Gherardo Starnina

Veramente chi camina lontano dalla sua patria nell’altrui praticando, fa bene spesso nell’animo un temperamento di buono spirito, perché nel veder fuori diversi onorati costumi, quando anco fusse di perversa natura, impara a esser trattabile, amorevole e paziente con più agevolezza assai che fatto non arebbe nella patria dimorando; et invero, chi disidera affinare gl’uomini nel vivere del mondo, altro fuoco né miglior cimento di questo non cerchi, perché quegli che sono rozzi di natura ringentiliscono, et i gentili maggiormente graziosi divengono.

Questa perla di saggezza, un elogio del viaggiare e conoscere nuove culture, è l’incipit della biografia che Vasari dedica a un pittore recentemente tornato alla ribalta, Gherardo Starnina, grazie al restauro di un suo polittico conservato a Würzburg, realizzato dall’ Opificio delle Pietre Dure di Firenze.

Le vicende che riguardano le tavole dello Starnina hanno inizio con Martin von Wagner, artista e collezionista al servizio dei re di Baviera nel primo Ottocento. Nonostante fosse un esperto del periodo neo-classico, il collezionista riconobbe la straordinaria qualità di tre tavole, attribuite, al tempo, ad un primitivo toscano, e decise di acquistarle per sé stesso. Dopo la sua morte i dipinti, non ancora attribuiti, entrarono a far parte delle collezioni del Museo dell’Università di Würzburg. Solo di recente è stata riconosciuta la paternità di Gherardo Starnina delle opere e datate intorno al 1409.

I restauri hanno permesso di verificare un’ipotesi che girava da parecchi anni, ossia l’opera fosse in realtà una parte di un polittico molto più ampio, di cui, con un lavoro degno di Sherlock Holmes, sono stati rintracciati più di venti frammenti.

Ma chi era questo Gherardo? Difficile a dirsi, perché della sua vita, si conosce assai poco: ad esempio non si conoscono le date di nascita e di morte. Sappiamo però come fosse figlio di un altro pittore, tale Jacopo, soprannominato Starna, la cui attività è documentata dal 1387 al 1409.

Secondo quanto narra Vasari, Gherardo nacque a Firenze nel 1354 e morì all’improvviso all’età di 49 anni, quando aveva raggiunto “fama grandissima nella patria e fuori” . Poiché nel 1413 egli era sicuramente morto, come si evince da un documento del 28 ottobre di quell’anno, che concerne l’eredità delle sue figlie, la data di nascita dovrebbe posticiparsi intorno al 1360. Inoltre sappiamo con certezza che nel 1387 si iscrisse, a Firenze, alla corporazione dei pittori nella Compagnia di San Luca e sembra logico supporre che non avesse superato di molto i 25 anni.

Gherardo era un pittore gotico internazionale, stile, che ricordiamolo, a inizio Quattrocento era altrettanto di rottura, rispetto alla tradizione giottesca, delle prime sperimentazioni rinascimentali. Gotico internazionale, che per le diverse condizioni socio economiche, a Firenze assume una declinazione ben diversa da quella delle corti settentrionali, a cominciare dalla Milano viscontea.

Per citare Luciano Bellosi

La pittura gotica del settentrione evoca davvero un ambiente signorile nel quale una corte raffinata si circonda e si addobba di stoffe sontuose, di ninnoli rari, fra oggetti preziosi di oreficeria, offizioli miniati delicatamente, vesti alla moda, giardini, scuderie, canili, raccolte di fauna esotica; un mondo dove è chiaro che si dava molta importanza al profumo e al colore di un fiore, alla lucentezza del pelo di un cavallo,alla morbidezza di una stoffa, alla eleganza raffinata di un abbigliamento.

Al contrario, in una repubblica come quella fiorentina, con ordinamenti relativamente democratici, all’interno della quale i magnati si facevano chiamare‘popolo’ e svolgevano attività commerciali, bancarie o artigianali che oggi ci appaiono tipicamente ‘borghesi’, mancavano ovviamente le basi per uno sviluppo in senso ‘cortese’ dell’arte gotica. Mancavano i favolosi mecenati del settentrione intorno alle cui corti ruotavano gli artisti; mancavano le ordinazioni di preziosi oggetti di devozione privata; invece di offizioli miniati, di libri d’ore, di dittichini da viaggio, si ebbe una larghissima diffusione di ben più utilitarie anconette, da appendere indifferentemente alle pareti di una camera matrimoniale o di uno dei tanti uffici del Comune o delle Arti.

