Il Campo Trincerato di Roma

Descrivendo la mia passeggiata virtuale sull’Appia Antica, ho accennato alla presenza del Forte Appio; ora, parlando, con diversi amici e lettori del blog, mi sono reso conto che, soprattutto i romani, pur conoscendone bene alcuni elementi, come Forte Bravetta, Forte Boccea e Forte Prenestino, hanno idee abbastanza vaghe su una delle principali architetture militari di fine Ottocento, il Campo Trincerato dell’Urbe.

Dopo la Breccia di Porta Pia, e l’insediamento del Re Vittorio Emanuele a Roma, il governo si rese conto come la città fosse praticamente indifendibile: l’insieme delle Mura Aureliane, delle Mura Gianicolensi e del Bastione Ardeatino, come mostrato dalle vicende del Risorgimento, era inadeguato a fronteggiare le esigenze della guerra moderna, mostrando una stato di estrema vulnerabilità sia nei confronti di una rapida puntata offensiva sia di un assedio.

Roma correva il costante pericolo di cadere facilmente nelle mani del primo esercito che avesse deciso di attaccarla, specie se dal mare. Per risolvere il problema, già nel 1871, ispirandosi alle esperienze delle piazzeforti di Parigi, Anversa e Metz, si propose un progetto che rinunciava ad affidare la difesa della città ad una cinta continua, prevedendo invece una serie di forti distaccati, a una certa distanza dalle mura aureliane, in posizione tale da sbarrare ogni attacco lungo le vie consolari e in posizione dominante.

Progetto che sin da subito provocò, a Roma, uno sproposito di polemiche, relative soprattutto all’ingente spesa necessaria per realizzare tali opere difensive: tranne qualche archeologo, tacciato di essere un borghese passatista dai Massimiliano Tonelli dell’epoca, i barbari hanno sempre l’abitudine di urlare a squarciagola, nessuno si pose il problema delle rovine antiche presenti nei luoghi scelti per le fortificazioni. Tra i siti ipotizzati, vi erano infatti l’antica cittadina di Antemnae, che secondo la leggenda fu conquistata da Romolo, il vicus Alexandri, una banchina d’epoca repubblicana progettata per consentire l’attracco di imbarcazioni dalle grandi dimensioni che non potevano raggiungere i porti più centrali delle rive “testaccine”, citato nel nei Rerum Gestarum di Ammiano Marcellino, quando parla del trasporto dell’obelisco di Tutmosis III a Circo Massimo, ora al Laterano, voluto da Costanzo II, e il grande Mausoleo della Nomentana.

Tale progetto riteneva indispensabile un potenziamento delle difese cittadine per mezzo di 7 forti, come cintura difensiva interna, e 16 forti, potenziati dalla protezione di 15 batterie di seconda linea, per la cintura esterna, nonché il rafforzamento delle mura cittadine (mura Aureliane, mura Serviane, mura Leonine, Recinto di Urbano VIII, ovvero il primo tracciato delle mura Gianicolensi), e la creazione di una “cittadella” militare presso Monte Mario.

Tale piano, presentato alla Camera dei Deputati l’11 dicembre 1871 dal Ministro della Guerra, presentava un costo complessivo di circa 152 milioni di lire, da investire dal 1872 al 1881, per la costruzione delle strutture e il loro rifornimento di armi e uomini.

La Camera, accogliendo inizialmente il piano, istituì una “Giunta per l’esame del progetto legge”, presieduta dal Depretis. La giunta, al fine di poter avere una visione più minuziosa, sia dal punto di vista tecnico che economico, divise il lavoro in sei relazioni: quelle per le spese straordinarie furono approvate nel 1872 mentre le rimanenti vennero illustrate nella Rivista Militare Italiana nell’aprile 1873.

Nel frattempo, nel febbraio 1872, il Ministero della Guerra incaricò la Direzione del Genio Militare di predisporre un progetto di fortificazioni occasionali per la città: tale progetto prevedeva 15 piazze d’armi disposte attorno alla città ed un anello esterno di forti militarizzati, oltre al rafforzamento delle mura antiche.

Il 21 gennaio 1875 il Ministro della Guerra, Cesare Ricotti, presentò alla Camera dei Deputati il progetto di legge per le fortificazioni. Di tale progetto, vista la mancanza di capitali, soltanto due punti furono stralciati ed approvati con leggi speciali: il primo, per la fabbricazione di armi portatili, ed il secondo, per la costruzione di una diga e fortificazioni presso La Spezia.

