Il Satyricon di Petronio

Una delle fonti di ispirazione di Io, Druso è sicuramente il Satyricon: per una volta, per una serie di motivi archeologici, linguistici e storici, mi sento di accodarmi alla tradizione, datando l’opera ai tempi di Nerone: che l’autore sia il buon Petronio Arbitro, citato da Quo Vadis e da Tacito, o come sostengono altre filologi, l’omonimo liberto di Nerone, che finanziò gli spettacoli dell’Anfiteatro minore di Pozzuoli, non sono in grado di dirlo: la seconda ipotesi, ad esempio, permetterebbe di spiegare i capitoli campani del romanzo e renderebbe Trimalcione una sorta di autoritratto dell’autore.

Però, una cosa è certa: Petronio è il Thomas Pynchon dell’antichità classica, per la sua straordinaria capacità di mischiare generi e linguaggi. Per ognuno dei personaggi si possono distinguere le specifiche varietà di latino che l’autore ha utilizzato per preservare e/o per potenziare l’effetto retorico , individualizzando i personaggi in relazione alla loro provenienza, alla loro funzione narrativa, ai loro modelli culturali di riferimento e al loro status sociale: nell’ambito di questa accentuata eterogeneità di forme e linguaggi, allora, il narratore Encolpio parla da scholasticus, il poeta Eumolpo poeticamente, il retore Agamennone retoricamente, i liberti parlano la lingua dei liberti e così via, sino al trionfo del sermo plebeius di Trimalcione.

Sperimentazione linguistica, che non significa realismo: il testo petroniano vive di una continua e strisciante antinomia tra verità e illusione, ovvero di una contrapposizione tra storicità ed artificio nell’ambito della quale i confini tra realtà e finzione appaiono sempre incerti e mutabili.

Petronio non vuole riprodurre in maniera pedissequa la realtà, ma al contrario quello di ritrarre in modo riflesso ed indiretto il reale attraverso la coscienza e la percezione che di esso hanno i personaggi sulla scena: processo amplificato sia dall’inserimento nella trama del romanzo di elementi di metaletteratura, sia alta, con la parodia dell’epica, della lirica amorosa e del romanzo alessandrino, sia bassa, con elementi di derivazione popolare e folklorica all’interno del tessuto narrativo, sia dalla costante frizione tra ciò che i protagonisti credono (e riportano verbalmente) e ciò che realmente loro accade.

Se questo attrito tra realtà e artificio soggiace all’intera costruzione narrativa petroniana, ciò è dovuto prevalentemente al fatto che tutta la vicenda è convogliata attraverso il filtro parziale e deformante del narratore Encolpio, dal greco “che sta nel grembo”, ingenuo,opposto all’astuto Odisseo,

Figura di scholasticus disadattato, caratterizzato dallo statuto palesemente antieroico di améchanos, egli appare assolutamente predisposto a vivere, prima, e a rileggere, dopo, la sua storia attraverso la lente di tutte quelle fonti letterarie che tende compulsivamente a richiamare alla memoria. Di conseguenza, proiettando le sue azioni su quelle dei più celebri eroi greco-latini che gli si offrono come paradigmi etici e culturali, il giovane protagonista interpone tra lui e il mondo la letteratura, ovvero il bisogno irrefrenabile di replicare le gloriose imprese dei suoi modelli mitici (e non). Essendo sempre in preda alle sue vacue e smodate smanie letterarie, Encolpio, con la sua innata propensione ad un atteggiamento sublimizzante, distorce la realtà, trasformandola in una mera costruzione culturale poco sensibile ad un’adeguata e veritiera valutazione dei fatti.

Purtroppo di questa complessa e parodica rappresentazione del mondo, ne abbiamo perduto la maggior parte, in un periodo antecedente al IX dopo Cristo, epoca a cui si possono far risalire i dati più antichi della tradizione manoscritta: secondo i calcoli moderni il Satyricon doveva constare di almeno 20 o di 24 libri, numero canonico della narrazione epica.