Come surrogati di Crocifissi scolpiti o fusi in metalli costosi si usavano i Crocifissi sagomati (cioè ritagliati lungo i contorni dell’immagine); le miniature servivano a decorare i mastodontici corali ordinati dalle chiese e venivano eseguite nei conventi. Invece di una figurazione allusiva a uno spirito devozionale privatissimo e di alto rango sociale, si diffuse soltanto un generico intimismo religioso a scopo edificante, alla cui origine dovette essere la fama di scritti mistici, come quelli di Santa Brigida; così, ad esempio, la Natività si trasforma in un’Adorazione del Bambino e la Crocifissione in una scena edificante in cui i due dolenti presentano il Crocifisso alla meditazione dei devoti.

Per cui, la diversa sensibilità della committenza e il confronto con Giotto, portano a un linguaggio gotico non analitico e onirico come quello lombardo, ma sintetico e concreto, in cui la linea non sfuma in decorazione, ma delimita forme. Linguaggio che ha molto in comune con quello che si stava sviluppando in Veneto, tanto che, in una generazione seguente, gli stessi artisti, Pisanello, Gentile da Fabriano ebbero un identico successo.

Interpolando le informazioni di Vasari, possiamo ipotizzare come Gherardo, dopo essere stato a bottega dal padre e da Antonio Veneziano, entrasse nella cerchia di Agnolo Gaddi, collaborando nell’esecuzione degli affreschi della cappella Castellani, in Santa Croce, con le Storie di san Antonio abate e di san Niccolò vescovo. All’epoca, Gherardo aveva un linguaggio caratterizzato personaggi imponenti, dallo sguardo severo e penetrante, panneggi che cadono a piombo conferendo solidità alle forme che, ben collocate nello spazio, acquistano grandiosità scultorea.

Dato che a Firenze tutto mancava, tranne che pittori, decise di trasferirsi in Spagna, anche perché gli artisti locali preferivano dedicarsi alla pittura su tavola, rispetto agli affreschi della tradizione toscana.

La presenza di Gherardo a Toledo nel 1393 è attestata da un documento, conservato nell’archivio della cattedrale di Toledo che riguarda una ricevuta di pagamento sottoscritta da “Girardo Jacobo Pintor de Florentia” per lavori eseguiti nella cappella del Salvatore dove si trovava in origine un retablo, di cui facevano parte il S. Bartolomeo e il S. Giovanni Evangelista, ora sull’altare dedicato a S. Giuliano nella cappella del S. Sepolcro della cattedrale di Toledo, il S. Taddeo della Vassar College Art Gallery, a Poughkeepsie, NY, e le tavole con le Storie di Cristo, ridipinte agli inizi del XVI secolo da Juan de Borgoña, che costituiscono il retablo della cappella di S. Eugenio, sempre nella cattedrale di Toledo. Poiché la proposta avanzata da Vegue y Goldoni di identificare “Girardo Jacobo” con G. è stata accolta senza riserve, l’ipotesi che il retablo della cappella del Salvatore fosse attribuibile allo stesso sembra del tutto convincente. A questo gruppo di opere riferibili al periodo toledano di sono state aggiunte quattro piccole tavole con Storie di Cristo, conservate nella cappella battesimale, e una parte degli affreschi della cappella di San Biagio, sempre nella cattedrale di Toledo,

Da Toledo Gherardo si trasferì a Valenza, alla corte di Giovanni I di Castiglia dove è ricordato a partire dal 22 giugno 1395 come “Gerardus Jacobi pictor civis valentie” nella ricevuta di pagamento per un retablo eseguito per conto di Pedro Suarez rettore della chiesa di Sueca (Valenza); ma nello stesso anno, in due diverse occasioni, la stesura di un testamento e la nomina di due mercanti fiorentini a suoi procuratori, egli si firma sempre “pictor civis florentie”. Nel 1398, sempre a Valenza, eseguì un retablo per la chiesa di S. Agostino e le pitture murali sulla tomba del mercante Guglielmo Costa, nel chiostro dei francescani, tutte opere perdute. Nel luglio del 1401 lo troviamo citato per l’ultima volta a Valenza, quando con Marçal de Sax e Pere Nicolau allestì gli apparati per l’ingresso del re d’Aragona Martino I.

