Fabula Milesia

Aristide di Mileto, anche se il suo nome non dice nulla al grande pubblico, è tra gli autori greci che hanno influenzato di più la storia della letteratura. Aristide fu infatti autore, intorno al 100 a.C., dei Milesiaká, una raccolta di novelle erotiche, nessuna delle quali ci è però conservata, che acquistarono enorme popolarità tra Greci e Romani.

Dalla Ionia arrivarono poi a Roma attraverso la traduzione in latino di Lucio Sisenna, storico e oratore del I secolo a.C., e qui ebbero un’ampia diffusione e un notevole successo, diventando una sorta di bestseller dell’epoca. Ne siamo certi poiché Plutarco, nella Vita di Crasso, racconta che, durante la battaglia contro i Parti a Carre (53 a.C.), racconta che la truppa nelle pause della battaglia, si distraeva con proprio leggendo la Milesiaká.

Ovidio, nei Tristia, per protestare espressamente contro le motivazioni del suo esilio, al quale sarebbe stato condannato probabilmente a causa dell’eccessiva licenziosità dell’Ars Amatoria, afferma che sia Aristide sia Sisenna avevano legato il proprio nome ad un genere più sfrontato del suo, eppure non erano stati esiliati:

“iunxit Aristides milesia crimina secum / pulsus Aristides nec tamen urbe sua est” (Trist., II, 413-414)

oppure in

“vertit Aristiden Sisenna nec obfuit illi historiae turpes inseruisse iocos” (Trist., II, 443-444)

Ma quale fu il motivo di tale successo ? Da una parte, la ricchezza di temi, che andavano dall’erotico al macabro, dall’altra l’utilizzo di un narratore omodiegetico (interno al romanzo, in prima persona) che identificandosi spesso nel protagonista avrebbe narrato i fatti come personalmente vissuti o uditi, creando una cornice metanarrativa che raccoglieva in un unico continuum le diverse novelle.

Quest’ultima invenzione ha avuto un incredibile successo nella narrativa mondiale: pensiamo al Decameron di Boccaccio, a Le Mille e una Notte, ai Racconti di Canterbury di Chaucer o, per rimanere nella fantascienza a I Canti di Hyperion di Dan Simmons.

Nella stessa letteratura latina, l’invenzione di Aristide ebbe notevole diffusione, essendo imitata ad esempio da Apuleio e da Petronio. Ovviamente, in Io, Druso, non potevo non omaggiare le Milesiaká, riscrivendo una delle più note, La matrona di Efeso rendendone protagonisti quei tizi bislacchi dei fratelli Lupinus.

Sorrisi, ricordando quei due avventurieri e mi diedi dell’idiota, per avere avuto la tentazione, pochi istanti prima, di credere alle loro bugie.

“Chissà che fine avranno fatto, quei due cialtroni… Non vorrei fossero finiti nello stomaco di qualche selvaggio”.

Cingetorige scosse il capo.

“Claudio, è più probabile il contrario; di certo, non si staranno annoiando; quei due sono capaci, nello stesso giorno, di costruire una fortuna dal nulla e al contempo, di dissiparla. Demetrio, ti ricordi cosa combinarono a Efeso?”.

Il mio liberto siriano socchiuse gli occhi, frugando nei ricordi.

“Quando, per non pagare un debito con noi, volevano farci credere che Lucio, il loro socio che custodiva la cassa, per colpa di una servetta distratta e di un unguento magico, senza dubbio meno puzzolente di questo, in Tessaglia fosse stato trasformato in un asino e che in tale forma, fosse stato poi portato via da dei briganti? E per questa ragione, non avevano la minima idea di dove fosse finita la cifra che ci dovevano?”.

Cingetorige annui, con gli occhi che gli brillavano.

“E come no… Le risate quando ci si presentarono davanti con un povero ciuchino, rubato chissà dove, e attaccarono a scuoterlo e insultarlo, dicendo

Maledetto Lucio, confessa dove hai nascosto i nostri denari! Dai, raglia qualcosa

Finché la povera bestia, esasperata, diede un calcione a entrambi, per poi recarsi a brucare un cespuglio di rose. Tra l’altro, ma questo lo scoprii molto dopo, il buon Lucio, vittima di una crisi religiosa, era diventato sacerdote di Iside, lasciando però a quei due trafficoni tutto l’oro… Chissà in quale folle impresa sarà stato dissipato”.

Demetrio, con la testa fra le nuvole, si alzò dal triclinio, rischiando di inciampare, poi si girò, per rivolgersi al suo sodale

“E quello che successe dopo, con la tresca tra Vibius e la vedovella? Altro che commedie di Plauto e di Terenzio!”.

Cingetorige, assetato, bevve un sorso d’acqua da un otre posto accanto al suo triclinio, per poi sputare a terra.