Nell’aprile 1876 venne prospettata, sempre sulla Rivista Militare Italiana, la soluzione di un campo trincerato attorno alla capitale presidiato da 60/70 mila uomini e con due linee di opere difensive. In precedenza, nel 1874, si era parlato di altri due progetti: quello della “Commissione Permanente per la Difesa dello Stato”, che prevedeva un campo trincerato del costo di 42 milioni, poi ridotti a 22, e quello della “Sottocommissione”, con una prima linea esterna costituita da 23 forti, distanti fra loro da 4.000 a 5.575 metri, e da una seconda linea di 15 batterie mobili, una cittadella militare su Monte Mario e il rafforzamento della mura cittadine.

Un terzo piano, della “Direzione del Genio Militare”, proponeva di fortificare la città con una prima linea di 14 forti, una seconda di 13 batterie e una cittadella fortificata su Monte Mario, per un costo di 11 milioni e mezzo di lire.

Dopo tante chiacchierare, il 2 agosto 1877, per Regio Decreto, venne deliberata la costruzione del “Campo Trincerato”, un anello di circa 37 km dotato di 15 forti e 3 batterie sulle vie consolari; a questo si sarebbe affiancata una Piazza d’Armi e una nuova cinta fortificata lato Vaticano.

I forti sarebbero stati di tipo prussiano, a forma di trapezio con il lato più lungo, detto fronte di gola, rivolto in direzione della città e dotato di un portone d’ingresso; parallelo al primo corre il fronte di testa, più corto e disposto verso l’esterno, mentre due lati obliqui chiudono la struttura.

I forti sarebbero stati poi circondati da un terrapieno addossato al muro esterno e fossato asciutto, largo circa otto metri,difeso da una capponiera centrale, postazione semicircolare munita di cannoni a corta gittata e mitragliatrici, e da un muro alla Carnot sui fianchi, e coperto sui fronti esterno e di gola, dove è posizionato l’accesso principale alla struttura.

L’intero perimetro dei forti, fatto salvo il fronte di gola, è protetto da batterie di artiglieria pesante, mentre gli angoli sono sempre dotati di caponiere. All’interno del corpo centrale trovano posto gli alloggi degli ufficiali, mentre i ricoveri per i soldati sono generalmente ubicati al di sotto del bastione principale o ramparo. Completano l’insieme una piazza d’armi adibita a funzioni di smistamento di uomini e materiali, i magazzini e le polveriere.

Le batterie, invece, che avevano una guarnigione ridotta e un maggiore numero di artiglierie, a gittate e calibro maggiore, avevano una pianta differente rispetto ai forti, a pentagono o esagono irregolare, pentagono irregolare con il fronte esterno “a saliente” e fronte di gola retto. Erano inoltre dotata di una polveriera il cui doppio ingresso sul fossato era posto alla destra del ponte levatoio e di un pozzo di acqua sorgiva.

Nell’area dei “Prati di Castello”,fu prevista la “Piazza d’Armi”, in sostituzione di quella obsoleta di Castro Pretorio, dove oggi sorge la Biblioteca Nazionale, e per poter proteggere questa zona nevralgica, che era fuori dalle mura Aureliane, come già detto, si dovette realizzare la Cinta Fortificata.

La Piazza d’Armi consisteva in un vasto quadrilatero in pianura delimitato dagli attuali Viali Carso, Angelico, delle Milizie e parte del Lungotevere delle Armi. Il suo perimetro misurava m. 3.884 e il tratto di Viale delle Milizie da Viale Angelico al Lungotevere era lungo m. 1.000 precisi. Questa Esso era usato per le esercitazioni militari durante le mattinate, mentre il pomeriggio veniva frequentato da sportivi di varie discipline.

Per i tifosi di calcio, qui mosse i primi passi la S.S. Lazio. Qui furono infatti posizionate le prime porte di legno costruite dal falegname Alberto Canalini che aveva la bottega adiacente alla sede della Podistica Lazio di Via Valadier 21. Nella primavera del 1904, in Piazza d’Armi si svolse la prima partita di calcio a Roma e fu tra un derby tra la Lazio e la Virtus, vinto dai biancocelesti per 3 a 0. La Lazio si allenò e giocò a Piazza d’Armi dal 1901 al 1905, quando si trasferì al Parco dei Daini di Villa Borghese.