Tuttavia, con enorme fatica, i filologi, con un impegno degno di Sherlock Holmes, sono riusciti a ricostruire a grandi linee la sua trama complessiva: il romanzo probabilmente cominciava con un preludio ambientato a Marsiglia, probabile città di origine di Petronio, in cui si presentava Encolpio e si raccontava il motivo dell’ira di Priapo, legato probabilmente alla profazione di un rito in suo onore o alla distruzione accidentale di un suo simulacro.

A riprova di questo abbiamo la testimonianza, alquanto criptica di Sidonio Apollinare, che, prima di trovarsi per caso vescovo e santo, era un altro funzionario della burocrazia imperiale e un ottimo critico letterario: Sidonio definì Petronio

“emulo dell’ellespontiaco Priapo, coltivatore del sacro palo attraverso i giardini di Marsiglia”

L’ira di Priapo probabilmente scatenò sulla città un’epidemia: se dobbiamo fare riferimento a un topos della tragedia greca, i marsigliesi dovettero rivolgersi a un oracolo, per capire il motivo dello sdegno divino. Ricevuta una risposta criptica, dopo una serie di investigazioni, che come Edipo dovettero coinvolgere anche Encolpio, ne scoprirono la colpa.

Di conseguenza, il protagonista sarebbe stato cacciato a pedate dalla città, come capro espiatorio: a tale senso, abbiamo una testimonianza di Servio, il commentatore dell’Eneide

Ogni qual volta gli abitanti di Marsiglia erano colpiti da una pestilenza, uno dei cittadini poveri si offriva di farsi mantenere per un anno con cibi di qualità a spese pubbliche. A fine anno, costui veniva condotto in giro per la città adorno di verbene e vesti sacre: bersaglio di maledizioni, perché ricadessero su di lui i mali di tutti, da ultimo veniva espulso. Questo si è letto in Petronio

Con l’esilio avrebbe inizio il viaggio di Encolpio verso sud, parte per terra e parte per mare. Durante il viaggio verso l’Italia Meridionale l’incontro e l’inizio della relazione omosessuale con lo schiavetto Gitone, il cui nome significa “vicino di letto”. Questi, all’incirca, sarebbero gli avvenimenti narrati nei primi 10 libri. Nei quattro libri successivi la narrazione, fattasi più serrata, dovrebbe comprendere un tratto del viaggio su nave e il primo incontro con la prostituta Trifena e il suo amante Lica di Taranto, le cui strade si dividono in maniera assai burrascosa, l’incontro con il comprimario, il rozzo Ascilto, dal greco “instancabile” nel letto, e la formazione di un instabile triangolo erotico non alieno da furti e misfatti, infine l’arrivo in una Graeca urbs dell’Italia del Sud, forse Pozzuoli.

Qui Encolpio, per guadagnarsi da vivere, si improvvisa maestro di retorica e per attirare nuovi allievi, comincia declama sulla decadenza dell’eloquenza, imputandola alla scuola dalla quale nulla i giovani apprendono di quel che offre la vita vera; ma vengono trasportati in un mondo fittizio di pirati, di tiranni, di pestilenze scongiurate da sacrifici umani. La declamazione è interrotta dalla contraria discorso di un altro retore di professione, Agamennone, che ha come assistente un certo Menelao, il quale a sua volta riconosce il male, ma ne vuole far ricadere la colpa sulle esigenze delle famiglie.

Mentre Encolpio sta tutt’orecchi a sentire, Ascilto, scompare. Sospettando qualche fregatura, Encolpio lo pedina, sino all’albergo dove dimorano assieme a Gitone, che tra le lacrime gli racconta che Ascilto ha tentato di violentarlo.

Encolpio e Ascilto attaccano a litigare di brutto, ma ricordandosi come abbiano difficoltà a pagare la pigione, si rappacificano alla meno peggio e si accordano per vendere al mercato un pallio rubato. Alla mercanzia s’accosta un compratore, un villano, accompagnato da una donna velata: egli vende a sua volta una lacera tunica perduta dai nostri messeri, che avevano cucito nella fodera di quello straccio (e il villano non se n’è accorto) un bel gruzzolo, evidentemente di non pulita provenienza.

