Questi Apostoli ce li mandò l’Oriente, lo riconosciamo volentieri, ma in virtù del martirio (seguendo Cristo su per le stelle vennero nelle regioni celesti e nel regno dei giusti) Roma poté rivendicarli suoi cittadini. Questo voleva dir Damaso in vostra lode, o nuove stelle

Come tutte le chiese cimiteriali, la Basilica Apostolorum non aveva un proprio clero stabile, ma era alle dipendenze di qualche chiesa parrocchiale urbana. Da diverse iscrizioni sappiamo che ne aveva cura il clero del titulus Byzantis, cioè dei Santi Giovanni e Paolo al Celio.

Forse per assicurare al santuario un servizio più regolare, Sisto III (432-440) fondò due monasteri, uno maschile e uno femminile. Nei decenni successivi, nella Basilica Apostolorum furono trasferite le reliquie di Sebastiano, che progressivamente sostituì nel culto e nella denominazione Pietro e Paolo.La testimonianza di questo cambiamento ce la da papa Gregorio Magno, con la sua omelia 37 in Evangelia: in basilica S. Sebastiani, die natali eius.

Omelia che colpì la fantasia dei romani, che portò alla nascita della leggenda che, celebrando Gregorio la messa in San Sebastiano fuori le mura, un angelo gli fece da chirichetto, dicendo

in isto loco promissio vera est et peccato rum remissio, splendor et lux perpetua et sine ne letitia , quam meruit Christi martyr Sebastianus

Nell’826 il corpo di Sebastiano, conservato nella cripta, fu rimosso e trasferito a San Pietro per volere di Eugenio II, probabilmente per timore dei Saraceni, precauzione quanto mai fondata, visto che circa venti anni dopo la chiesa venne investita in pieno dalla terribile incursione dei pirati ed il monastero, che subì i danni maggiori, fu, sia pure per breve tempo, abbandonato. Pochi anni dopo, Niccolò I (858-67) provvide a rifondare il complesso che tre secoli più tardi fu affidato ai Cistercensi di S.Bernardo. Nel 1218 Onorio III, in occasione dei restauri del complesso, riportò i resti del martire nella cripta, conservati ancora oggi presso la Cappella di S.Sebastiano, a sinistra dell’altare maggiore.

L’altare del santo ospita un bellissimo monumento, opera di Giuseppe Giorgetti su disegno del Bernini, ed il suo corpo, trafitto di frecce, riposa sotto l’altare nella stessa conca di marmo dove lo pose Onorio III. In occasione del restauro furono costruiti il campanile (oggi profondamente trasformato) ed il chiostro, rinvenuto nel corso degli scavi novecenteschi sotto la navata sinistra. Soltanto nel 1563 la basilica subì un nuovo intervento, limitato, peraltro, alla zona dell’altare maggiore, il quale, in origine posto in mezzo alla navata, venne spostato lungo la parete destra. La trasformazione del complesso nelle forme attuali ebbe luogo una ventina d’anni più tardi, quando i Cistercensi, che l’avevano sempre officiata, eccezion fatta per i due secoli in cui furono sostituiti dai Canonici Regolari del Laterano, abbandonarono la chiesa: essa allora fu data in commenda al cardinale Scipione Borghese, nipote di Paolo V, che promosse una profonda opera di ristrutturazione tra il 1608 ed il 1613, affidata in un primo momento a Flaminio Ponzio e, dopo la sua morte, a Giovanni Vasanzio. Furono rifatti soffitto e pavimento, iniziate le due cappelle delle Reliquie e di S.Sebastiano e rinnovata l’architettura generale, compresa la facciata.

Quest’ultima presenta un grande portico a tre arcate, che poggia su quattro coppie di colonne antiche in granito, sormontate da altrettanti capitelli ionici. L’ordine superiore, scandito da coppie di paraste che separano tre finestre dal timpano curvilineo, culmina in un frontone triangolare, sopra il quale spiccava lo stemma nobiliare dei Borghese, successivamente scalpellato.

La cornice marcapiano, che separa i due ordini, reca l’iscrizione:

« SCIPIO CARD(inale] BURGHENSIUS, S[acrae] R[omae] E[cclesiae] MAJOR PENITENTIARIUS, AN[no] DOM[ini] MDCXII »

L’opera del cardinale, che richiamò i Cistercensi nel monastero, fu continuata dal cardinale Francesco Barberini e dal papa Clemente XI Albani che, oltre a erigerla a sede parrocchiale il 18 aprile 1714, commissionò una cappella, ricca di marmi e decorata con le storie di San Fabiano, architetto Carlo Fontana, con la collaborazione di Alessandro Specchi e Filippo Barigioni.

San Sebastiano divenne l’apice del famoso pellegrinaggio delle Sette Chiese istituito da San Filippo Neri e conserva, al suo interno, una delle frecce estratte dal corpo di Santo, la colonna alla quale fu legato per l’esecuzione della condanna a morte e l’originale ex-voto pagano che secondo la tradizione riprodurrebbe le impronte dei piedi di Gesù durante l’incontro con Pietro avvenuto dinanzi alla chiesa del “Domine, quo vadis?”.

I monaci cistercensi amministrarono il complesso fino al 23 giugno 1826, quando papa Leone XII (1823-1829) con la lettera apostolica Ex locis sacris fu affidato all’Ordine dei Frati Minori, che l’amministrano tuttora. Chiesa che, oltre a conservare, per una serie di bislacche vicende, il mio certificato di battesimo, custodisce il Salvator Mundi l’ultima scultura di mano dello scultore barocco Gian Lorenzo Bernini, eseguita nel 1679, quando l’artista aveva ormai ottant’anni, e da lui lasciata in testamento all’amica e committente la regina Cristina di Svezia. Quando la regina morì, nel 1689, lasciò il busto a Innocenzo XI. Nel 1713 è citato in un inventario di Palazzo Odescalchi:

Un busto di marmo, che rappresenta il Salvatore con una mano, e panneggiamento scolpito dal Bernini; alto palmi di passetto 4 e due terzi, il suo piedistallo è diaspro di Sicilia, alto palmo uno et un quarto, largo di sotto due palmi et un quarto qual busto vien sostenuto con ambo le mani da due angioli, che sono in ginocchio sopra ungran piede il tutto di legno dorato, quali assieme col zoccolo son alti palmi nove di passetto

Nel 1851 è l’opera è forse citata nell’inventario di Palazzo Albani, che l’avevano ottenuta in eredità dagli Odescalchi: nel 1852, con la morte dell’ultimo erede Albani, il busto fu posto sagrestia della cappella funeraria della famiglia in San Sebastiano fuori le Mura, dove se ne perse memoria.

L’opera fu “riscoperto” nel 2001 da Francesco Petrucci, forse il più grande studioso vivente del Bernini, che ne vide una foto in una mostra in cui era capitato per caso..

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