Lunga complessivamente 4500 metri e suddivisa in sei tratti, la Cinta Fortificata fu invece realizzata in due tempi: il primo tratto di 1000 metri tra il Tevere e il Forte di Monte Mario tra il 1885 e il 1893, i rimanenti cinque tratti di 3500 metri (Forte di Monte Mario-Via Trionfale, crinale di Monte Mario-Via della Balduina, crinale di Monte Ciocci-Strada dell’Inferno, pendici verso il Bastione Vaticano-Via Aurelia Nuova, e da questa fino a Villa Fontana), tra il 1886 al 1905, per un costo stimato di £ 4.750.000.

La Cinta Fortificata era costituita da un fossato asciutto continuo con profondità al fondo di 7 metri provvista di scarpa in muratura e controscarpa in terra tranne che per i tratti con salti di quota ove era realizzata in muratura, intervallata da alcune batterie armate di obici e mortai le quali presero i nomi dalle ville e vigne adiacenti. Le comunicazioni attraverso la cinta erano garantite da pesanti ponti fissi e girevoli (con galleria di manovra ipogea) che furono realizzati sulle Via Angelica, Trionfale e sulla Via Aurelia Nuova e per mezzo di ponti levatoi provvisti dei cd. diamanti sulle strade della Balduina e dell’Inferno, mentre per le comunicazioni tra i diversi tratti sia a carattere militare che per l’accesso ai fondi fu realizzata una strada militare il cui tracciato correva adiacente ad alcune opere minori (polveriere, cisterne e casematte di accesso al fossato) in parte ancora conservate.

Il tracciato interposto tra il Tevere e l’area compresa tra Villa Mazzanti e Villa Madama, intersecava l’inizio della Via Angelica (area dell’odierno Museo del Genio e del Piazzale Maresciallo Giardino ove era posta la I batteria (Tevere) e proseguiva inerpicandosi per la collina di Monte Mario adiacente a Villa Mazzanti e Villa Mellini unendosi mediante passaggio coperto al fossato dell’omonimo forte. Il fossato (toponomasticamente ancora oggi denominato Via del Forte di Monte Mario) dal forte discendeva su via Trionfale (all’altezza di Via Parco della Vittoria), lambiva quindi la Chiesa della Madonna del Rosario e proseguiva sul crinale ove era posta la II batteria (Valentini) fino ad intersecare a valle la via sul fosso della Balduina (odierna Viale delle Medaglie d’Oro), per risalire poi verso Monte Ciocci ove erano poste la III e IV batteria (Bini e Ciocci), proseguiva sul crinale fino ad includere l’imbocco della galleria del viadotto ferroviario a Valle Aurelia dove scendeva per risalire di nuovo verso la Via Aurelia, ove con una cinta occasionale includeva la collina di Villa Fontana (nei pressi dell’odierna sede della Curia Generale dell’Ordine dei Frati Minori), l’uscita della galleria ferroviaria e Porta Pertusa chiudendo sul bastione posto alla sua destra.

I lavori per la costruzione del Campo Trincerato iniziarono quasi immediatamente, nell’ottobre dello stesso 1877, sotto la direzione di Luigi Garavaglia, direttore del Genio Militare. Sull’onda della preoccupazione per un conflitto armato con la Francia e memori della mossa strategica effettuata da Oudinot ventotto anni prima, ai tempi della Repubblica Romana, i pianificatori militari italiani scelsero di concentrare tutti gli sforzi iniziali sul “fronte occidentale”, reso più vulnerabile anche dalla netta preponderanza sulla flotta italiana di quella francese, forte anche della prossimità del porto di Bastia. Di conseguenza, la priorità nella realizzazione spettò ai forti situati sulla riva destra del Tevere (Monte Mario, Braschi, Boccea, Aurelia Antica, Bravetta e Portuense), con l’eccezione proprio del Forte Appio, che fu il primo a vedere la luce.

A partire dal 1879 iniziò una seconda tornata di opere, consistente nell’edificazione dei forti
Ardeatina, Tiburtina, Prenestina, Pietralata, Casilina, Ostiense, Trionfale e Antenne, che venne commissionata al generale Durand de la Penne, che gestì i lavori sino al 1891, con tutte le relative modifiche, introdotte progressivamente nel progetto iniziale.