Riconosciuta la tunica, essi vogliono recuperarla, e ne nasce una zuffa tra le due compagnie che si danno reciprocamente del ladro, poi, fattasi gente, per timore del peggio, si affrettano a restituirsi vicendevolmente gli oggetti contesi. Encolpio e Ascilto ritornano con la preziosa tunica all’albergo, dove trovano da Gitone preparata la cena. Ma, appena finito di rimpinzarsi, si picchia alla porta, la porta prima ancora di essere aperta cede, ed entra la donna velata di prima, che si rivela per ancella della sacerdotessa di Priapo, Quartilla. E anche Quartilla è lì, accompagnata da una bambina.

Il trio, ha assistito, senza permesso, a un rito priapeo e la sacerdotessa è angosciata dal pensiero che il mistero possa essere svelato. Molto rumore anche questa volta per nulla. Encolpio, però, non volendo ripetere gli errori del Passato, convince Quartilla del fatto che i segreti siano mantenuti: così seguono due o tre giorni di baldoria con la sacerdotessa e le sue ancelle: celebrate le nozze precoci tra Gìtone e la giovanissima servetta Pannichide, con relativa orgia, i nostri eroi si accodano al retore Agamennone, per infilarsi a scrocco dal buon Trimalcione, tappa consacrata alle avventure dello sguardo e della parola, come vivace spaccato sociale in cui si intrecciano fortune personali e comportamenti di classe, conflitti culturali e antagonismi linguistici, il tutto nella cornice spettacolare di fastose esibizioni di ricchezza e di miserie morali.

La cena è pantagruelica; ma l’abbondanza e la ricchezza dell’apparato vi fanno a gara con la sguaiataggine e la presunzione ignorante dei convitati, liberti rifatti come il padrone di casa, che entra nel triclinio, quando gli ospiti sono già intenti all’antipasto, portato a suon di musica e carico di gioielli, e vi seguita il solitario che aveva incominciato. Le pietanze vengono presentate nelle forme più inaspettate. Con il lusso s’accompagna lo spreco. E come di ricchezza, così quel bestione fa pompa di letteratura e di dottrina, poiché possiede due biblioteche, una greca e una latina e professa la massima che a tavola non si deve dimenticare la cultura. Un discorso astrologica secondo il gusto del tempo gli è suggerita da una teglia, che viene in tavola ornata dei segni dello zodiaco.

Invasato di erudita mania, cita Virgilio, dichiara Mopso, scambiato forse per Museo, il sommo dei poeti, istituisce tra Cicerone e Publilio un confronto, che si conclude definendo il primo più eloquente, il secondo più morale. Spropositando a tutto spiano, fa sapere di possedere un servizio di bicchieri d’argento, nei quali è effigiata Cassandra (e voleva dire Medea) che sgozza i suoi figli, e un boccale, nel quale si vede Dedalo, scambiato con Epeo, che chiude Niobe dentro il cavallo di legno. Commentando un’azione pantomimica che viene rappresentata durante il banchetto, ci dice che Elena era sorella di Diomede e di Ganimede, e Agamennone la rapì sostituendole una cerva. Onde scoppiò la guerra fra Troiani e Parentini, terminata con la vittoria di Agamennone che diede sua figlia Ifigenia in moglie ad Achille, provocando così la pazzia d’Aiace Né la sua geografia è più solida delle sue conoscenze storiche; certo suo buon vinetto che, fa venire l’acquolina in bocca ai convitati, viene da un podere suburbano, che Trimalcione non ha ancora mai visto, ma opina si trovi ai confini di Taranto e Terracina.

Per queste e simili corbellerie e per la mala creanza, di cui ha frequente occasione di fare sfoggio il padrone di casa, sino a gettare un bicchiere in faccia alla moglie gelosa , i nostri eroi ne avevano abbastanza di quel manicomio, ma non sapevano in che modo potersi mettere in salvo. Un’ultima trovata di Trimalcione li aiuta, dato che si getta come morto sulla sponda del letto e fa intonare una marcia funebre; ma la marcia è sonata con tanta forza, che è intesa dai vigili come un appello al soccorso; essi penetrano d’un tratto nella casa per spegnere il supposto incendio. Nel subbuglio i nostri guadagnano l’uscita.

