Atene contro Siracusa (Parte II)

Il casus belli, strano a dirsi, salto fuori da una città, che non era neppure di origine greca: Segesta, il principale centro degli Elimi. Tucidide racconta così la sua origine

Quando Ilio crollò, un drappello di Troiani fuggitivi, sgusciati dalla rete della flotta Achea, approdarono alle spiagge della Sicilia e fissarono il proprio domicilio a fianco dei Sicani. Le due genti furono designate con il nome comune di Elimi, e i loro centri urbani furono noti come Erice e Segesta. S’aggiunse più tardi e prese sede in quei luoghi anche un nucleo di Focesi che rientrando da Troia fu travolto in quell’epoca da una tempesta e, dopo aver toccato le coste della Libia, di là concluse finalmente la sua corsa in terra di Sicilia.

Per secoli, questo brano è stato considerato come leggendario, finché negli ultimi decenni, sono emersi alcuni interessanti elementi: negli strati superiori a quelli della cultura di Thapsos, sono stati trovati numerosi frammenti di ceramica di provenienza luvia e al contempo, alcuni forme linguistiche sembrerebbero di provenienza anatolica.

Il che non significa che Tucidide avesse ragione: probabilmente, nella tarda Età del Bronzo, esistevano contatti commerciali abbastanza stretti tra la Sicilia Occidentale e il mondo levantino, che portarono a una sorta di “luvizzazione” delle élites locali. I focesi, quando giunsero da quelle parti, si resero conto delle somiglianze, anche superficiali, tra cultura locale e quelle delle popolazioni dell’interno della Ionia, e per spiegarla, inquadrarono tutto nell’epos omerico.

Ora, Segesta, benché fosse ellenizzata, gli Elimi usavano una loro versione dell’alfabeto greco e avevano adottato l’architettura dorica per la costruzione dei loro templi, erano in perenne guerra con la polis di Selinunte, per il possesso delle fertili aree agricole che si estendevano tra le due città.

La prima guerra di cui abbiamo notizia risale al 580 a.C. Così la narra Diodoro Siculo

Essendo le isole [Eolie] di nuovo e sempre più disabitate, alcuni di Cnido e di Rodi, malcontenti del pesante giogo imposto dai re di Asia, decisero di inviare una colonia. Scelsero come loro capo Pentatlo di Cnido, che faceva risalire la sua origine a Ippote, discendente di Eracle; al tempo della cinquantesima olimpiade (nella quale vinse la corsa dello stadio lo spartano Epitelida) Pentatlo e i suoi uomini navigarono fino alle vicinanze del capo Lilibeo in Sicilia e trovarono che gli abitanti di Segesta e Selinunte erano in guerra fra loro. Persuasi dai Selinuntini ad allearsi con loro, persero nella battaglia molti uomini fra i quali anche Pentatlo.

Sempre Diodoro ci racconta come, dopo la morte di Pentatlo, i superstiti scelsero alcuni familiari dell’ecista perché questi li conducano di ritorno in patria. Si trattava di Gorgo, Testore ed Epiterside. Giunti a Lipari, gli indigeni li convinero i Greci a fermarsi sull’isola, i quali, per rispondere all’attività piratesca etrusca, divisero la propria attività in due: alcuni si dedicarono all’agricoltura, altri alla stessa pirateria, attività suggerita loro dalla stessa conformazione geografica dell’isola, che consenti loro di inviare a Delfi ricchi bottini.

L’alleato storico di Segesta era Cartagine, mentre quella di Selinunte, Siracusa. Allo scoppio dell’ennesima disputa, gli Elimi corsero a chiedere aiuto, come tradizione, ai punici. Ma i cartaginesi, il cui obiettivo geopolitico non era la conquista della Sicilia greca, ma impedire che vi nascesse un forte stato, che mettesse in pericolo i loro commerci, erano alquanto soddisfatti della situazione di equilibrio che si era creata nell’area con la pace di Gela, per cui risposero picche.

Gli Elimi si lambiccarono il cervello e memori della guerra di Leontini e delle successive ambasciate ateniesi, volte a isolare diplomaticamente Siracusa, mandarono un’ambasciata in Attica. Così ne parla Tucidide

Ora, Selinunte, che si era affidata ai Siracusani in nome della loro alleanza, sfiancava Segesta per terra e sui mari con una guerra senza respiro. Sicché i Segestani, rammentando che i Leontini dal tempo di Lachete e della guerra precedente erano propri alleati, avevano ritenuto di appellarsi ad Atene per un appoggio, sotto forma di una spedizione navale. Si sostenevano con numerosi argomenti ma su uno l’insistenza era più viva: se i Siracusani spopolavano Leontini e godevano l’impunità, non si sarebbero più contenuti: uno dopo l’altro avrebbero annientato gli ultimi paesi amici d’Atene e serrando in pugno l’assoluto potere sulla Sicilia, c’era il rischio che, Dori a Dori, per i legami di sangue e di deferenza tra coloni e madrepatria, si decidessero a fornire al Peloponneso il rinforzo di una macchina bellica poderosa, un contributo definitivo per mettere la potenza ateniese con le radici all’aria.

Ossia gli Elimi, per invogliare gli ateniesi a intervenire a loro fianco, attribuivano ai siracusani delle cose che all’epoca neppure passavano loro per la testa: un disegno egemonico complessivo della Sicilia, cosa che avrebbe ovviamente provocato una nuova guerra con Cartagine, di cui ne avrebbero fatto volentieri a meno e la volontà di espandersi di espandersi a Oriente, schierandosi al fianco di Sparta nella Guerra del Peloponneso. Che fosse una balla colossale, i vertici ateniesi lo sapevano bene, ma faceva loro gioco.

Il problema era la copertura delle spese di guerra: essendo stato ripetuto sino alla nausea all’Ecclesia, l’assemblea cittadina, che l’obiettivo primario era il riamo contro l’espansionismo spartano, sarebbe stato complicato convincerla a dirottare risorse per organizzare una spedizione bellica nel lontano Occidente. Per aggirare l’ostacolo, gli Elimi promisero di farsi carico loro di tutti i costi della spedizione.

Dato che non fidarsi è bene, non fidarsi è meglio, sempre secondo Tucidide

si decretò l’invio a Segesta di una ambasceria incaricata di appurare con un’inchiesta se, in primo luogo i fondi per la guerra giacessero realmente, come asserivano le promesse, nel tesoro pubblico e nelle casse dei santuari, e anche per assicurarsi di prima mano a che punto fosse la lotta contro Selinunte.

L’ambasciata che tornò la primavera, vittima secondo Tucidide di una sorta di Kansas City Shuffle ante litteram

al suo seguito tornarono i Segestani, recando con sé sessanta talenti di argento non coniato, che rappresentavano il soldo di un mese per gli equipaggi di quelle sessanta navi di cui avevano in proposito di sollecitare l’invio. L’assemblea si raccolse subito in Atene, e poté udire dalla bocca deiSegestani e degli ambasciatori della propria città, tra il cumulo delle altre affascinanti fandonie, questa di particolare spicco: che quanto a finanze nei tesori dei santuari e in quello statale giacevano depositi ingenti subito disponibili.

In realtà, vi era tra i due potenziali alleati un equivoco di fondo: gli Elimi si aspettavano una spedizione ridotta, al livello di quella di Leontini, per danneggiare gli interessi siracusani e fare loro pressione politica, cosa per cui i fondi messi a disposizione bastavano e avanzavano. Gli Ateniesi, invece volevano fare le cose in grande stile, con una vera e propria spedizione di conquista…

2 pensieri su “Atene contro Siracusa (Parte II)

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