Nel 1882 venne dato il via alla fase di realizzazione delle vie di collegamento, anche sotterranee, tra i vari forti, e, nel mese di luglio, venne nuovamente deliberata la costruzione di un ulteriore forte nella zona del Trullo, per potenziare ulteriormente il “fronte sud”, e di uno in zona Farnesina. Nello stesso periodo iniziarono i lavori di costruzione delle batterie Appia Pignatelli, Nomentana e Porta Furba (in aggiunta alla Batteria Tevere, nei pressi di Monte Mario), nonché dei forti Ostiense, Trionfale e Monte Antenne. In soli 5 anni venne completato il campo trincerato di Roma, per una spesa di circa 23 milioni di lire. Il previsto collegamento tra i forti fu però realizzato parzialmente, essendo costruita solo la cosiddetta Via Militare, che partendo dalla Tiburtina, giungeva all’Appia, intersecando via Prenestina, via Casilina, via Tuscolana. Inoltre, non fu realizzata la strada ferrata che l’avrebbe affiancata, in una sorta di anello ferroviario militare.

La Via Militare fu smilitarizzata nel 1906 e nel 1920 i vari tronconi assunsero le distinte denominazioni di via di Portonaccio, via dell’Acqua Bollicante (più tardi Acqua Bullicante, dall’omonima tenuta che seguiva quella di Portonaccio), via di Porta Furba, via dell’Arco di Travertino, via dell’Almone, via di Cecilia Metella.

Tornado al nostro Campo Trincerato, nella zona a Sud, l’Acquedotto Felice, che non poteva essere abbattuto, interrompeva la linea difensiva e si pensò di ovviare a questo inconveniente ponendo due batterie arretrate (Appia Pignatelli e Porta Furba) ai lati e protezione dello stesso. Poiché si riteneva, al tempo, la zona a Nord di Roma la meno esposta ad eventuali incursioni nemiche, nonché la più protetta naturalmente dal corso dei fiumi Tevere e Aniene, si preferì coprire prima la fascia costiera, meno protetta militarmente: quindi i forti al Nord di Roma erano a maggior distanza, tra loro, che non le altre strutture difensive.

Nel 1885, il Ministro della Guerra, il generale Cesare Ricotti, apportò delle varianti al piano difensivo: bloccò i lavori, nel frattempo non ancora iniziati, dei forti Trullo e Farnesina e delle batterie Salaria e Parioli, preferendo operare concentrare le risorse nella costruzione della cinta fortificata, che era in ritardo e nell’adeguamento delle difese dei forti già costruiti, che già mostravano i loro limiti.

Di fatto, il progetto del Campo Trincerato non aveva considerato tre piccoli particolari insignificanti: il primo, che erano costruiti in zone paludose, in cui era assai probabile che le guarnigioni fossero sterminate più dalla malaria, che dalle fucilate nemiche. Il secondo, la mancata inclusione nel vallo fortificato delle sorgenti degli acquedotti che rifornivano Roma; il nemico, con un poco di pazienza, dedicandosi a un assedio prolungato, avrebbe preso per sete la città.

L’ultimo, ancora più grave, visto che l’esercito piemontese era stato all’avanguardia nella ricerca balistica, l’introduzione delle artiglierie a e artiglierie a canna rigata, dalla gittata
notevolmente maggiore, che praticamente rese inutile tutto questo accrocco, che era costato uno sproposito di soldi ai contribuenti italiani, come spesso accade a Roma, basti pensare a molte opere di Italia Novanta o alle vele di Calatrava.

Così, seppure rimasti armati fino all’inizio della Prima Guerra Mondiale, essendo più la spesa che l’impresa il mantenerli operativi, il Ministero della Guerra decise di riconvertirli in depositi e in parte per la realizzazione di nuove caserme, alcune ancora esistenti. Nel 1919 con Regio Decreto del 9 ottobre, le opere fortificate della Capitale furono ufficialmente radiate dal novero delle fortificazioni dello Stato. Alcuni forti saranno impiegati all’inizio della Seconda Guerra Mondiale per l’installazione di postazioni di artiglieria contraerea in base al piano elaborato dal Comando Difesa Territoriale di Roma.

Visto che anche utilizzati in questo modo, continuavano a fare pena, tanto che i romani soprannominarono la contraerea Tosca, dalla famosa aria d’opera

Vissi d’arte, vissi d’amore,
Non feci mai male ad anima viva!

Roma fu dichiarata unilateralmente città aperta il 14 agosto 1943, ma solo dalle autorità italiane; i tedeschi se ne fotterono altamente, cominciando un’occupazione durissima, opponendo resistenza fino all’ultimo all’ingresso di truppe nemiche nella città stessa. Di conseguenza, gli Alleati non riconobbero tale status, bombardando Roma altre 51 volte dopo il 14 agosto, fino al 4 giugno 1944.

