La letteratura latina, nonna del Postmoderno

Come detto altre volte, uno dei problemi che abbiamo nell’insegnamento della letteratura latina a scuola, è che viene propinata agli studenti come qualcosa di imbalsamato e serioso, quando poi, era ben altro… Con un ardito paragone, con tutti i distinguo del caso, era molto più simile al nostro Postmoderno, che al Neoclassicismo.

Pensiamo al buon Plauto, che nelle sue commedie rompe la quarta parete e che, con la contaminatio, cita, mischia e deforma trame e caratteri della Commedia Attica: soprattutto, lo fa a carte scoperte, utilizzando le smagliature e lo contraddizioni che saltano fuori, come fonte di riso, mostrando come, nel Teatro e nella Vita, tutto è illusione e convenzione.

Oppure a Seneca, che, detto fra noi, essendo stato sulle scatole a personaggi diversissimi come Caligola, Claudio e Nerone, qualche grosso problema caratteriale doveva avercelo. Ebbene non c’è nulla di più pulp delle sue tragedie, che non hanno niente da invidiare ai film di Tarantino, in cui non si muore mai con la composta dignità degli eroi greci, ma si va sempre oltre le righe.

Gettati da torri altissime o sbranati da bestie infuriate, arrostiti allo spiedo o ridotti in cenere da vesti incantate, i loro corpi si smembrano e svaniscono, quasi non lasciano traccia: pensiamo alla fine che Atreo riserva al fratello Tieste. Cito testualmente

dopo che le vittime lo hanno soddisfatto, ormai sicuro si dedica al banchetto del fratello. Lui stesso taglia il corpo fatto a pezzi, amputa fino al tronco le larghe spalle e i legami delle braccia, denuda crudele le articolazioni e amputa le ossa: conserva soltanto i volti e le mani dategli in pegno. Queste viscere sono attaccate agli spiedi e sgocciolano poste su lenti camini: quest’altre un liquido bollente agita in un bronzo bianco dal calore.

Il fascino espressionista e insieme barocco di questi versi scaturisce dal fatto che questa violenza , si inquadra in una visione del mondo rigorosa e coerente, come fuga da una realtà che risulta incomprensibile alla Ragione, un universo disgregato ed entropico, senza certezze umane e senza garanzie divine.

La consapevolezza che traspare dai suoi personaggi, di non essere nulla più che creazioni teatrali, vittime predestinate dei capricci dell’autore, è la stessa che abbiamo noi ogni giorno, dinanzi a vite che ci paiono prive di senso.

Una dimensione pulp che traspare sia nei versi del nipote Lucano o in quelli di poeti a prima vista assai più leziosi: pensiamo agli incubi notturno del povero Properzio, oppure leggiamo questo brano

Io, con questi occhi, ho visto Canidia
aggirarsi, la veste nera cinta in vita,
piedi nudi, capelli scarmigliati,
e insieme a Sàgana maggiore urlare al vento:
orribili le rendeva il pallore.
Eccole scavare con le unghie la terra,
dilaniare a morsi un’agnella nera:
il sangue fu raccolto in una fossa
per evocare dagli abissi
gli spiriti dei Mani
e ottenerne responsi.
Con sé avevano un fantoccio di lana
ed un altro di cera:
piú grande quello di lana perché potesse
infliggere la pena all’altro,
e quello di cera in atteggiamento supplice,
perché sa di dover morire
come accade a uno schiavo.

Scena da Blair Witch Project, ambientata all’Esquilino e scritta dal buon Orazio. Scena che tra l’altro ha un finale inaspettato. Le streghe saranno messe in fuga da un tronco di fico trasformato da un abile falegname in una statua del dio Priapo, che emetterà un potente peto. Perché la straniante e dirompente modernità della letteratura latina è proprio nella sua capacità di mischiare linguaggi tra loro diversi e incongruenti,l’alta e bassa cultura.