“Come dimenticarlo… Claudio, aguzze le orecchie, che ascolterai una storia difficile a ripetersi. In quei giorni, a Efeso vi era una giovane sposa, famosa per la pudicizia, per la bellezza e per le ricchezze, tanto che accorrevano ad ammirarla anche le donne dei paesi vicini. Per una disgrazia, perse presto il marito, assai più anziano di lei; la donzella, invece che farsene una ragione e tornare a godersi la vita, fu travolta un umore nero e malinconico. Non soddisfatta di accompagnarne il feretro, come si usa comunemente, con i capelli sciolti e di battersi il petto nudo sotto gli occhi della folla, volle seguire il defunto anche nella tomba e, dopo che il suo corpo fu deposto in una camera sotterranea secondo l’usanza greca, incominciò a custodirlo e a piangerlo giorno e notte senza mai smettere.
Così si affliggeva e si ostinava a lasciarsi morire d’inedia e né i genitori né i parenti riuscirono ad allontanarla da lì. Da ultimo perfino i magistrati, respinti, se ne andarono e quella donna, esempio di singolare virtù, compianta da tutti, non toccava cibo ormai da cinque giorni.

Assisteva la vedovella una fedelissima ancella che piangeva insieme a lei e che tutte le volte che la lampada posta dentro la tomba si affievoliva, la ravvivava. In tutta Efeso pertanto non si parlava d’altro e gli uomini di ogni ceto sociale riconoscevano che non c’era mai stato esempio più fulgido di vera pudicizia e di vero amore.

Nel frattempo, a forza di randellate in capo, avevamo convinto Gaius e Vibius Lupinus a lasciare in pace il povero somaro e trovare un modo più concreto, efficace e veloce per ottenere la cifra che ci dovevano. Per cui, a malincuore, i due fratelli furono costretti a impegnarsi in una delle cose che più disprezzavano: lavorare duramente.

Gaius finì a vendere presunti tappeti della Persia, della Battriana e della Sogdiana, nel mercato locale, mentre Vibius si arruolò come mercenario al servizio del governatore della provincia, il quale aveva appena fatto crocifiggere due ladroni e un ciarlatano proprio vicino a quell’edicola in cui la matrona piangeva il cadavere ancora fresco del marito.

Per evitare che i parenti sottraessero i corpi e dessero loro sepoltura, qualcuno doveva farvi da guardia: compito noioso e ingrato, che toccò a Vibius, l’ultimo arrivato. Mentre sbadigliava come uno degli ippopotami del Nilo, il fratello furbo dei Lupinus si accorse di una luce risplendeva sempre più vivida tra i monumenti funebri e del gemito di qualcuno che piangeva; una persona normale, con un minimo di cervello, si sarebbe impaurita, ma questo non era il caso di Vibius, che per vincere la noia e per insana curiosità, corse a impicciarsi.

Scese quindi nel sepolcro e, vista una donna bellissima, in un primo momento si fermò sbigottito come davanti ad un fantasma o ad un’apparizione infernale, poi le chiese quale tesoro custodisse, infine, dinanzi alle lacrime, al volto graffiato e al silenzio, resosi conto della situazione reale, del fatto cioè che la vedova non poteva sopportare la perdita del marito, decise di farle compagnia.

Portò nel sepolcro la sua cenetta, perché in fondo, è meglio mangiare in compagnia, per quanto musona, che soli come un cane, incominciò ad esortare la donna in lacrime a non perseverare in un dolore del tutto inutile e a non rompersi il petto con singhiozzi che non avrebbero portato alcun giovamento. Ripetendo come un pappagallo le chiacchiere che aveva orecchiato da qualche filosofo stoico, Vibius le ripeteva come tutti gli esseri umani dovessero fare la stessa fine e che li attendesse la stessa dimora, aggiungendo, tra un boccone e l’altro, tutte le altre parole con le quali si consolano gli animi affranti.

Ma la vedovella, ferita da quel tentativo di consolazione per lei senza senso, si lacerò con furia maggiore il petto e, strappatisi i capelli, li depose sul cadavere del marito lì disteso. Vibius, testardo come un mulo, non solo non si arrese, ma, continuando ad esortarla nello stesso modo, tentò di dare del cibo alla povera donna, finché l’ancella, vinta dal profumo del vino che le pareva un nettare, dapprima proprio lei, senza opporre più resistenza, porse la sua mano verso il gentile invito, poi, rifocillata dalla bevanda e dal cibo, incominciò a prendere d’assalto l’ostinazione della padrona dicendo:

“A che ti gioverà tutto questo se ti lascerai morire di fame, se ti seppellirai viva, se esalerai la tua anima innocente prima che il destino lo voglia? Credi che le ceneri o i mani sepolti sentano tutto ciò? Vuoi tu ritornare a vivere? Vuoi sì o no toglierti dalla testa queste stupidaggini da donnetta e godere della gioia della luce del sole quanto più a lungo possibile? Il corpo stesso di questo morto qui disteso ti deve ammonire a vivere”.