Solo con l’elaborazione del P.R.G. di Roma del 1962 si arriverà a definirne una permanente funzione civile degli stessi destinandoli quasi tutti a Zona N – Parco Pubblico; tale previsione ha incontrato diversi ostacoli dovuti al lento processo di sdemanializzazione dei beni, tutt’ora in corso, nonché ai costi di bonifica e di recupero. Di fatto, l’unico forte fruibile ai cittadini è quello Prenestino, che fu occupato il 1 maggio 1986, durate la “Festa del non lavoro”, dall’omonimo Centro Sociale; il resto della struttura, 15 forti, la Di questa poderosa opera oggi rimangono tutti i 15 forti, la Batteria Appia Pignatelli, e il piano di costruzione delle Batterie di Porta Furba e Nomentana, son ancora

“tra color che son sospesi”

nonostante gli infiniti progetti di valorizzazione. Ancora peggiore è la condizione della Cinta Fortificata. Questa, che serviva anche per il pagamento del Dazio, dopo il 1919 fu in parte alienata dal Demanio e, nei tratti interessati dall’urbanizzazione, progressivamente demolita o interrata. I tratti conservati più consistenti sono dislocati a Monte Mario e a Monte Ciocci, entrambi nel perimetro della Riserva Naturale di Monte Mario.

A Monte Mario la parte conservata comprendente il fossato del Forte di Monte Mario percorre trasversalmente il perimetro della Riserva da Via Gomenizza a Via Trionfale. In particolare dal lato di Via Gomenizza si conservano le casematte di accesso al fossato a valle, a mezza costa e in sommità sull’angolo del Forte di Monte Mario mentre dal lato di Via Trionfale (un tempo toponomasticamente denominata Via del Forte di Monte Mario) il fossato è tutto conservato eccetto gli ultimi metri adiacenti a Via Parco della Vittoria. Per impedire l’accesso al forte dal lato della Via Trionfale l’originaria poterna sul muro di scarpa del forte è stata interrata così come è stato fatto crollare un ponte in ferro che scavalcava in quota il fossato in corrispondenza della stessa.

A Monte Ciocci il tratto conservato delimita l’omonimo parco e corrisponde alla Batteria III Villa Bini. La Batteria Bini è formata da due distinte casematte di diversa forma e consistenza, unite dal muro di scarpa (lungo circa 240 ml) del fossato sottostante raggiungibile da due ingressi superiori posti all’interno del parco, lungo Via Domizia Lucilla (ex strada militare), provvisti di cancello. Le casematte, perfettamente conservate, sono chiuse mentre il fossato è in larga parte non praticabile per la vegetazione presente; esso è visibile su Via Sesto Rufo in adiacenza al civico 18 e a tratti sul retro delle palazzine di Via Cremuzio Cordo). Della Batteria IV Monte Ciocci è conservato solo l’ingresso (la batteria è stata demolita in occasione dei lavori di raddoppio della ferrovia Roma – Viterbo), visibile nella piazza belvedere del Parco di Monte Ciocci ove è conservata anche una cisterna ipogea. Si conserva inoltre il sedime del tracciato dell’ultimo tratto compreso tra Via Angelo Emo e Via Aurelia.

Dei tratti interrati alla Balduina sono visibili altri resti di casematte: a Via Cadlolo a monte del civico 134 (ove sono visibili dei resti a valle dell’ingresso di servizio di Villa Miani) e poi a Via Fedro (ove è visibile il prospetto dell’ingresso a monte del civico 50), e poi l’area militare compresa tra P.le Socrate – Via Cornelio Nepote e Viale delle Medaglie d’Oro sul quale, a monte del civico 103, sono visibili dei resti di prospetto con fuciliere murate (un tempo ingresso del Ristorante “da Omero ar ‘400”) con altri locali casamattati oggi abbandonati sulle pendici verso Monte Ciocci.

Per finire la nostra chiacchierata, un breve accenno alla Piazza d’Armi, che con la legge del 1908 fu ceduta dallo Stato al Comune di Roma per la realizzazione di nuovi edifici residenziali. Nel 1911, per celebrare il cinquantenario della proclamazione dell’unità d’Italia, si svolse l’esposizione internazionale divisa in due parti: la mostra regionale ed etnografica a piazza d’Armi e l’esposizione di Belle Arti a Vigna Cartoni (Valle Giulia). Grazie a questo evento furono realizzate numerose infrastrutture, fra le quali il ponte Risorgimento, l’asse di viale Prestinari ed il primo tratto di viale Mazzini. Terminata l’esposizione e demoliti i padiglioni provvisori, l’area, dotata di fogne, luce, acqua e scuole, che portarono alla costruzione degli attuali quartieri.

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