La chiesa di San Francesco d’Assisi a Palermo

A dire il vero, le origini della Chiesa di San Francesco a Palermo sono ben poco chiare: nel 1224, quando il Santo d’Assisi era ancora vivo, secondo lo storico dell’ordine Valdingo vi fu un primo insediamento dei frati “iuxta portum civitatis”, in quella che era nota come “contrada della torre di Maniace”, che prendeva il nome da una struttura difensiva fatta erigere a Balarm quando il generale bizantino, dopo la vittoria a ‘Ghiraned—dequq’ (Grotta della farina) sembrava prossimo ad assediare la città.

Contrada abitata da mercanti, cambiavalute e prestatori di denaro: probabilmente i frati si mossero come un elefante in una cristalleria, tanto da provocare una rivolta popolare, che li cacciò a calcioni e saccheggiò il loro convento. E dovettero essere talmente fastidiosi per il prossimo che la loro protesta per l’accaduto, rivolta all’arcivescovo di Palermo Berardo di Castagna cadde nel vuoto.

Ma i francescani non si arresero e andarono in pellegrinaggio a Viterbo, per esporre le loro ragioni a Papa Gregorio IX. Con un breve apostolico il Papa ordino la riedificazione della struttura all’arcivescovo Landone di Messina, approfittando dell’assenza temporanea di Berardo di Castagna, impegnato in una missione diplomatica in Germania.

Così, nel 1235 ritornarono a Palermo, ripararono alla meno peggio la vecchia chiesa, utilizzando come campanile proprio la torre Maniace; però, nonostante che nella Magna Curia di Federico II avesse un ruolo importantissimo Frate Elia da Cortona, uno dei primi seguaci di San Francesco, l’imperatore, in totale rottura con il Papa, il 15 dicembre 1239 proibiva assolutamente il completamento dell’edificio, ordinandone al contempo la demolizione. Più tardi il 14 aprile 1240, Federico II, indispettito perché nonostante un suo decreto di distruggere chiesa e convento si continuava invece ad edificare, rinnovava la proibizione, assegnando l’area, su cui stavano per sorgere gli edifici, ai suoi cortigiani.

La situazione sembrò sbloccarsi nel 1255, ai tempi di Manfredi, che cercava un compromesso con il papato, quando Fra Ruffino Gorgone da Piacenza, vicario generale in Sicilia, penitenziere apostolico, cappellano di Papa Alessandro IV,insomma un pezzo grosso, ricevette la licenza per il completamento della chiesa e del convento: il compito di supervisionare ai lavori fu affidato al vescovo di Malta Ruggieri di Cefalù.

Di conseguenza, il 30 marzo 1255 si benedisse la prima pietra: i lavori procedettero abbastanza velocemente, tanto che il 1277 la chiesa poteva dirsi conclusa. La pianta, di fatto molto simile alla chiesa di Santo Spirito, con le proporzioni raddoppiata, era differente dall’attuale: mancava di cappelle e si aprivano sui muri esterni una serie di sedici magnifiche bifore di stile gotico, delle quali ancora rimane qualche traccia.

Le cose cambiarono a seguito dei Vespri Siciliani: i Chiaramonte, con l’appoggio economico degli Abatellis, in una sorta di damnatio memoriae, decisero di ristrutturare a fondo quella che era il principale edificio realizzato dagli Angioini. Fu ricostruita la facciata, con lo splendido portale e il rosone e realizzate le cappelle gentilizie nelle navate laterali, testimonianza concreta del potere e della ricchezza dei baroni palermitani.

Nel Quattrocento, ci un ulteriore ristrutturazione: la vecchia abside angioina fu buttata giù e sostituita con una in gotico catalano, che permise la costruzione di tre nuove cappelle monumentale, la Senatoria, pagata dai Ventimiglia, il Cappellone, offerto dagli Speciale e la Cappella di San Francesco. L’allungamento della navata diede poi il la alla ristrutturazione in stile gotico e protorinascimentale delle cappelle.

Tra queste, spicca la Cappella Mastrantonio, realizzata tra il 1468 e il 1469 da Francesco Laurana e dall’ancora più misterioso Pietro de Bonitate: i due soci scolpirono il raffinatissimo arco marmoreo. Iniziando la descrizione dei rilievi dal basso, alla base delle lesene sono raffigurati Putti con cornucopia, cui seguono i Padri della Chiesa e i Quattro Evangelisti, raffigurati con i rispettivi simboli iconografici. La decorazione delle due lesene si completa con gli stemmi dai Mastrantonio e con due figure di Profeti (Geremia e Isaia). Sul fronte dell’arco i due medaglioni sono l’Angelo Annunziante e l’Annunziata; nella chiave l’Eterno. Nell’intradosso dell’arco le formelle decorative presentano elementi vegetali a teste antropomorfe. Negli stessi anni, Domenico Gagini, scolpì, committente il “magnifico” pretore Pietro Speciale, lo splendido monumento funebre del suo unico figlio, Nicolò Antonio.

Nel 1506 fu invece il turno di Antonello Gagini, coinvolto nella ostruzione della “Cappella di San Giorgio” commissionata dalla comunità genovese, corrispondente ai locali dell’attuale vestibolo della sacrestia, con accesso dal chiostro settentrionale del Convento. In quell’occasione lo scultore realizzò lo splendido rilievo di San Giorgio e il Drago.