L’esperienza spagnola permise a Gherardo di integrarsi nel variegato mondo del gotico mediterraneo, lo stesso che trionfava a Palermo, con la sua inquieta eleganza formale, al sua drammatica tensione espressionista e la ricchezza cromatica: al contempo, il cui lungo viaggio in terra iberica darà origine a due fiammate artistiche italianeggianti sia a Toledo che presso alcuni maestri valenzani come Miguel Alcañiz.

Tornato a Firenze, l’impatto del suo nuovo stile, sull’ambiente artistico locale, fu esplosivo, tanto da fargli ottenere due importanti commissioni. La prima fu la decorazione ad affresco della cappella a cappella di San Girolamo nella chiesa di San Maria del Carmine, tanto d’avanguardia, per gli artisti dell’epoca, che Vasari gli dedica un’ampia descrizione.

Né andò molto che gli fu dato a dipignere la capella di S. Girolamo nel Carmine, dove, facendo molte storie di quel Santo, figurò nella storia di Paula et Eustachio e di Girolamo, alcuni abiti che usavano in quel tempo gli Spagnuoli, con invenzione molto propria e con abondanza di modi e di pensieri nell’attitudini delle figure. Fra l’altre cose, facendo in una storia quando S. Girolamo impara le prime lettere, fece un maestro che, fatto levare a cavallo un fanciullo addosso a un altro, lo percuote con la sferza di maniera che il povero putto, per lo gran duolo menando le gambe, pare che gridando tenti mordere un orecchio a colui che lo tiene; il che tutto con grazia e molto leggiadramente espresse Gherardo, come colui che andava ghiribizzando intorno alle cose della natura. Similmente nel testamento di S. Girolamo vicino alla morte contrafece alcuni frati con bella e molto pronta maniera; perciò che alcuni scrivendo et altri fisamente ascoltando e rimirandolo, osservano tutti le parole del loro maestro con grande affetto. Quest’opera avendo acquistato allo Starnina appresso gl’artefici grado e fama, et i costumi, con la dolcezza della pratica, grandissima reputazione

L’altra grande commessa venne dal comune di Firenze, per celebrare la conquista su Pisa

Per memoria di ciò, nella facciata del palazzo della Parte Guelfa, un San Dionigi vescovo con due Angeli, e sotto a quello ritratta di naturale la città di Pisa, nel che fare egli usò tanta diligenza in ogni cosa e particolarmente nel colorirla a fresco, che nonostante l’aria e le pioggie e l’essere volta a tramontana, ell’è sempre stata tenuta pittura degna di molta lode, e si tiene al presente per essersi mantenuta fresca e bella come s’ella fusse fatta pur ora

Ora, il catalogo di Gherardo è assai controverso: è probabile che gli siano attribuibili parte delle opere del cosiddetto Maestro del Bambino Vispo, chiamato da Osvald Sirén, storico dell’arte finlandese di madrelingua svedese, per l’abitudine del pittore di rappresentare Gesù Bambino lieto e scherzoso, che sgambetta sulle ginocchia della Madonna.

Il tutto è complicato dall’abitudine che avevano i pittori spagnoli di lavorare in una modalità che oggi chiameremmo di raggruppamento temporaneo di impresa, alternando le opere eseguite individualmente con la creazione di altre dipinte in comune con i membri della società e i proventi venivano poi divisi in parti uguali tra i soci. Dato che contratto di committenza poteva essere firmato da uno qualsiasi dei soci a prescindere da chi avrebbe poi eseguito il lavoro, il lavoro dello storico dell’arte è improbo.

E’ probabile che Gherardo portasse con sé questa abitudine e che l’accompagnasse a Firenze almeno uno dei suoi soci spagnoli, che per qualche anno dopo la sua morte continuò a lavorare in Toscano, per poi trasferirsi a Palermo e poi tornarsene in patria.

Questa strana bottega, le cui modalità di lavoro erano differenti dalle altre presenti a Firenze, ebbe un ruolo fondamentale nella storia dell’arte italiana. Vi si formarono il buon Lorenzo Monaco e come scrive sempre Vasari

Furono discepoli di Gherardo Masolino da Panicale, che fu prima eccellente orefice e poi pittore, et alcuni altri che per non esser stati molto valenti uomini non accade ragionarne.

Masolino, che anni dopo, associandosi con Masaccio, replicò il modello imprenditoriale del suo maestro…

Un pensiero su “Gherardo Starnina

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