Nessuno è sordo quando viene invitato a mangiare o a vivere e così la donna, indebolita dall’astinenza di alcuni giorni, lasciò che venisse spezzata la sua ostinazione e si rimpinzò di cibo non meno avidamente dell’ancella, che si era arresa per prima.

Del resto, Claudio, sai bene quale altra tentazione suole farsi avanti quando la pancia è piena. Tutto poi si può dire al buon Vibius, tranne che sia insensibile al fascino femminile: essendo la notte lunga e la compagnia dei cadaveri crocifissi assai poco piacevole, con quelle stesse lusinghe con cui aveva ottenuto che la donna avesse ritrovato la voglia di vivere, diede l’assalto anche alla sua virtù.

E benché Vibius non sia certo un adone, compensa il suo aspetto con il suo parlare agile e forbito, che agli sciocchi lo fa apparire migliore di quello che è; per chi digiuna da lungo tempo, anche un tozzo di pane secco può apparire un sontuoso banchetto. Infine, il fratello Lupinus ebbe un’imprevista alleata nell’ancella, che grata di essere sfuggita alla morte per inedia, cercava di metterlo in buona luce e diceva ripetutamente:

“Combatterai anche contro un amore che già ti ha preso il cuore?”

A farla breve, la donna non tenne a digiuno neppure quest’altra parte del corpo e Vibius, vincitore, riuscì a piegarla per un verso e per l’altro. Giacquero dunque insieme non solo quella notte, ma anche il giorno seguente e quello dopo ancora, naturalmente dopo aver ben chiuso le porte del sepolcro, di modo che, chiunque si fosse avvicinato al monumento funebre, conosciuto o sconosciuto che fosse, pensasse che la castissima moglie fosse morta sopra il corpo del marito.

Intanto Vibius, attratto dalla bellezza della donna, dalla segretezza di quell’amore, e dalla perversione di una situazione, invece di mettere da parte i denari per ripagare il debito che aveva con noi, comprava tutto ciò che di buono poteva con i suoi scarsi mezzi e subito, al calar della notte, lo portava nella tomba.

Perciò i parenti di uno dei crocifissi, quello condannato per ciarlataneria, come videro che la sorveglianza era diventata meno stretta, una notte tirarono giù il loro congiunto appeso e gli resero gli estremi onori. Ma Vibius, raggirato mentre si dava al bel tempo, non appena il giorno seguente vide una delle croci senza cadavere, temendo di essere giustiziato, spiegò alla donna che cosa fosse successo: e aggiunse, con il suo solito fare melodrammatico che non avrebbe aspettato la sentenza del giudice, ma avrebbe fatto giustizia della sua incuria con la spada. Solo, concedesse lei stessa un posto a lui che stava per morire e rendesse comune al marito e all’amante quel sepolcro fatale. In verità, conoscendolo, non aveva nessunissima intenzione di anticipare la sua discesa nell’Ade. Fingendo il suicidio, sarebbe scappato dalla meritata punizione, lasciando sia la donna, sia noi con un palmo di naso.

La vedovella, non meno pietosa che casta, e non avendo ancora capito con quale pessimo soggetto avesse a che fare, rispose:

“Gli dèi non permettano che io veda in così breve tempo i due funerali dei due uomini a me più cari! Preferisco appendere alla croce il morto che far morire il vivo”.

Conformemente a questo discorso, ordinò di togliere dalla bara il cadavere di suo marito e di attaccarlo alla croce che era rimasta libera. Il soldato mise in atto la trovata di quella donna così assennata, e il giorno dopo la gente si chiese con meraviglia come avesse fatto il morto a salire in croce.

Il giorno successivo, dopo avere saldato il debito con noi, Vibius, Gaius, la vedovella e la sua ancella se la filarono alla chetichella da Efeso; dopo un mese, i due fratelli Lupinus, mollarono le due donne, per partire alla ricerca della tomba di un misterioso re della Serica, che la leggenda dice essere custodita da migliaia di guerrieri di terracotta.

Così la donna, famosa per la pudicizia, e la sua ancella, per campare, aprirono un bordello ad Alicarnasso”.

Tra l’altro, l’originale della Matrona di Efeso, ha delle somiglianze molto spinte, come in altri brani del Satyricon, con quanto narrato nel Vangelo di Marco… Per la parodia che ne fa Petronio, i membri delle élites senatoriali romani, che costituivano il principale pubblico per il suo romanzo, dovevano conoscerlo, altrimenti non avrebbero colto le allusioni, ma certo non apprezzarlo

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