Una composizione, per l’epoca, di straordinaria modernità, essendo costruita su più piani prospettici, in modo da ricercare, anche attraverso le differenti modulazioni del rilievo, l’illusione della distanza e della profondità spaziale. Si va da un primo piano fortemente ravvicinato e plasticamente ben definito, costituito dall’immagine del drago e dal gruppo equestre, a quelli sempre più digradanti fino al rilievo bassissimo, quasi uno stiacciato, dello sfondo di paesaggio. Nel Cinquecento l’effetto era ancora più accentuato dalla fatto che l’opera fosse dipinta.

Tra il 1515 e il 1524 fu realizzato il coro ligneo in noce Giovanni e Paolo Gili, in pieno stile manierista, cosa che provocò molte perplessità nell’ambiente artistico palermitano dell’epoca, essendo l’opera considerata, come dire, troppo d’avanguardia, con la sua decorazione protomanierista con figure animali e mostruose, tralci fitoformi, conchiglie e cornucopie, in cui ogni tanto facevano capolino gli stemmi di Carlo V, del vicerè Pignatelli e delle principali famiglie dell’aristocrazia locale

L’originaria copertura a falde della navata veniva sostituita, con volte a crociera, realizzate tra il 1537 e il 1543 da Antonio Scaglione e Antonio Belguardo, nel tentativo di mediare tra la tradizione gotica locale e le novità del Rinascimento.

Nel 1624, infuriando la peste, il Pretore di Palermo, anche per controbilanciare la mossa politica dell’arcivescovo Doria, che si era inventato dal nulla il culto di Santa Rosalia, si impegnò in pubblico parlamento a professare il privilegio dell’immacolato concepimento di Maria “fino allo spargimento di sangue” e ad offrire annualmente alla Vergine Immacolata che si venera in Santa Francesco un donativo di cento onze. Nel dicembre di quello stesso, anno, declinando la peste, la città celebrò la festa dell’Immacolata con sfarzose luminarie e con una grandiosa processione. Il Senato erogò le cento onze promesse, obbligo che la civica amministrazione tuttora annualmente assolve la sera del 7 dicembre, nel corso di una suggestiva cerimonia. Il Sindaco, alla presenza dell’Arcivescovo e della Giunta Comunale ripete l’antica preghiera rinnovando il cosiddetto ‘Voto sanguinario”, e offre al superiore del convento l’equivalente delle antiche cento onze, versando una pioggia di monete in un bacile d’argento.

Il voto ebbe come effetto collaterale la ristrutturazione barocca della chiesa: le cappelle dell’abside fu decorata, sotto la supervisione di Giuseppe Giacalone, con i marmi mischi. Vi lavorarono i marmorari La Mattina, D’Aprile, e Travaglia con le loro maestranze. Nel 1663 la chiesa fu affrescata da Pietro Novelli e Gerardo Astorino: del loro lavoro rimasto solo qualche sparuto brano: sulla parete d’ingresso è stato collocato l’affresco riportato su tela con S. Francesco con i SS. Angelo da Licata e Domenico di Guzman.

Il processo di barocchizzazione dell’edificio raggiunse il culmine nel 1723, quando, anche per motivi statici, lo spazio fud diviso in tre navate suddivise da 14 colonne. Di alcune di esse, per assicurare maggiore stabilità alle strutture è praticata la parziale conversione o inglobamento in pilastri quadrati. È netta la separazione delle campate supplementari derivante dall’allungamento longitudinale della costruzione. Gli intradossi delle arcate ogivali presentano cornici contenenti affreschi raffiguranti figure bibliche e santi. Nell’operazione fu coinvolto anche il buon Giacomo Serpotta, che realizzò in stucco la “Carità”, la “Teologia”, la “Fortezza”, la “Verità”, la “Fede”, la “Mansuetudine”, la “Modestia”, l'”Umiltà”, nell’andito che conduce alla sagrestia le statue della “Castità” e “Vittoria”.

Ma era destino che San Francesco non avesse pace: fu pesantemente danneggiata dal terremoto del 1823. Il restauro diede alla chiesa un aspetto neoclassico: fu modificata parte della decorazione, demolita la volta a crociera per essere sostituita da una a botte, fu tamponato il rosone e gli archi acuti furono normalizzati in archi a tutto sesto.

Nel 1872 la facciata cadde sotto le grinfie del buon Patricolo, che fu incaricato del suo restauro: il buon Giuseppe, pieno di buone intenzioni, decise di ripristinare il suo aspetto originario. Però, dato che non aveva voglia di mettersi a cercare nei documenti d’archivio, ne fece una delle sue: invece di ricostruire il rosone originale, copiò biecamente quello della chiesa di Sant’Agostino. In più, dando sfogo alla sua fantasia, fece porre al culmine della facciata a spioventi una croce in pietra, e completare il portale con bassorilievi degli Evangelisti in puro finto stile medievale.

Il primo marzo 1943 le bombe americane colpirono la chiesa, distruggendo l’area compresa la parte mediana della navata sinistra e le aree dell’adiacente Convento. Ancora peggio, successe nel bombardamento del 9 maggio, danneggiando l’abside e la volta… Questo però, nel dopoguerra, diede il via a una serie di restauri, che riportarano la chiesa, almeno parzialmente, all’aspetto originale.

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