Atene contro Siracusa (Parte III)

Le elité ateniesi, qualunque fosse la loro visione geopolitica, erano accomunate dalla formazione basata sul pensiero sofistico: per cui, era intrisa di empirismo e di realismo gnoseologico. Ciò si rifletteva nel loro rapporto con la religione: come direbbe Protagora

«Intorno agli dèi non ho alcuna possibilità di sapere né che sono né che non sono. Molti sono gli ostacoli che impediscono di sapere, sia l’oscurità dell’argomento sia la brevità della vita umana.»

Se la dimensione metafisica era preclusa alla conoscenza umana, però il rito, comprensivo delle feste religiose e dei sacrifici, aveva un ruolo fondamentale nella vita civile della polis: aiutava a costituirne l’identità e a rafforzarne il demos, contrastando le spinte centrifughe legate alle infinite polemiche della democrazia partecipata attica e alla lotta tra i diversi ceti economici.

Il problema è che questa visione del mondo non era condivisa dai teti costituivano, ad Atene, la quarta ed ultima classe (comprensiva di chi aveva reddito inferiore ai 200 medimni o 200 metrete o nullatenenti) del sistema censitario tradizionalmente attribuito a Solone.

Godevano del solo diritto elettorale attivo: però, pur non potendo accedere alle magistrature, prendevano parte all’assemblea popolare e il loro voto era determinante. Inoltre, fungendo da marinai dei triremi della flotta ateniesi, se loro entravano in sciopero, non si andava da nessuna parte. La visione religiosa dei teti era assai più tradizionali rispetto a quella degli allievi dei sofisti.

Gli dei esistevano, intervenivano nella imprese umane, che avevano successo grazie alla loro benevolenza: i riti avevano l’obiettivo di ottenerla e di garantire la loro protezione su Atene. Per cui, per ottenere il loro via libera all’impresa siciliana, questa doveva essere benedetta dagli dei: al contrario, chi voleva impedirla, ritenendola contraria obiettivi geopolitici della polis, doveva invece dimostrare la disapprovazione divina.

Di conseguenza, cosa che è effettivamente molto strana per noi contemporanei, si scatenò, per biechi motivi di politica interna e di consenso elettorale, una corsa agli oracoli e una sorta di guerra tra indovini.

La fazione centripeta, che affermava come potere di Atene nascesse dal controllo dell’Ellade e che i tentativi di espansione oltre mare, portando a un overstretched delle risorse economiche e umane della polis e indisponendo potenze esterne come Siracusa e la Persia, che potevano schierarsi con Sparta, potesse metterlo in crisi, consultò Delfi, la cui Pizia dei responsi negativi riguardo alla decisione di intraprendere una spedizione.

Alcibiade, il leader indiscusso della fazione centrifuga, che riteneva invece che Atene, per trionfare su Sparta, aveva necessità di maggiore risorse, ottenute drenandole dai territori d’oltremare, però, come racconta Plutarco, cercò di

«tenere nascoste le profezie avverse per timore del malaugurio»

e del voto contrario dei temi, ma consultò l’oracolo di Ammone, che risiedeva nell’oasi libica di Siwa, secondo cui gli Ateniesi trionfanti avrebbero fatto numerosi prigionieri tra i Siracusani e quello di Zeus a Dodona, che assicurò l’occupazione attica della Sikelía.

I Selloi, i sacerdoti di Dodona, che dormivano sulla nuda terra e traevano le profezie del fruscío delle foglie della quercia a Zeus ebbero la faccia tosta, a chi li spernacchiava dopo la disfatta ateniese, di rispondere che loro non intendevano la grande isola del Mediterraneo, ma la collina omonima dell’Attica…

Risultato, l’opinione dei teti era alquanto confusa, sull’effettiva volontà degli dei sul mandare gli aiuti a Segesta: per cui le due fazioni, la centrifuga e la centripeta, decisero di incrociare le armi dialettiche nella pubblica assemblea

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