Come fa Petronio, che nel Satyricon non si fa problemi a infilare fiabe popolari e racconti sui lupi mannari, che omaggio in Io, Druso

Ai tempi di un mio padrone precedente, abitavo a Capua, in Italia; all’epoca amoreggiavo con la donna dell’oste Terenzio, tale Melissa di Taranto, uno splendido pezzo di figliola, che corteggiavo perché era per bene, amante delle pulizie e onesta nel gestire le finanze della casa.

All’improvviso, mentre era impegnato nella raccolta delle olive, Terenzio morì. Melissa, terrorizzata dal fatto che qualche loro lavorante approfittasse di lei, mi mandò a chiamare, per accompagnarla nel suo ritorno in città.

Fortuna volle che il mio padrone dell’epoca fosse partito per Stabia e Pompei, per curare i suoi affari e smerciare al meglio le cianfrusaglie che produceva nella sua manifattura. Colta al volo l’occasione, convinsi un nostro ospite a venire con me fino al quinto miglio. Era infatti un soldato forte come l’Orco. Partimmo più o meno all’ora del canto del gallo, con la luna splendeva come il sole a mezzogiorno.

A un certo punto, arrivammo a un cimitero: il mio compare fece una sosta, per pisciare tra i mausolei. Io per perdere tempo, mi sedetti a terra, cominciai a canticchiare una canzone della mia terra e a contare le tombe.

Poi, come rivolsi lo sguardo al mio accompagnatore, quello si svestì e depose tutti i suoi indumenti sul ciglio della strada. Non avevo più una goccia di sangue nelle vene e ero stecchito come se fossi morto. Lui invece si mise a pisciare attorno ai suoi vestiti e d’un tratto diventò lupo. Claudio, non credere che stia scherzando; non racconterei una balla per tutto l’oro del mondo. Ma, come avevo principiato a dire, dopo che diventò lupo, cominciò a ululare e fuggì nel bosco.

Io, sulle prime, non mi raccapezzavo su dove fossi, poi mi accostai per raccogliere i suoi vestiti: ma quelli erano diventati di pietra. Io ero morto di paura come nessun altro. Ciò nonostante impugnai la spada e zac zac tirai fendenti alle ombre, finché non arrivai al podere di Melissa. Quando entrai nella sua cascina, mi era quasi scoppiato il cuore per la paura. Ero pallido come un fantasma, con gli occhi morti e il sudore che mi correva per la forcata. Ci volle parecchio per riprendermi.

La mia Melissa sulle prime era stupita su come fossi ancora in giro a quell’ora così tarda, e mi disse

“Se arrivavi un po’ prima, almeno ci avresti dato una mano, che un lupo si è introdotto nel podere e da vero macellaio ci ha sgozzato tutte le bestie. Però non l’ha fatta pulita, anche se è riuscito a fuggire, che uno dei nostri schiavi gli ha trapassato il collo con la lancia”.

Per il terrore, trascorsi la notte in bianco, ma, appena fatto giorno, trascinai di corsa Melissa verso Capua. Feci solo una sosta, nel luogo dove gli abiti erano diventati di pietra, ma non trovai che del sangue.

Come poi giunsi a casa, il mio soldato giaceva sul letto che sembrava un bue e c’era un medico che gli curava il collo. Mi fu chiaro che era un lupo mannaro, ne ho potuto da allora dividere il pane con lui, nemmeno se mi avessero ammazzato. Comodi gli altri di pensarla in proposito come vogliono, ma io, se mento, mi possa cadere il cielo sulla testa.

Per cui, essendoci passato, so riconoscere chi ci ha aiutato: non un Windigo, o come chiamano quell’orrore gli iperborei, ma un versipellis . Qualcuno di noi, che ci cammina accanto e con cui condividiamo i nostri passi, ha il potere di cambiare aspetto e di scatenare la sua furia. Che Camulus protegga chi scatenerà la sua ira

Perché il mio romanzo è anche questo: un omaggio e un atto di amore per una letteratura della complessità

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