Tornati all’albergo, Ascilto ed Encolpio tornano ad azzuffarsi per il ragazzo; sicché questa volta si dividono. Gitone preferisce seguire Ascilto e abbandona Encolpio; rimasto solo, il nostro eroe, come Arianna a Nasso, recita il ruolo dell’amante abbandonato, per poi cercare conforto alla sua disperazione in una pinacoteca, dove incontra una sorprendente figura di anziano poetastro dal nome antifrastico: Eumolpo (“bravo cantore”). Il nuovo arrivato dà subito un saggio delle sue capacità affabulatorie, narrando dapprima la piccante vicenda del “Fanciullino di Pergamo” (esempio di fabula Milesia), poi recitando uno spezzone di poema sulla Presa di Troia; la recita ha come risultato le sassate dei presenti.

Partono dunque i tre, ma per i casi della vita, si imbarcano sulla nave di Lica di Taranto e di Trifena: i due malcapitati, resosi conto del casino, per evitare di essere buttati in mare, come Totò e Peppino, si travestono da schiavi fuggiti del vecchio, venendo però scoperti. Così sulla nave si susseguono pericolosi incontri e riconoscimenti, contese e pacificazioni, momenti distensivi occupati dalla narrazione – per bocca di Eumolpo – della novella della “Matrona di Efeso” (altra fabula Milesia)

Se non che, quando tutto pare andare per il meglio, ecco una tempesta: la nave va alla deriva, Encolpio, Gitone ed Eumolpo naufragano così su una spiaggia presso Crotone, città dove si vive con quell’industria di far la corte ai vecchi senza figliuoli, che doveva essere abbastanza diffusa, se ripresa più d’una volta da Cicerone, la ritroviamo satireggiata da Orazio e poi da Giovenale e da Luciano.

Durante il cammino si discute di poesia ed Eumolpo recita 295 esametri epici sul tema del Bellum civile tra Cesare e Pompeo, pieno di citazioni virgiliane, in una sorta di comica polemica letteraria con Lucano.

Scoperta l’abitudine locale , i tre malandrini ordiscono un geniale complotto. I due giovani tornano a fingersi schiavi di Eumolpo e questi un ricco signore, che, viaggiando per distrarsi della perdita dell’unico figlio, sia stato sorpreso da un naufragio e abbia perduto quanto aveva con sé, ma gli restino ancora in Africa trenta milioni di sesterzi e tanto esercito di servi nei latifondi di Numidia, da poter espugnare Cartagine. Così riescono a passarsela bene in Crotone alle spalle dei gonzi che credono a cotesta finzione; ma Encolpio, richiesto d’amore da una bellissima signora del luogo, di nome Circe, non riesce con suo grande scorno a soddisfarla, nonostante il ricorso ai sortilegi di una vecchia maliarda. Impotenza attribuita all’ira di Priapo (parodia di tema epico, l’ira di Poseidone per Odisseo o l’ira di Giunone per di Enea) e sanata in extremis per divino intervento divino

Il testo per noi si interrompe col testamento di Eumolpo, il quale escogita un intrigante espediente per liberarsi dei cacciatori d’eredità; a coloro che sperano di diventare suoi eredi pone l’obbligo di cibarsi del suo cadavere, in una sorta di parodia dell’Ultima Cena evangelica.

Con gli episodi ambientati a Crotone si giunge alla fine del XVI o, tutt’al più, al XVII libro. Ma il Satyricon originario continuava per altri tre o sette libri. Per via d’ipotesi, si può immaginare che dal XVIII libro Eumolpo esca di scena, mentre Encolpio e Gitone si imbarcherebbero per l’Egitto, patria di dottrine religiose ed esoteriche. Durante il viaggio o in terra egiziana è pensabile che alla coppia si unisca un terzo personaggio, amico e rivale, col risultato di ricostituire così il terzetto omoerotico che sembra tema portante dell’opera, come parodia delle convenzionali storie d’amore.

L’Egitto, però, non sarebbe l’ultima tappa, in quanto sono ipotizzabili un passaggio in Grecia e infine un ultimo tragitto verso l’imboccatura orientale dell’Ellesponto, alla volta di Lampsaco, la città nota per il culto di Priapo, dove Encolpio potrebbe espiare le colpe commesse ed essere iniziato ai rituali del dio: finale che così fungerebbe da ispirazione alle Metamorfosi di Apuleio.

2 pensieri su “Il Satyricon di Petronio

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